Il Papa: “Per la Chiesa la nuova questione sociale è l’intelligenza artificiale”
di Andrea GualtieriCITTÀ DEL VATICANO – C’è l’eredità di Francesco, Benedetto XVI, Paolo VI, del Concilio e ovviamente di Leone XIII. E c’è la modernità, con la sfida della rivoluzione tecnologica. Robert Francis Prevost colloca il suo pontificato su un crinale tra due epoche. Poi chiede ai cardinali — e attraverso di loro alla Chiesa — di seguirlo.
Siamo ai titoli di coda del Conclave. Formalmente si è concluso venerdì dopo la messa nella Sistina e l’uscita definitiva dalla clausura, ma ieri Leone XIV ha voluto vivere un altro momento insieme al collegio dei porporati, prima che molti di loro siano costretti a ripartire per gli impegni nelle diocesi. Ha voluto fosse un dialogo, è la «condivisione che molti di voi avete chiesto» prima del Conclave, dice. Ha voluto che avvenisse nella stessa aula in cui si ritrovavano per le congregazioni generali. C’erano tutti, come prima, anche gli ultraottantenni non elettori. Ma stavolta uno era vestito di bianco.
«Riprendiamo il cammino», ha detto il Papa. La …
CITTÀ DEL VATICANO – C’è l’eredità di Francesco, Benedetto XVI, Paolo VI, del Concilio e ovviamente di Leone XIII. E c’è la modernità, con la sfida della rivoluzione tecnologica. Robert Francis Prevost colloca il suo pontificato su un crinale tra due epoche. Poi chiede ai cardinali — e attraverso di loro alla Chiesa — di seguirlo.
Siamo ai titoli di coda del Conclave. Formalmente si è concluso venerdì dopo la messa nella Sistina e l’uscita definitiva dalla clausura, ma ieri Leone XIV ha voluto vivere un altro momento insieme al collegio dei porporati, prima che molti di loro siano costretti a ripartire per gli impegni nelle diocesi. Ha voluto fosse un dialogo, è la «condivisione che molti di voi avete chiesto» prima del Conclave, dice. Ha voluto che avvenisse nella stessa aula in cui si ritrovavano per le congregazioni generali. C’erano tutti, come prima, anche gli ultraottantenni non elettori. Ma stavolta uno era vestito di bianco.
«Riprendiamo il cammino», ha detto il Papa. La direzione la indica raccontando perché ha scelto di chiamarsi Leone: «Diverse sono le ragioni, però principalmente perché il papa Leone XIII, con la storica enciclica Rerum novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale». Oggi, dice Prevost, «la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale», quella cioè, legata agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro».
Lo aveva accennato a cena a Santa Marta dialogando dopo l’elezione con alcuni cardinali, ora diventa una chiamata missionaria per tutta la Chiesa. È la riscoperta della dottrina sociale, avviata proprio dall’ultimo Leone, papa Pecci, con il testo promulgato il 15 maggio 1891 nel quale per la prima volta il magistero dei pontefici affrontava i temi delle questioni operaie, delle condizioni di lavoro, del diritto allo sciopero, dell’equità dei salari. Era anche una risposta all’avanzata delle teorie socialiste, ma presentava proposte concrete, a partire dall’associazionismo, per rispondere alla «ardente brama» di quelle «cose nuove» citate nel titolo dell’enciclica.
Con l’avvento di Prevost, negli scaffali delle librerie cattoliche quel volumetto è destinato a tornare attuale. Ieri attorno al Vaticano già non se ne trovava una copia: «Ne avevamo poche, sono andate via in questi giorni, esaurite anche in magazzino. Dobbiamo capire se predisporranno una ristampa», spiegano i rivenditori.
Nel suo dialogo con i cardinali il Papa non si dilunga a parlarne, ma cita Paolo VI nell’auspicare che «passi su tutto il mondo» una «grande fiamma di fede e di amore che accenda tutti gli uomini di buona volontà, ne rischiari le vie della collaborazione reciproca». Nelle due ore di incontro, Leone XIV ha ringraziato il camerlengo Kevin Farrell che ha guidato la sede vacante, ha invocato un applauso — anzi «almeno uno, se non di più» — per il decano Giovanni Battista Re. Ha fatto pregare tutti in latino, che è la lingua ufficiale in questi contesti. Poi ha messo in chiaro alcuni punti fissi.
Il Concilio, intanto: «Vorrei che insieme, oggi, rinnovassimo la nostra piena adesione, in tale cammino, alla via che ormai da decenni la Chiesa universale sta percorrendo». Poi la Evangelii gaudium, nucleo del pontificato di Francesco, di cui ha citato alcune «istanze fondamentali»: la conversione missionaria della Chiesa, il dialogo «coraggioso e fiducioso» con il mondo, la collegialità e la sinodalità, l’attenzione alla religiosità popolare e il «ritorno al primato di Cristo», la figura che ha definito, citando Ratzinger e agganciandola ai temi della dottrina sociale, come «speranza ultima di chiunque cerchi con animo sincero la verità, la giustizia, la pace e la fraternità». Ai cardinali ha chiesto poi di prendere la parola portando «consigli, suggerimenti, proposte, cose molto concrete». Ha detto: «Aiutatemi a portare il giogo». Hanno parlato circa in venti. I temi più ricorrenti sono stati la formazione del clero e la riforma della curia. Il Papa ha ascoltato, a volte è intervenuto per rispondere. «È stato un bel momento — ha raccontato uno dei porporati — un incontro più vicino al sinodo che alle congregazioni generali, perché c’era la possibilità di fare dibattito sui singoli temi». E poi, stavolta, a rispondere c’era il Papa.