Gli ultimi artigiani. La bottega senza tempo amata da Totò e Re Carlo, passando per Russell Crowe
di Paolo LazzariDa Lucio Dalla a Totò, da Eduardo De Filippo al Papa. Passando per Russel Crowe. Esiste, da oltre un secolo e mezzo, una piccola bottega in cui il tempo sembra essersi fermato. Dove si creano ombrelli fatti a mano come si faceva nel 1800. E che, ieri come oggi, sono amati anche dalle celebrità. L’ultima? Re Carlo d’Inghilterra.
All’inizio, per indicare quel laboratorio, i passanti dicevano: “Vai dal giapponese”. Il che suonava strano, specie perché il posto era - ed è - Napoli e l’anno il 1860. La lunga storia dell’azienda Mario Talarico inizia a comporsi da qui, ma non subito sotto questo nome, perché a fondarla è l’artigiano Giovanni Bongiovanni. Oggi il laboratorio e il punto vendita sono ancora aperti e perfettamente in funzione, guidati dall’ultimo discendente, Mario Talarico junior, 44 anni. È il custode di una tradizione antica, il superstite di un modo di lavorare che rischia di svanire. “Il mio antenato - spiega - aveva aperto in via Chiaia e in via Roma. Avevano preso a bat…
Da Lucio Dalla a Totò, da Eduardo De Filippo al Papa. Passando per Russel Crowe. Esiste, da oltre un secolo e mezzo, una piccola bottega in cui il tempo sembra essersi fermato. Dove si creano ombrelli fatti a mano come si faceva nel 1800. E che, ieri come oggi, sono amati anche dalle celebrità. L’ultima? Re Carlo d’Inghilterra.
All’inizio, per indicare quel laboratorio, i passanti dicevano: “Vai dal giapponese”. Il che suonava strano, specie perché il posto era - ed è - Napoli e l’anno il 1860. La lunga storia dell’azienda Mario Talarico inizia a comporsi da qui, ma non subito sotto questo nome, perché a fondarla è l’artigiano Giovanni Bongiovanni. Oggi il laboratorio e il punto vendita sono ancora aperti e perfettamente in funzione, guidati dall’ultimo discendente, Mario Talarico junior, 44 anni. È il custode di una tradizione antica, il superstite di un modo di lavorare che rischia di svanire. “Il mio antenato - spiega - aveva aperto in via Chiaia e in via Roma. Avevano preso a battezzarlo così, Al giapponese, perché Ferdinando II di Borbone era un grande amante dell’estetica e per questo aveva chiamato a corte i migliori artigiani del mondo. In mezzo a molti europei c’era, appunto, anche un giapponese, che iniziò a lavorare al fianco della prima generazione di ombrellai”.
L’opera artigianale inizia in un laboratorio in via Sergente Maggiore: è qui che si cominciano a creare i primi ombrelli, i parasole, i bastoni da passeggio e anche i ventagli.
La tradizione prosegue con Emilia Buongiovanni, figlia di Giovanni, che sposa il noto violinista Achille Talarico. Dall’unione tra Emilia e Achille nasce Giovanni Talarico che, insieme a Concetta Carlevalis, prosegue la tradizione artigiana dei maestri ombrellai per la terza generazione. Il laboratorio e la vendita si spostano a questo punto in Vico Due Porte a Toledo 4/B (attuale sede della ditta). Nascono poi 7 figli: Rosaria, Emilia, Mario, Antonio, Alfredo (padre dell'attuale proprietario Mario), Roberto e Giuseppe.
La quarta generazione avanza con Mario Talarico, che continua la tradizione di costruire ombrelli montati su legni interi, con sete di San Leucio, manici pregiati come il vero corno, il bambù, il limone di Sorrento, il ciliegio. Nel 2006 viene affiancato da Mario Talarico junior, figlio di Alfredo e attuale proprietario: “Ho cercato di mantenere sempre salde le radici del mestiere, ma al contempo volevo che tutto il mondo potesse conoscerlo. Per questo ho aperto un sito internet, i canali social, ed ho dato il via ad un nuovo packaging”.
