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Gli ultimi costruttori di campane: ad Agnone l’azienda a conduzione familiare più antica del mondo

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In Molise, in un piccolo paese arrampicato sulle montagne in provincia di Isernia, i Marinelli lavorano ininterrottamente da 27 generazioni: “Facciamo tutto come mille anni fa”
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La carta d’identità è alquanto sgualcita, ma l’entusiasmo non conosce incrinature. La famiglia Marinelli è dedita allo stesso lavoro da 1.000 anni: sono fonditori di campane, giunti alla ventisettesima generazione. L’attività è sempre stata impiantata ad Agnone, un paese che oggi conta circa cinquemila anime e si arrampica sulle montagne del Molise. “Pontifica Fonderia di Campane”, recita oggi il loro sito: fu Pio XI a conferirgli questo titolo, nel 1924. Un’investitura luccicante. “Siamo rimasti in quattro o cinque in Italia”, commenta Armando Marinelli, il più grande dei due fratelli che oggi guidano l’impresa. Lui ha 65 anni, mentre suo fratello, Pasquale, 55. Assieme ai loro figli sono l’ultima appendice di una storia così longeva da conquistare un primato unico: sono l’azienda a conduzione familiare più antica del mondo.

La carta d’identità è alquanto sgualcita, ma l’entusiasmo non conosce incrinature. La famiglia Marinelli è dedita allo stesso lavoro da 1.000 anni: sono fonditori di campane, giunti alla ventisettesima generazione. L’attività è sempre stata impiantata ad Agnone, un paese che oggi conta circa cinquemila anime e si arrampica sulle montagne del Molise. “Pontifica Fonderia di Campane”, recita oggi il loro sito: fu Pio XI a conferirgli questo titolo, nel 1924. Un’investitura luccicante. “Siamo rimasti in quattro o cinque in Italia”, commenta Armando Marinelli, il più grande dei due fratelli che oggi guidano l’impresa. Lui ha 65 anni, mentre suo fratello, Pasquale, 55. Assieme ai loro figli sono l’ultima appendice di una storia così longeva da conquistare un primato unico: sono l’azienda a conduzione familiare più antica del mondo.

Un impasto di terra e preghiere che si levano verso il cielo: il Molise, Armando, lo racconta così. “Agnone è un paese estremamente cattolico. Anche per questo è nata la nostra storia di fonditori di campane, che iniziano a modellarsi dall’argilla che calpestiamo”. Oggi Armando e Pasquale lavorano esattamente come Nicodemo, il fondatore della dinastia: “Facciamo tutto come mille anni fa. Con le mani, ad occhio, senza elettricità. Io e mio fratello – prosegue Armando – abbiamo deciso di continuare a seguire le stesse tecniche, ad utilizzare i medesimi materiali”.

Così, nel borgo – semi inaccessibile fino a quando, dopo la prima guerra mondiale, non apparve un treno che riconsegnò speranza e libertà ad un popolo di montanari rallentati da sentieri impervi - oggi è spuntato anche un museo. “Arrivano 40mila persone all’anno. Vengono a vedere come costruiamo le campane, è un lavoro che desta molta curiosità”.

Gli avi di Armando e Pasquale erano specializzati nella fusione sul posto. Una pratica che oggi non è più in voga. “Contrattavano con i parroci sotto ai campanili e dovevano capire per quanti mesi restare nel paese che chiedeva le campane. Oggi che i collegamenti sono molto migliorati possiamo fare tutto nella nostra fonderia, per fortuna”. I maggiori committenti – è evidente – sono appunto le diocesi. Agnone, del resto, è stata fin dal medioevo un rilevante polo conventuale e, tutt’intorno, la fede è proliferata. Da questa esigenza nascono le campane dei Marinelli: profili svelti, un suono limpido, una durata secolare. Nel dopoguerra – erano il 1950 – un brutto incendio divorò la fonderia, ma neppure questo intaccò il lavoro. La famiglia rimise tutto a posto e ricominciò.

