Sorpresa a Schiavon: “Parolin aiuterà il papa e noi aspettiamo il nostro Don Piero”

Sorpresa a Schiavon: “Parolin aiuterà il papa e noi aspettiamo il nostro Don Piero”

Gli amici di sempre: “Semplice grazie a una mamma straordinaria. Si è sacrificata per far studiare i figli quando il loro papà è morto giovane”

4 minuti di lettura

SCHIAVON – Il parroco, ci mancherebbe, ha mantenuto la promessa. A Schiavon suonano comunque a festa la campane della chiesa di Santa Margherita, dove Pietro Parolin andava a messa da bambino. I rintocchi sono però per Leone XIV, venuto dagli Usa, non per il compaesano don Piero, che tutti hanno sognato sul seggio di Pietro. Il segretario di Stato è nato in una casa di Via Roma, a pochi metri dalla piazza centrale del piccolo paese del Vicentino, 2500 abitanti ai piedi del Monte Grappa e dell’altopiano di Asiago. “Nessuna delusione – dice don Luciano Attorni – sorpresa piuttosto: la fumata bianca al secondo giorno autorizzava a propendere per la scelta di una figura già conosciuta da tutti i cardinali. Don Piero però sa che in queste ore preghiamo per lui e che lo aspettiamo a braccia aperte. Saremmo stati travolti da uno tsunami, essere collettivamente all’altezza di Parolin non sarebbe stato facile”.

Dall’apertura del conclave Schiavon e l’intero Veneto hanno trattenuto il fiato, in attesa di un annuncio sperato ma allo stesso tempo messo in un angolo del cuore per scongiurare un’umana delusione indotta dall’affetto personale. Eclissato, fino all’annuncio finale, anche il sindaco Simone Dellai. “Non reggevo la tensione – dice ora – lo stesso don Piero mi aveva chiesto di aspettare senza badare a voci da sala scommesse. Il nuovo pontefice in compenso sa di poter contare sulle qualità di una figura eccezionale”. Fino all’”Habemus Papam” però, anche a Schiavon ha dominato una ragionata prudenza veneta. “Venezia nell’ultimo secolo ha donato alla Chiesa tre papi – ripete ora l’ex parroco Luigi Chemello – Pio X, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I. In conclave i cardinali veneti erano quattro: oltre a Parolin, il bassanese Fabio Baggio, i veronesi Mario Zenari e Claudio Gugerotti. Una rappresentanza numericamente superiore a quella della Germania di Ratzinger, pari a quella della Polonia di Wojtyla e dell’Argentina di Bergoglio. Non era scontato, nonostante le previsioni dei vaticanisti, immaginare così presto un altro veneto sul soglio di Pietro”.

L’intera regione, grazie alla sua vocazione missionaria, è davvero una “super-potenza” della Chiesa: restando al solo Vicentino, altri tre cardinali sono rimasti fuori dal conclave per limiti di età. Nulla di strano così se, da mercoledì sera, una piccola folla è rimasta riunita davanti al maxischermo del caffè Centrale, davanti al municipio. Per seguire le fumate dal comignolo vaticano si sono dati appuntamento amici e compagni di scuola di Parolin, rispettando il silenzio chiesto dai famigliari. Mamma Ada, maestra nella scuola San Domenico Savio, è morta lo scorso agosto. Papà Luigi, proprietario di una piccola ferramenta, è rimasto ucciso nel 1964: travolto da un’auto mentre scaricava il suo furgoncino. Pietro aveva solo nove anni, il fratello otto mesi: secondo i cugini restare orfano ha cambiato per sempre la sua personalità. Della famiglia restano il fratello Giovanni, magistrato a Venezia, e la sorella Maria Rosa, maestra in pensione nel Veronese. In paese solo gli zii e alcuni cugini. Tutti concordi: “Il destino di Pietro – dice la zia Bruna Miotto di 95 anni - è stato deciso dal coraggio e dalla fede della madre, che si è sacrificata per far studiare tutti i figli. Il grande rimpianto è che non abbia potuto condividere con il figlio questi giorni. La prima a essere felice per una scelta che ha un carisma divino, sarebbe stata lei”. A Schiavon all’epoca era una rarità, per una vedova, non chiedere a un figlio di andare a lavorare per aiutare la famiglia. “Lui però – dice Marco Cogo - era diverso. Siamo cresciuti insieme, ma Pietro al pallone preferiva i libri. A volte rubava il grembiule da cucina di sua mamma e per gioco officiava messa dal balcone di casa. La fede per lui è stata tutto da subito”.

