Ascolterà il suo nome ripetuto per un’infinità di volte che era fin lì sembrata finire troppo presto. Stavolta sarà diverso. Non lo capirà dal conteggio, che ha smesso di tenere sul foglietto davanti a sé (un’asta ogni voto, un asterisco alla decina). A comunicarglielo sarà il fremito nella stanza, sempre più percettibile mentre si avvicina il numero fatidico. Poi un attimo sospeso, il respiro trattenuto dell’intero collegio, un’allusione all’eterno: un tempo che non c’è. Sotto l’unica volta più bella del cielo un brivido gli annuncerà la trasformazione che lo attende. Terrà lo sguardo basso, per non lasciarsi trasportare in nessuna direzione. Diranno: umiltà. Oppure: stupore. O ancora: estrema consapevolezza. Racconteranno: è entrato nel papato come in un fiume sacro, senza smuovere le acque. Non cercherà altro sguardo che quello del decano. Eviterà cenni a complicità autentiche o fasulle, smaccati disappunti, interrogativi perplessi. Non vorrà portarsi ombre nei giudizi. Aspetterà l…
Ascolterà il suo nome ripetuto per un’infinità di volte che era fin lì sembrata finire troppo presto. Stavolta sarà diverso. Non lo capirà dal conteggio, che ha smesso di tenere sul foglietto davanti a sé (un’asta ogni voto, un asterisco alla decina). A comunicarglielo sarà il fremito nella stanza, sempre più percettibile mentre si avvicina il numero fatidico. Poi un attimo sospeso, il respiro trattenuto dell’intero collegio, un’allusione all’eterno: un tempo che non c’è. Sotto l’unica volta più bella del cielo un brivido gli annuncerà la trasformazione che lo attende. Terrà lo sguardo basso, per non lasciarsi trasportare in nessuna direzione. Diranno: umiltà. Oppure: stupore. O ancora: estrema consapevolezza. Racconteranno: è entrato nel papato come in un fiume sacro, senza smuovere le acque. Non cercherà altro sguardo che quello del decano. Eviterà cenni a complicità autentiche o fasulle, smaccati disappunti, interrogativi perplessi. Non vorrà portarsi ombre nei giudizi. Aspetterà la domanda: “Accetti la tua elezione canonica a Sommo Pontefice?”. Abbasserà il capo, prima di ricordarsi che deve trovare la voce. Dirà l’inevitabile “sì”, come uno sposo solitario, a un desiderio che non ha sembianze. Gli sarà chiesto: “Come vuoi essere chiamato?”. Avrà la risposta pronta, come chiunque altro, anche soltanto per colorare le lunghe notti a Santa Marta, perché credere significa ammettere l’impossibile. Giovanni, Gregorio, Innocenzo. La storia non farà appelli, ne chiamerà uno solo, quello che lui avrà scelto.
Sentirà ancora il suono delle campane mentre verrà accompagnato nella sacrestia. Si farà forza per camminare senza incertezze, ma si bloccherà prima di varcare la soglia della “stanza delle lacrime”. L’aveva vista una volta, con lo sguardo fuggevole, senza pensare di esserci destinato. Ha i soffitti ancor più bassi di come la ricordava, la finestra ancor più piccola. Le pareti sono spoglie. Lo scrittoio a occhio sarà un metro per sessanta centimetri. Ci sarà una penna posata su un foglio, si chiederà se sia la stessa con cui firmò Jorge Maria Bergoglio, divenuto Francesco. Avanzerà, seguito dai cerimonieri. Accarezzerà la stoffa dei tre talari, indicando per sé quello della taglia adeguata. Osserverà gli altri paramenti, la mozzetta rossa che Francesco non indossò, le sette paia di scarpe dello stesso colore che escluse dicendo (questo raccontarono): “Il carnevale è passato”. Saprà che ogni piccola decisione ora, avrà un grande significato. Qualsiasi parola, gesto, indumento, o la loro assenza: un segnale nel deserto, un interruttore che illumina o getta nell’oscurità, una lezione grandiosa o un colossale equivoco. Sopraffatto, siederà sul divano damascato scoperto per l’occasione e a lui riservato. Anche quel gesto verrà colto come un’indicazione e lo lasceranno solo. Si allontaneranno di quel poco che consentirà di cogliere il suo pianto e testimoniarlo, inserendolo nel corso della tradizione. Non succederà. Non si sentirà ancora libero. Penserà di deludere il suo Dio lasciandosi andare. E di deluderlo rimanendo impassibile. Si ritroverà a implorare, più che la benedizione, la distrazione del Padre: “Non mi guardare adesso, non sono pronto, cercherò di diventarlo”. Perché non c’è il leggendario telefono? Quello con cui dicono che Benedetto XVI abbia comunicato la sua elezione al fratello in Germania e Francesco a una zia in Argentina. Anche a lui verrà la voglia di condividere: perché se non lo dici è successo ugualmente, ma un po’ meno; perché quando si va lontani da dove si è partiti bisogna in qualche modo tornare al via per capire che cosa è successo. Si vestirà con quel che riterrà adatto, non per quello che vorrà rappresentare, ma per quello che sarà. Riaprirà la porta e si farà riaccompagnare nella Sistina. Stavolta guarderà dritto davanti a sé, sfiorerà i volti dei non eletti cancellando da ognuno il rammarico e l’ostilità, ma anche la disponibilità e il servo encomio. Si farà notare già trasformato da chi vorrà notarlo e immutato sotto altre vesti da chi lo vorrà immaginare così. Ripristinerà il baciamano? Lo hanno eletto perché lo faccia o perché rimanga nel solco? Ora farà di testa sua. Non deve rendere conto, nè conquistare un secondo mandato. Pregheranno insieme, insieme intoneranno il Te Deum. Lo attenderà il corridoio della metamorfosi.
Cento passi alla loggia, alla finestra, alla visibilità. Esisterà quando apparirà, la realtà non è una serie televisiva. Ogni timore sarà scomparso, come da ragazzo, a un esame. Puoi averne prima, quando ti alzi è già tutto irreversibile. Al proprio destino bisogna soltanto affidarsi. Camminerà lento, per dare tempo all’annuncio. Gli verrà alla mente la madre di Albino Luciani, o meglio la donna che come una madre lo allevò. Quando lui partì per il seminario, pur certa della sua vocazione, lei gli disse: «Se capisci che non è la tua strada, però: torna. Questa è la tua casa e sempre lo sarà». Si sentirà tranquillizzato: questa adesso è la sua casa e sempre lo sarà. Si abbandonerà all’ineluttabile, pensandolo con un nome più alto. Ancora pochi passi e sarà davanti alla tenda tirata, al sospiro del mondo. Prima che sia scostato il sipario tratterrà una battuta: “E se non è venuto nessuno?”. Se la costruisci, verranno. Se non la demolisci, resteranno. È un mistero, ma così è.