“Agnone è un bel paese, qui non manca nulla. Eppure, i giovani se ne vanno – sospira Armando – perché il Molise resta una regione difficile per trovare opportunità lavorative diverse dall’agricoltura e dall’artigianato. Oggi noi siamo una ventina, e i nostri figli collaborano. Ma, in generale, servirebbe una connessione più profonda tra scuola e lavoro. All’inizio del secolo scorso qui c’erano almeno centosessanta attività artigiane. Ora rimaniamo in pochissimi”.

Di sicuro “Campane Marinelli” è l’unica fonderia molisana. Anche guardando oltre il paese, in Europa, la penuria è enorme. “Da qui sono partite – prosegue Armando – campane destinate ad Addis Abeba, così come all’abbazia di Montecassino, quando partì la sua ricostruzione. Per un periodo il mio bisnonno e mio nonno lavorarono a Pompei, dove le committenze erano talmente tante da far pensare di cambiare sede. Però non è mai successo. Siamo rimasti qua”.

La generazione di una nuova campana assomiglia a una liturgia. “Il primo ingrediente è la nostra terra, così ricca di radici. Lavorando l’argilla plasmiamo i modelli, poi dobbiamo attendere che si asciughino. Procediamo con il disegno della sagoma, nel suo profilo interno ed esterno. Quindi arriviamo alla fusione del bronzo a 1200 gradi e al successivo rovesciamento nelle forme”.

Ogni campana, spiega Armando, va immaginata come una matrioska: ci sono un'anima, una falsa campana (che definisce spessore e peso) e un mantello, separati da uno spazio vuoto dove viene colato il bronzo fuso. La "falsa campana" viene distrutta dopo aver formato la superficie interna, lasciando il mantello posizionato sull'anima per creare l'intercapedine, che viene poi riempita di metallo fuso e, dopo il raffreddamento e la rimozione dello stampo, rivela la campana finale.

Al momento della fusione si rinnova un rito millenario. I Marinelli e i parroci che hanno richiesto le campane si riuniscono in preghiera. “Il prete legge una benedizione, perché stiamo costruendo un oggetto sacro. Preghiamo affinché quello che è inanimato riceva un’anima, e dia voce alla chiesa. Poi leggiamo pagine del vangelo e iniziamo una serie di litanie dedicate alla Madonna”.

Sbagliare una virgola soltanto durante la fusione equivale a buttare mesi di lavoro. “Per le campane medio-piccole servono solitamente tre mesi. Per quelle grandi possiamo arrivare anche ad un anno e mezzo di lavoro”. Una in particolare, del peso di cinque tonnellate, fu ordinata direttamente da Papa Giovanni Paolo II: “Venne in visita in fonderia e fu una grande emozione. Oggi la campana si trova nei giardini vaticani, ed è impostata sulla nota musicale del Sol”. I Marinelli, infatti, devono curare la sonorità dei manufatti e il loro funzionamento, oltreché ornarli con decorazioni su richiesta.

Oggi, accanto alle diocesi, arriva anche qualche ordine da parte dei privati. Ma sono le chiese a conservare la maggiore necessità. In tutto il mondo: “Abbiamo inviato campane negli Usa, in Vietnam, in Sud Corea e in Indonesia. Il mercato estero è molto più dinamico di quello interno”. Il costo di uno di questi manufatti si calcola a peso: i Marinelli hanno stabilito una media di 40 euro al kg. La produzione industriale non li preoccupa più di tanto: “I nostri sono pezzi fatti a mano, unici, artigianali. Sono un’altra cosa”.

Al futuro, dunque, guardano con ottimismo: “Più che sull’intelligenza artificiale, noi puntiamo sull’intelligenza artigianale. Questa terra ci ha sempre dato vita. Non ce ne andiamo. La speranza è che molti giovani vogliano tornare tra queste montagne che ci hanno sempre difeso, ma aprendosi al mondo con coraggio, ingegnandosi. Noi ci siamo riusciti”.

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