Grande emozione anche nella vicina Schio, dove nei primi anni Ottanta Parolin è stato parroco due anni nella chiesa della Santa Trinità, unica esperienza pastorale nella sua vita. “Da giovane diacono e poi da parroco – dice Beppe Bevilacqua, compagno di gioventù e grande amico ancora oggi - si occupava dei giovani e degli scout. I ragazzi lo chiamavano don Baloo: un po’ per la timida bontà dell’orso di Kipling, reso famoso dal cartoon Walt Disney, e un po’ per la stazza. Nei campi, in montagna, leggeva e studiava sempre, fino all’alba. Una volta, prima di pranzo, per scherzo gli ho detto: “Piero, stùdito da papa”? Mi ha risposto: “Sito mato?”. Dopo un breve silenzio ha aggiunto: “Hai ragione, l’importante è fare”. Ha spostato i libri ed è venuto ad aiutarmi a pelare le patate. Da quel giorno pelare patate, o mescolare la polenta a malga Lora, sopra Valdagno, sono diventate le sue mansioni ufficiali”. Una semplicità e un affetto per le origini, confermato nello stemma cardinalizio: al centro c’è un piccolo paiolo, che in lingua veneta si chiama appunto “parolin”, come il cognome paterno. Tutti, nel Vicentino, erano pronti a partire per Roma. La diocesi, che si preparava a tenere una conferenza stampa del vescovo Giuliano Brugnotto anche a tarda ora, valutava l’organizzazione di treni e pullman speciali per portare subito i fedeli ad abbracciare il loro don Piero, pur partito 43 anni fa verso la carriera diplomatica presso la Santa Sede. A rischio, il 15 maggio, anche la sagra per il patrono San Isidoro: le giostre, appena montate davanti alla chiesa, sarebbero state spostate. “Siamo stati cappellani insieme – dice don Beppe Gobbo, fondatore della cooperativa Radicà, che aiuta i minori in situazioni di disagio – fino a un mese fa quando andavo a Roma cenavamo insieme. Don Piero mi chiede sempre di compaesani e parrocchiani, ricorda i nomi e le storie di tutti, ogni dettaglio del passato. La sua inclinazione verso una diplomazia della pace affonda nel carattere: quando c’era uno screzio in parrocchia, lui correva ad appianare gli attriti. Avrebbe continuato nel solco di Francesco”. Tra chi lo conosce bene, per tracciarne un sintetico profilo, ricorrono i medesimi termini: “Semplicità – dice Paolo Cortese, compagno alle elementari – umiltà, bontà. E poi senso pastorale, destinatario da sempre di una stima trasversale, dotato di una grande amore per la Chiesa. La figura perfetta per far mettere radici ai semi piantati da papa Francesco”.

Chi gli ha parlato in serata, a conclave concluso, lo descrive “tranquillo e sereno come sempre, per nulla attratto dalla prospettiva di un suo pontificato, ancora profondamente ed esclusivamente parroco, o catechista per i bambini delle elementari”. Eppure i presagi non mancavano. Una nota distilleria di Schiavon, con il permesso vaticano, dal 2013 produce una linea di whisky dedicata a don Piero. Le bottiglie si chiamano “Conclave” e “Segretario di Stato”. In arrivo c’era quella con il suo nome da nuovo pontefice: “Dopo la morte di Bergoglio – dice l’amico Mario Ruaro – era dispiaciuto per il rinvio della canonizzazione di Carlo Acutis. Mi ha detto di non preoccuparmi, che presto sarebbe tornato in paese e che ci saremmo visti. Anch’io, scherzando gli ho detto: ”Piero, niente scherzi, non è che te diventi papa?”. E lui, ridendo, con la battuta che ci faceva sempre: “Papa mi, situ mato”? Ha avuto ragione lui, la provvidenza ha esaudito la sua umiltà: don Piero presto potrà tornare a casa, abbracciato da tutti come un fratello.

I commenti dei lettori