Particolare non irrilevante, Mario junior è un enfant prodige: a dieci anni vince il concorso “Arte mondiale dei ragazzi” e all’età di diciannove potrebbe trasferirsi a New York, per realizzare le copertine di un noto fumetto, ma sceglie di restare. “L’attaccamento a Napoli e alla tradizione di famiglia erano più forti. Decisi di continuare qui, facendo tesoro degli insegnamenti e dei segreti artigianali cucendo a macchina e confezionando i modelli”. Assieme a lui oggi lavora sua moglie, Svetlana.
Con l’ultima gestione, Talarico elimina la riparazione di ombrelli di altri brand, per concentrarsi soltanto su quelli prodotti nel piccolo laboratorio di 18 metri quadri attiguo al negozio, un feudo del fatto a mano che attira ogni giorno frotte di curiosi. “Oggi abbiamo quindici vetrine, ma il laboratorio resta quello di sempre, quindi gli spazi sono angusti. I turisti vorrebbero sedersi per osservare e provare, quando è possibile lo concediamo”. Anche gli arredi rimangono quelli del nonno. “Aveva due certezze: pochi soldi e molti figli. Di conseguenza lo allestì portandoci dentro mobili presi a casa, come tavoli, sgabelli e credenze. Entrare qui diventa davvero un atto teatrale”.
Per capire quanto il brand Mario Talarico si sia fatto strada nei decenni è sufficiente scorrere la luccicante lista dei personaggi illustri che hanno ascquistato dalla sua bottega: ha prodotto ombrelli per papa Benedetto, papa Francesco, Re Carlo III e il Principe William d'Inghilterra, per attori di Hollywood come Russell Crowe, cantanti internazionali e sportivi.
Inoltre, molto prima, la ditta divenne fornitrice ufficiale del Regno di Borbone delle due Sicilie e del Principe Antonio De Curtis, in arte Totò. “Mi hanno raccontato - prosegue Mario junior - che lui si arrabbiava moltissimo se, entrando in negozio, lo salutavi chiamandolo Totò. Dovevi rivolgerti a lui così: buongiorno Principe De Curtis”.
“Con noi la pioggia diventa champagne”, recita lo storico slogan della bottega, depositaria di un’arte che doveva per forza attirare anche i Reali di un paese umido per eccellenza, la Gran Bretagna. “Sono riuscito a consegnare un nostro ombrello a Re Carlo grazie all’ambasciatore Pupi D’Angieri. Voleva fargli un regalo e, ritenendolo l’uomo più elegante del mondo, ha deciso di creare per lui un prodotto stupendo. Così abbiamo inventato insieme il primo esemplare al mondo di ombrello fatto in bambù intero”.
Manufatti speciali, questi, che vengono tutti concepiti all’interno del laboratorio. Un ombrello base si può acquistare anche a 35 euro. Uno medio alto a mille. Il più costoso? Quello realizzato per Lucio Dalla: 10mila euro.
“Abbiamo il banchetto dove si lavorano il legno e le stecche, le macchine da cucire, il bancone per tagliare e fare cucito a mano. La scelta del tessuti è enorme - si va dalla seta al jacquard - così come quella dei legni: dal limone di Sorrento al nocciolo. Per i puntali usiamo spesso la madreperla australiana, perché isola dai fulmini. Curviamo ancora i legni con la forza del vapore, poi devono stare per almeno quattro mesi alle intemperie, per essere pronti ad affrontare gli agenti atmosferici. I manici possono essere classici, in avorio o in tartaruga, o più estrosi”. In quest’ultima categoria rientrano quelli scolpiti per i collezionisti, con i volti di personaggi celebri, da Elvis al padrino, ma spunta pure il manico a forma di presepe.
Tra i materiali più pregiati ci sono la canna di Malacca indonesiana, il bambù giapponese e il ramino tropicale. “Possiamo stare anche per tre giorni a lavorare su un singolo ombrello. La produzione industriale va molto più veloce e genera più ricchezza, ma a noi piace così”.
Poi la voce di Mario si flette, quando parla delle nuove generazioni. “Oggi è davvero difficile trovare ragazzi che vogliano imparare questo mestiere. Lo Stato dovrebbe fare di più per tutelare gli artigiani in via di estinzione e per avvicinare i giovani”.
Lui, intanto, un’idea ce l’ha già avuta: “Tra qualche mese apriremo un museo e uno show-room sempre qui, in via Toledo. Vorrei dimostrare a tutti che anche un lavoro umile come questo può regalare grandi soddisfazioni”.