La laurea in matematica del nuovo pontefice Leone XIV ha fatto sobbalzare qualcuno: come possono stare insieme i numeri e la religione, la razionalità implacabile del calcolo e i liberi moti dell’animo, il rigore della dimostrazione e le esigenze della fede? La modernità non ha forse, tra le sue principali vie d’accesso, quella scena del Don Giovanni di Molière, in cui Sganarello chiede al padrone in cosa mai creda e, lui, Don Giovanni, risponde: «Io credo che due più due fa quattro e quattro più quattro otto».
Sganarello capisce subito cosa voglia dire quella risposta: davvero non credete ad altro, davvero non c’è altro a cui credere, a cui prestar fiducia? La vostra religione è dunque l’aritmetica? Nient’altro è degno di fede all’inf…
La laurea in matematica del nuovo pontefice Leone XIV ha fatto sobbalzare qualcuno: come possono stare insieme i numeri e la religione, la razionalità implacabile del calcolo e i liberi moti dell’animo, il rigore della dimostrazione e le esigenze della fede? La modernità non ha forse, tra le sue principali vie d’accesso, quella scena del Don Giovanni di Molière, in cui Sganarello chiede al padrone in cosa mai creda e, lui, Don Giovanni, risponde: «Io credo che due più due fa quattro e quattro più quattro otto».
La lezione di umiltà di Leone XIV: “Io scelto per portare la croce. Chi ha potere si faccia piccolo”
Sganarello capisce subito cosa voglia dire quella risposta: davvero non credete ad altro, davvero non c’è altro a cui credere, a cui prestar fiducia? La vostra religione è dunque l’aritmetica? Nient’altro è degno di fede all’infuori della verità matematica?
Per un Don Giovanni che rifiutava di genuflettersi dinanzi al mistero della fede c’era in realtà, in quegli stessi anni, un Blaise Pascal – grande fisico e matematico – il quale considerava invece che l’ultimo atto della ragione stesse nel riconoscere l’infinità di cose che la oltrepassano. Credeva nei miracoli, Pascal, e pensava pure di poter stanare il libertino impenitente con l’aiuto del calcolo delle probabilità: Dio non si dimostra però conviene scommettere sulla sua esistenza. Dio è nascosto alla ragione, ma sensibile al cuore.
Si può fare anche di più. Si può essere tra i più grandi logici matematici del Novecento (forse tra i più grandi di sempre), e provare a rimettere in piedi la più ambiziosa delle prove dell’esistenza di Dio, la cosiddetta prova ontologica, quella che pretende, in base a puri concetti, di dimostrare che Dio esiste. Si può essere Kurt Gödel, insomma, essere amici di Albert Einstein, insegnare per anni all’Institut for Advanced Study, a Princeton, e conservare tra le proprie carte un teorema che dalla sola definizione di Dio pretenda di cavare la sua esistenza. Un’impresa che, nonostante l’estrema raffinatezza logico-formale, non ha avuto fortuna, in realtà. Non fra i colleghi di Gödel e nemmeno fra le persone comuni, che credono o non credono per ragioni affatto diverse da quelle matematiche. Per giunta, su cosa sia un ente matematico si hanno oggi molti più dubbi che certezze, sicché arrivare a Dio passando per i numeri pare ormai idea bislacca. Come lo è, però, anche l’idea opposta, che cioè non si possano mettere insieme l’anima e l’esattezza, il furor mathematicus e la sete di Dio.
Le vie del Signore sono infinite, e lo sono pure quelle della matematica. Resta però che i due infiniti sono di marca assai diversa: il grande matematico Cantor pensava di poterli disporre in una sorta di ordine gerarchico, con in cima l’infinito assoluto di Dio, ma in realtà essi non comunicano fra di loro e non si fanno neppure l’occhiolino. Sicché, anziché provare a collegarli (o scollegarli) fra di loro cercando una coerenza nel cielo della teoria, converrà guardare verso terra, cercando la coerenza fra forme di vita e articoli di fede, credenze religiose e opere di bene. Credente e matematico, anche Papa Leone ne converrà