Le merlettaie del Trasimeno: “Noi custodi di una tradizione che viene dai monasteri irlandesi”
di Annachiara Mottola di AmatoSulle sponde tranquille del Lago Trasimeno (Perugia), oggi, le signore Franca Martinetti e Daniela Paratini siedono davanti alle loro case di Isola Maggiore, l’uncinetto tra le dita e il filo che scorre leggero, come un tempo. Sono le ultime eredi di una tradizione preziosa: il merletto a punto d’Irlanda, che ancora oggi attira i visitatori lungo Via Guglielmi, o in alcuni paesi vicini (Magione, Panicale, Passignano e Tuoro), affascinati da queste architette del filo capaci di trasformare gesti antichi in opere d’arte.
Questa storia comincia nei primi anni del Novecento, quando la marchesa Elena Guglielmi portò sull’isola una tecnica nata nei monasteri irlandesi a imitazione dei merletti veneziani.
A differenza dei pizzi tradizionali, il punto d’Irlanda veniva creato all’uncinetto, con un filato sottilissimo, lavorato dalle mani esperte delle rammagliatrici di reti. Sedute al focolare d’inverno o davanti all’uscio ne…
Sulle sponde tranquille del Lago Trasimeno (Perugia), oggi, le signore Franca Martinetti e Daniela Paratini siedono davanti alle loro case di Isola Maggiore, l’uncinetto tra le dita e il filo che scorre leggero, come un tempo. Sono le ultime eredi di una tradizione preziosa: il merletto a punto d’Irlanda, che ancora oggi attira i visitatori lungo Via Guglielmi, o in alcuni paesi vicini (Magione, Panicale, Passignano e Tuoro), affascinati da queste architette del filo capaci di trasformare gesti antichi in opere d’arte.
Questa storia comincia nei primi anni del Novecento, quando la marchesa Elena Guglielmi portò sull’isola una tecnica nata nei monasteri irlandesi a imitazione dei merletti veneziani.
A differenza dei pizzi tradizionali, il punto d’Irlanda veniva creato all’uncinetto, con un filato sottilissimo, lavorato dalle mani esperte delle rammagliatrici di reti. Sedute al focolare d’inverno o davanti all’uscio nelle giornate soleggiate, le donne dell’isola intrecciavano forme delicate, dando vita a un artigianato raffinato e originale.
Era il 1904 quando Elena, figlia del senatore marchese Giacinto Guglielmi, si stabilì nel castello affacciato sul lago. Appassionata di questa tecnica, volle che un’esperta merlettaia torinese la insegnasse a una giovane isolana, Elvira Tosetti De Sanctis, che poi avrebbe diretto una scuola destinata alle figlie dei pescatori.
Uno strumento di emancipazione femminile
Quelle ragazze, fino ad allora impegnate tutto il giorno nella filatura della canapa, nella riparazione delle reti e nelle faccende domestiche, iniziarono a conquistare una nuova dignità e un reddito proprio.
Dalle prime nove allieve, nel 1906 si passò a venti apprendiste. La rivista “Vita femminile italiana” raccontò che nel 1907 il guadagno delle merlettaie era cresciuto da 389 a 2.286 lire in un solo anno e che le giovani artigiane erano ormai una trentina. “Sull’isola spirava un vento nuovo, fatto di speranza e di progresso”, racconta Franca che questa storia l’ha sentita ripetere di bocca in bocca dalle amiche e dalla donne della sua famiglia sin dall’infanzia. Oggi, in qualità di presidente dell’associazione “Il P.Es.Co” che si impegna a tenere viva la tradizione sul territorio, tramanda la tecnica e i racconti alle più giovani.
Allora— ci racconta – le ragazze imparavano a realizzare tovaglie, lenzuola, colletti, centrini, abiti e guanti, mentre la direttrice Elvira leggeva loro brani della Gerusalemme Liberata, tanto amati da ispirare i nomi dei bambini dell’isola. Nei mesi più miti, lungo la strada principale, si vedevano file di donne chine sull’uncinetto, e nei periodi di crisi della pesca erano proprio loro a sostenere l’economia familiare. Le nobildonne che frequentavano il castello Guglielmi, tra cui anche esponenti della casa reale, divennero le prime estimatrici di quei lavori finissimi che “diedero all’arte delle merlettaie dell’isola maggiore un riconoscimento in Italia ma anche all’estero”.
I merletti, infatti, vennero presentati alla mostra delle Arti Decorative Italiane di Perugia e da lì inviati alle industrie femminili italiane di Roma, raggiungendo i saloni di moda italiani e non solo. Di quegli anni d’oro, il "Museo del Merletto" dell'Isola Maggiore, ne conserva sia i pregiati merletti che le immagini dell'epoca, come abiti da sposa e da battesimo, eleganti espressioni di un lavoro certosino. Rosette, trifogli, grappoli d’uva, realizzati con filo d’Umbria o cotone makò e poi uniti in una rete sottilissima. Tra tutti i manufatti – racconta Daniela — spicca la grande tovaglia che le allieve donarono alla marchesa Elena nel 1910.
Negli anni Trenta, però, quando il pizzo d’Irlanda passò di moda, la scuola chiuse. Fu solo nel 1963 che l‘isolana Maria Vittoria Semolesti riavviò la produzione, fondando una cooperativa di merlettaie. Dopo dodici anni di lavoro anche questa attività fu costretta a chiudere i battenti e la tradizione rimase sopita, un’attività individuale da tramandare in famiglia. Fino agli anni Duemila, quando un gruppo di donne, che non aveva mai dimenticato l’arte del merletto, fondò l’associazione “Il P.Es.Co” .
I giovani allievi
“Da allora non ci siamo mai fermate, abbiamo organizzato dei corsi per i più giovani e la risposta è stata sorprendente”, spiega Franca. “Oggi si pensa che le nuove generazioni non abbiamo più tempo di imparare i vecchi mestieri ma siamo la dimostrazione del fatto che non è sempre vero”, prosegue Daniela che racconta come negli ultimi anni al laboratorio siano arrivate ragazze che non sapevano tenere l’uncinetto in mano e che in breve tempo hanno imparato la tecnica. “Ci vuole pazienza certo – conclude Franca – ma per realizzare i merletti ne vale la pena e poi sembra che ora stiano tornando di moda”. Tanto che del gruppo delle merlettaie oggi fa parte un nutrito numero di giovani leve che oltre a imparare la tecnica porta nel laboratorio nuove idee. “Abbiamo fatto cover del telefono, borse, magliette, cappellini— spiega Franca— grazie agli spunti e all’entusiasmo dei ragazzi”. Così il punto d’Irlanda non rimane qualcosa che guarda al passato ma torna a parlare al tempo presente.