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Nelle basiliche dove si segue Agostino: “Qui l’egoismo è bandito”

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Viaggio nei luoghi sacri di Roma che, tra splendore barocco e Caravaggio, praticano la regola cui è fedele il nuovo Pontefice. “Prevost sa chi sono gli ultimi perché in Perù ne ha conosciuti tanti”
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ROMA – All’ora nona si alza un canto cristallino, come solo le monache sanno cantare. E queste suore della basilica dei Santi Quattro Coronati hanno sorrisi che arrivano fino alle orecchie, che pure sono nascoste dal velo nero. Uno dei posti più amati e frequentati dal papa nuovo, nella mappa del mondo agostiniano che ora trionfa, e persino tra queste mura antiche (e anche scrostate) si sente una enorme felicità che trabocca, dal monastero di clausura fino a valle, giù per la strada che porta dal Celio al Colosseo.

La badessa non c’è, ma suor Fulvia Sieni ha spiegato al Servizio di informazione religiosa della Cei almeno un paio di cose importanti sui fondamenti del suo ordine e su papa Prevost («lui era padre generale quando sono entrata negli agostiniani, ha preceduto la mia professione solenne…»), tipo che «il criterio di discernimento per ogni decisione è sempre la comunione: è la nostra priorità». E quanti cuori, dentro e fuori questa basilica-fortezza, con le grate alle fines…

ROMA – All’ora nona si alza un canto cristallino, come solo le monache sanno cantare. E queste suore della basilica dei Santi Quattro Coronati hanno sorrisi che arrivano fino alle orecchie, che pure sono nascoste dal velo nero. Uno dei posti più amati e frequentati dal papa nuovo, nella mappa del mondo agostiniano che ora trionfa, e persino tra queste mura antiche (e anche scrostate) si sente una enorme felicità che trabocca, dal monastero di clausura fino a valle, giù per la strada che porta dal Celio al Colosseo.

La badessa non c’è, ma suor Fulvia Sieni ha spiegato al Servizio di informazione religiosa della Cei almeno un paio di cose importanti sui fondamenti del suo ordine e su papa Prevost («lui era padre generale quando sono entrata negli agostiniani, ha preceduto la mia professione solenne…»), tipo che «il criterio di discernimento per ogni decisione è sempre la comunione: è la nostra priorità». E quanti cuori, dentro e fuori questa basilica-fortezza, con le grate alle finestre, gli affreschi gotici, e la reliquia della testa di San Sebastiano. Sulle fioriere e sul portone d’ingresso, il cuore trafitto che sta nell’emblema dell’ordine (assomiglia a quello di Cupido, ma è ben’altra cosa). «Il tessuto spirituale da cui è forgiato il Santo Padre è proprio l’unità. Questo desiderio di essere un’anima sola, che è al centro del cuore di ogni agostiniano». Intanto una giovane sorella porta lietamente fuori il bidone della spazzatura, quasi cantando.

E questo simbolo così forte, lo spiega meglio fra Cristian, mostrando altri tesori nella basilica di Sant’Agostino, di vertigini barocche e gran flusso di fedeli, tutti diretti alla tomba di Santa Monica «che era la mamma di Sant’Agostino, eh. Poverina, ha pianto 33 anni perché suo figlio si convertisse. Infatti è la patrona della madri cristiane, di tutte quelle che hanno problemi con i figli», e per qualche misteriosa ragione che lui non si spiega, i fedeli sono quasi tutti americani, e non solo adesso che il papa è uno di Chicago. E il cuore? «Una volta Agostino era dalle sue parti, a Cassiciaco, e stava leggendo le lettere di San Paolo, quando capì, e disse “tu mi hai trafitto il cuore”. Perché il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te, cioè in Dio…». Fra Cristian è il Sacrista, cioè il religioso che cura l’aspetto liturgico della basilica dedicata a «un uomo che, prima di convertirsi grazie a Sant’Ambrogio, a Milano, di marachelle ne ha fatte parecchie!». Tipo andare in giro a dire che la religione era una cosa da donnette.

E su cosa si fonda questo ordine, «sulla Regola, naturalmente. Nessuno deve possedere qualcosa di suo, tutto deve essere in comune. Un concetto che arriva dagli Atti degli apostoli». Un esempio arriva proprio dalla vita di Agostino, «quando scoprì che uno dei fratelli aveva dei beni nascosti. Gli fece un bel “liscio e busso”…». Cioè «se vivo in comunità, non posso essere egoista», e non è pauperismo, e intanto si delinea forse meglio uno dei cardini agostiniani, e quindi del papa Prevost, e proprio davanti alla meravigliosa Madonna dei Pellegrini di Caravaggio (una prof di arte sta spiegando ai suoi studenti «che il quadro fece scandalo, i due pellegrini erano poveri, e avevano i piedi così sporchi…»).

Gli ultimi, «quelli che soffrono», il papa li ha citati nel suo primo discorso, l’altra sera affacciandosi per la prima volta su piazza San Pietro. «Quanti ne ha conosciuti nella sua lunga esperienza in Perù, in città da milioni di abitanti, nel Sudamerica più povero». Padre Rocco Ronzani è parroco della terza basilica agostiniana, Santa Prisca, sull’Aventino (è anche direttore dell’Archivio Apostolico Vaticano, ma fa finta di niente). Ha appena finito di celebrare la messa serale, che è cantata dai fedeli, «in un santuario apostolico dove San Pietro ha celebrato la prima Eucarestia». Un posto da papi, visto che Paolo VI «veniva qui a celebrare per le nostre monache che ci vivevano allora, e in precedenza papa Roncalli», insomma un luogo importante, «per secoli comunità di formazione dei giovani agostiniani». Dica lei, quale è il valore fondamentale del vostro ordine. «L’unità, che valorizza le diversità di tutti. “In pluribus unitas”». La comunità, «così importante in questi tempi di divisioni, polarizzazioni, estremismi». Sacrestia silenziosa, in chiesa stanno cantando “Christus regnat”. E lei lo conosce bene, il papa? «Certo, in quanto nostro priore generale. È un uomo che ha una grande attenzione per le persone, e che non vuole assolutamente rappresentare se stesso». Aggiunge che è «un timido, un riflessivo». Uno che accetta volentieri gli inviti a pranzo nelle famiglie «di noi confratelli. Perché così si fa, tra fratelli, non crede?».

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