CITTA’ DEL VATICANO – L’idea circola insistentemente tra i cardinali riuniti in Vaticano e potrebbe mettere d’accordo sia la sinistra che la destra, sia i bergogliani che i frenatori, sia coloro che vogliono portare avanti la spinta riformista impressa da Francesco che quanti vorrebbero incanalarla se non attutirla. Gli accenti degli interventi, a porte chiuse, sono molto diversi, ma l’approdo potrebbe trovare ampio consenso. E prendere la forma di un consiglio episcopale permanente che affiancherebbe il nuovo Papa, una sorta di consiglio dei ministri composto da vescovi rappresentativi di tutto il mondo, non per diminuire l’incomprimibile ministero del vescovo di Roma ma per sostenerlo con un consesso che dia voce alle molte sfaccettature della Chiesa cattolica mondiale.
All’origine di questa proposta c’è una constatazione evidente a tutti i partecipanti al pre-Conclave, ossia il fatto che non esiste un Papa che accontenterà tutti: è sempre stato così nella storia di Santa Roman…
CITTA’ DEL VATICANO – L’idea circola insistentemente tra i cardinali riuniti in Vaticano e potrebbe mettere d’accordo sia la sinistra che la destra, sia i bergogliani che i frenatori, sia coloro che vogliono portare avanti la spinta riformista impressa da Francesco che quanti vorrebbero incanalarla se non attutirla. Gli accenti degli interventi, a porte chiuse, sono molto diversi, ma l’approdo potrebbe trovare ampio consenso. E prendere la forma di un consiglio episcopale permanente che affiancherebbe il nuovo Papa, una sorta di consiglio dei ministri composto da vescovi rappresentativi di tutto il mondo, non per diminuire l’incomprimibile ministero del vescovo di Roma ma per sostenerlo con un consesso che dia voce alle molte sfaccettature della Chiesa cattolica mondiale.
All’origine di questa proposta c’è una constatazione evidente a tutti i partecipanti al pre-Conclave, ossia il fatto che non esiste un Papa che accontenterà tutti: è sempre stato così nella storia di Santa Romana Chiesa, ma nel collegio cardinalizio più affollato e più internazionale di sempre le diversità culturali, linguistiche e ideali si toccano con mano, le priorità pastorali e sociali dei porporati africani sono diverse da quelle dei nord-europei, i cattolici minoritari dell’Asia vivono una situazione totalmente diversa da quella dei latino-americani. «Quanto sembra normale per un vescovo di un continente», ha notato papa Francesco nel 2015, «può risultare strano, quasi come uno scandalo — quasi! — per il vescovo di un altro continente».
Francesco non ha inventato le diversità, in dodici anni di pontificato le ha svelate, ma trovare un Pontefice che le ricomprenda tutte, ora, è impossibile. E dunque affiancargli un piccolo gruppo di vescovi potrebbe compensare i limiti del Papa, chiunque egli sia, e tenerlo in costante contatto con le mille istanze della Chiesa mondiale.
È da Bergoglio che ripartono tutti i cardinali, sia i suoi detrattori che i suoi estimatori. Gli uni lo hanno accusato di uno stile di governo solitario, e a tratti autoritario: ed è vero che il Papa riformista ha governato con piglio sicuro, così come è vero che ha tratto ispirazione dal modello della Compagnia di Gesù, dove il superiore ascolta i suoi consiglieri ma poi decide da solo. Inevitabile, per un Pontefice chiamato a riformare una Curia romana opaca e ripiegata su se stessa. Ma per i suoi critici, appunto, bisognerebbe evitare di replicare quell’esperienza, lasciando meno solo il prossimo Papa, coinvolgendo di più la Curia romana nella gestione quotidiana della Chiesa e rafforzando i vincoli tra il vescovo di Roma e gli altri vescovi del mondo (collegialità).
Paradossalmente su questo convergono anche gli estimatori di Francesco, coloro cioè che hanno sostenuto la spinta decentralizzatrice del Papa argentino. Perché se Bergoglio ha usato un certo decisionismo, lo ha fatto per dare più voce alle Chiese locali, alle conferenze episcopali dei vari continenti, ai laici e alle donne (sinodalità). Lo si è visto con le numerose assemblee che ha convocato a Roma, con le quali ha rivitalizzato uno strumento, il Sinodo appunto, voluto da Paolo VI dopo il Concilio vaticano II ma da allora ridotto ad un convegno soporifero. E invece nell’era Bergoglio i sinodi sono stati il teatro di confronti vivaci su temi caldi come i divorziati risposati, i preti sposati, le coppie omosessuali e le donne diacono.
Francesco ha anche introdotto un’altra novità, il cosiddetto C9, ossia un consiglio di nove cardinali provenienti da tutti i continenti che lo hanno coadiuvato nella riforma della Curia romana: una struttura che però Francesco non ha mai istituzionalizzato, e che dipendeva totalmente dalla figura del Pontefice. Ora un consiglio episcopale permanente, un po’ C9 un po’ Sinodo, magari eletto dalle diverse conferenze episcopali che ci sono nel mondo, magari con la partecipazione di donne e laici, potrebbe essere un’evoluzione delle novità di Francesco. Per rendere quella del Papa argentino non una eredità incensata con parole generiche e disattesa nei fatti, ma una forma della potestà papale più aperta e dialogante.