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L’ombra di papa Francesco nella piazza in fermento

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C’è chi spera nella continuità e chi in una soluzione che non lo sconvolga. Perché l’ignoto è fascino ma anche spavento
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Il senso di una fine, la speranza di un seguito, l’incertezza per quel che verrà. Tre sentimenti in quello che è, comunque, l’ultimo giorno di papa Francesco. Oggi, in teoria, potrebbe essere già eletto il suo successore. E allora vengono portate via le sue insegne da Santa Marta, quella che è stata la sua casa e ora diventa dei cardinali. In attesa di essere rinchiusi per designare l’erede, già ieri hanno mangiato e dormito tra quelle mura mentre l’ombra di Francesco veniva spostata più in là. In una giornata di sole giaguaro se ne filava via sotto il porticato dove reggevano gli ultimi altarini.

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Quelli creati dai clochard a cui aveva dato un tetto per ripararsi dalla notte e che, molto più di chiunque altro, si domandano che ne sarà di loro da domani, o dopodomani. Si dissolveva lungo via della Conciliazione, andando controcorrente rispetto al flusso dei pellegrini avviati verso la porta santa…

Il senso di una fine, la speranza di un seguito, l’incertezza per quel che verrà. Tre sentimenti in quello che è, comunque, l’ultimo giorno di papa Francesco. Oggi, in teoria, potrebbe essere già eletto il suo successore. E allora vengono portate via le sue insegne da Santa Marta, quella che è stata la sua casa e ora diventa dei cardinali. In attesa di essere rinchiusi per designare l’erede, già ieri hanno mangiato e dormito tra quelle mura mentre l’ombra di Francesco veniva spostata più in là. In una giornata di sole giaguaro se ne filava via sotto il porticato dove reggevano gli ultimi altarini.

(agf)

Quelli creati dai clochard a cui aveva dato un tetto per ripararsi dalla notte e che, molto più di chiunque altro, si domandano che ne sarà di loro da domani, o dopodomani. Si dissolveva lungo via della Conciliazione, andando controcorrente rispetto al flusso dei pellegrini avviati verso la porta santa, per un ingresso prenotato senza immaginare quanto fatidica sarebbe stata la data. Il corpo di Francesco si è allontanato già nel giorno del funerale, ma è in quest’ultimo sprazzo, nell’anticamera della successione, che si dilegua la sensazione della sua permanenza.

Tutti, perfino un pontefice, possono sopravvivere in un vuoto, ma non nel suo riempimento. Gentile come si era presentato, si fa da parte. Diventa storia, scritta da chi lo ha amato o detestato, questo ben presto sapremo. La pagina è ancora sollevata, come quella del Vangelo sfogliato dal vento sulla sua bara. Si poserà con la fumata bianca e dirà se il capitolo precedente si chiude e per proseguire si volta o se si va semplicemente a capo, continuando la narrazione brevemente interrotta.

Quando un’epoca finisce con una vigilia la nostalgia si mischia con l’eccitazione. Se tutto cambierà, ciò che è stato invecchierà di colpo. Non puoi chiedere al mondo di aspettare, ricordare, ancor meno puoi pretenderlo da una città come Roma. Nei dialoghi tra gli ambulanti di piazza San Pietro la metafora calcistica s’impone. I romanisti sono grati ai miracoli sportivi di Ranieri, ma pensano soltanto al successore: «Pioli ha detto che preferisce di no. Allegri sarebbe restaurazione, gioco vecchio. Meglio Fabregas, uno giovane con delle idee». Sì, ma il nuovo papa? «Che ne so, abbiamo avuto Maradona e mo’ dicono che viene Pizzaballa».

La continuità è più rassicurante. Dopo quella che, a torto o a ragione, è stata definita una “rivoluzione” significa scossa di assestamento post-terremoto. È una prospettiva a cui ci si può adattare perfino non condividendola: sarebbe la proiezione in forma attenuata di qualcosa che si conosce. L’ignoto è fascino ma anche spavento, perfino quando lo desideri. Così i pellegrini, radunati per prossimità geografiche come i cardinali, entrano in San Pietro pregando per una soluzione che non li sconvolga, al massimo una compassionevole discontinuità. La basilica è in fermento. Si presenta in veste inedita. Centinaia di sedie in plexiglas sono schierate per la messa pro eligendo pontefice di stamattina: un’adunata muta e trasparente, un pre-conclave a contrasto con quello che verrà. I manovali incastrano le paratie di legno che incorniciano teli rossi. Avrebbero voluto la chiesa vuota per lavorare in pace, sacramentano tra i denti e continuano a sistemare divisori e scranni. Su uno di questi siederà l’uomo che sarà Papa.

Anche le auto dell’organizzazione del giubileo, stando alla scritta sulla fiancata, sono “mosse dalla speranza”. Figurarsi la torma che da oggi pomeriggio si accalcherà, con gli occhi al comignolo, alla campana, alla tenda, al cielo. Speranze differenti, che per un attimo si uniranno nell’annuncio di un uomo, nella designazione di un nome, nell’interpretazione di un gesto d’esordio, di una frase d’apertura.

La vigilia è trambusto, lavoro, tribune, transenne, sgabelli sotto i piedi dei telecronisti, cardinali braccati per antichi vicoli, viandanti affamati e ristoratori affannati: «Vogliamo fare tavoli seri, non frattaglie». Poi sarà silenzio e sarà mistero perché è così, nel segno dell’inconcepibile, che verrà concepita una svolta, piccola o grande che si riveli.

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