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Parolin, prima i veleni poi il passo indietro del grande favorito

(agf)

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CITTÀ DEL VATICANO Si è affacciato alla Loggia delle Benedizioni ma non era lui quello vestito di bianco. Pietro Parolin appariva proprio accanto a Leone XIV per una questione di rango, lo stesso che lo aveva portato a guidare il Conclave e che gli aveva imposto, poco prima, il compito di chiedere a Robert Francis Prevost: «Acceptasne electionem?». Alla vigilia si immaginava potesse trovarsi nel ruolo opposto, quello dell’eletto chiamato a rispondere e a scegliere il nome. E poi nella posizione centrale della scena a cui tutto il mondo guarda. Si è visto invece escluso dal nucleo – ristretto, non potrebbe essere altrimenti – delle eccezioni: Ratzinger, Pacelli, forse Montini che però fu eletto al sesto scrutinio. Quelli entrati papi e usciti tali.

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CITTÀ DEL VATICANO Si è affacciato alla Loggia delle Benedizioni ma non era lui quello vestito di bianco. Pietro Parolin appariva proprio accanto a Leone XIV per una questione di rango, lo stesso che lo aveva portato a guidare il Conclave e che gli aveva imposto, poco prima, il compito di chiedere a Robert Francis Prevost: «Acceptasne electionem?». Alla vigilia si immaginava potesse trovarsi nel ruolo opposto, quello dell’eletto chiamato a rispondere e a scegliere il nome. E poi nella posizione centrale della scena a cui tutto il mondo guarda. Si è visto invece escluso dal nucleo – ristretto, non potrebbe essere altrimenti – delle eccezioni: Ratzinger, Pacelli, forse Montini che però fu eletto al sesto scrutinio. Quelli entrati papi e usciti tali.

Sul segretario di Stato di Francesco si erano fissati gli occhi di tutti da mesi. L’unico presule che incontrava il Papa durante il ricovero al Gemelli, quello delegato a sostituirlo nel primo grande appuntamento dopo la morte, l’adunata per il Giubileo degli adolescenti: «Siamo smarriti ma tocca a noi accogliere l’eredità di Francesco», ha detto quel giorno nell’omelia, quasi facendosi carico di un’investitura. Ai funerali del Pontefice aveva accolto i capi di Stato, pur essendo formalmente decaduto dall’incarico di leader della diplomazia vaticana: si era attirato qualche critica nei Sacri Palazzi, poi è trapelato che a delegarlo sarebbe stato il decano dei cardinali, Giovanni Battista Re. Lo stesso Re che, prima di uscire dalla scena del preConclave, nella messa pro eligendo pontifice aveva formulato a Parolin «auguri doppi». E ancora si erano levati gli scudi: un’investitura? «No, doppi perché doveva eleggere il Papa e presiedere il Conclave», ha dovuto precisare proprio ieri l’anziano porporato.

Non era un caso il ruolo centrale di Parolin, che Bergoglio aveva scelto per guidare la macchina operativa della Chiesa sin dal 2013, richiamandolo dalla nunziatura in Venezuela dove era stato confinato negli anni in cui Tarcisio Bertone era il numero due di Benedetto XVI. E non sono stati casuali, ovviamente, tutti gli attacchi recenti. Negli ultimi giorni c’era stata un’escalation: dall’America Latina sottili insinuazioni su una sua presunta contrapposizione a Francesco, dall’Italia persino la fake news di un malore in pieno pre-Conclave, smentito con decisione dalla sala stampa vaticana. E poi un esponente della massoneria che in un’intervista al Fatto Quotidiano auspicava un futuro da Pontefice per «l’amico Parolin».

Era una conferma, il fango che macchia i favoriti. Ma anche un triste presagio: è entrato Papa. Facile intuire che su di lui si sia concentrato un pacchetto consistente di voti nelle prime votazioni, probabilmente il più corposo. Ma importanti devono essere state anche le aree che lo hanno guardato con freddezza: i bergogliani stretti, che lo ritenevano troppo timido nel sostegno alle aperture di Francesco, gli americani non gli hanno perdonato l’accordo con la Cina sulle nomine episcopali. Potrebbero essere arrivati nell’urna del Conclave anche gli effetti dei malumori di curia sulla sua gestione del caso Becciu. L’orizzonte del quorum di 89 voti, a quel punto, sarà apparso subito lontanissimo. E in quel momento c’è da immaginare che Parolin si sia trasformato in uno degli artefici dell’elezione di Prevost, che abbia indicato ai propri sostenitori di guardare all’altro collaboratore di papa Bergoglio, sbloccando un’elezione in tempi rapidissimi. L’eredità di Francesco, appunto: pure l’arcivescovo di Buenos Aires nel 2005 indicò Ratzinger ai cardinali che invece volevano votare lui. E infatti anche Benedetto XVI, come Leone XIV fu scelto al quarto scrutinio.

E ora? A 70 anni è difficile immaginare che Pietro Parolin scivoli rapidamente ai margini nella Chiesa dell’era Prevost. Dopo la Loggia di San Pietro potrebbe restare al fianco del nuovo Papa anche nel governo della Chiesa. Magari ancora in Segreteria di Stato.

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