Uno dei miei romanzi (Istruzioni per salvare il mondo) comincia con queste parole: "L'umanità si divide tra quelli che provano piacere mettendosi a letto quando arriva la sera e coloro ai quali inquieta andare a dormire. I primi considerano che il loro letto è un nido protettivo, mentre i secondi sentono la nudità del dormiveglia come un pericolo.
Per i primi, il momento di andare a dormire è la sospensione della preoccupazione; per i secondi, al contrario, le tenebre partoriscono un miscuglio di pensieri maligni e, se dipendesse da loro, dormirebbero di giorno, come i vampiri". Se comincio questo racconto commettendo la pacchianeria di autocitarmi è perché queste parole sono le prime che mi sono venute in mente quando, alle due di mattina, sono rimasta finalmente sola nella stanza di Pessoa.
Contemplo il suo piccolo letto, stretto, verginale, candidamente collocato tra le due grandi finestre, e penso: questo letto era un nido, una culla, un bocciolo che lo scrittore tesseva ben stretto intorno al suo corpo usando il filo delle parole. A Pessoa, intuisco, non doveva fargli paura per niente andare a dormire.
Io appartengo alla nevrosi contraria. Le mie notti corrono sempre il pericolo di riempirsi di spettri e del rumore che fanno i passi appena percettibili della Morte quando si avvicina. A volte penso che mi sono fatta scrittrice proprio per avere qualcosa da pensare quando, nel dormiveglia, l'oscurità discompone e ritorce le misure della vita.
Per questo sono nottambula e mi addormento tardissimo. Anche se devo dire che non sono una causa totalmente persa: ho conosciuto gente che sta molto peggio, persone che non sopportano di mettersi a letto e che dormono distese su un sofà, per buggerare la paura.
Mi siedo in un angolo del letto e contemplo la stanza di Pessoa, così piccola per contenereun'esistenza intera. E in qualche modo sento la presenza dello scrittore. È così, sento quello che dev'essere stato passare qui i suoi ultimi quindici anni; dormire tutte le notti fissando questo tetto, con i fianchi stretti tra le lenzuola tese. È un bocciolo protettivo.
Facendo psicologia a buon mercato (senza ombra di dubbio un'altra pacchianeria), credo che noi che ci spaventiamo quando andiamo a dormire siamo terrorizzati dalla morte, mentre Pessoa probabilmente aveva più paura di vivere che di morire.
Sarà per questo che dovette chiamare a raccolta tutti i suoi eteronimi, come quelli che chiedono aiuto ai loro amici per non entrare da soli in un quartiere pieno di bulli e prepotenti? Più siamo meglio è, soprattutto quando il rischio è così grande. Quando l'esistenza è un territorio minaccioso.
Monumentale Pessoa. Infinito e interminabile nella sua opera, che esce poco a poco dall'arca come un tesoro segreto. Vastissimo nella sua importanza crescente, nel peso e nell'influenza su altri scrittori, nella sua modernità. Come dicono anche di Borges, Pessoa scrive meglio ogni giorno che passa. Eppure, che fragilità e che tristezza trasuda la sua vita.
Adesso, già nel letto, contemplo il tetto, attraversato di tanto in tanto da un rincorrersi di ombre. Ricordo l'aspetto di Pessoa, la sua espressione, le sue foto. Quell'irrimediabile aria da personaggio di festa di paese che il suo volto ha assunto con il tempo. Per tutti i Santi: il naso sembra falso e si direbbe che è attaccato, con i suoi baffi posticci, a degli occhiali di plastica. Questa faccia, non negatelo, è una beffa.
L'immensa beffa di chi coltivò la irrealtà e la finzione fino al parossismo dell'autenticità più lancinante. Perché già si sa che il poeta è un fingitore, e che finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente.
Mi pesano le palpebre. Mi rimane sempre difficile dormire, però oggi, che non voglio, mi si chiudono gli occhi. Forse è la prima prova che lo spirito di Pessoa gironzola da queste parti: mi sta contagiando il suo presunto piacere nel rifugiarsi a letto. Mi sta narcotizzando. Cerco di darmi una scossa e guardo la libreria, alla sinistra del letto, dove Pessoa disponeva i suoi libri. Non potevano entrarcene molti.
Questa piccola stanza in affitto è una metafora della piccola vita nella quale si rinchiuse poco a poco. Quel bambino, quel giovane che viaggiò due volte in Africa, finì per arenarsi in questo quarto come una barca in secco, fumando come un matto e bevendo acquavite fino a uccidersi. Non posso evitare di immaginarlo qui, come racconta Álvaro de Campos nella sua celeberrima poesia
Tabaccheria. Lo vedo guardando attraverso le finestre di questa stanza, della stanza di uno dei milioni al mondo che nessuno sa chi è. E contemplando il maledetto padrone della tabaccheria di fronte, che Pessoa rese famoso: Lui morirà ed io morirò/ Lui lascerà l'insegna, io lascerò dei versi/ A un certo momento morirà anche l'insegna, e anche i versi/ Dopo un po' morirà la strada dove fu stata l'insegna, e la lingua in cuifurono scritti i versi.
Grazie per ricordarmelo, don Fernando. La Morte gioca con noi a nascondino, e quando ci distraiamo pensando ad altro e poi torniamo a guardarla, scopriamo con un sussulto che s'è avvicinata in modo repentino e insidioso. Però io per ora sono viva. Come la strada e la lingua. E senza dubbio i versi di Pessoa resistono straordinariamente vivi. Un vecchissimo stereotipo contrappone l'arte alla felicità, come se bisognasse essere per forza disgraziati per poter scrivere un'opera maestra.
Se questo fosse vero, Fernando Pessoa sarebbe il miglior esempio: "Sono fallito in tutto. Ma visto che non avevo nessun proposito, forse tutto è stato niente". Però io penso che questo stereotipo sia falso, penso che la letteratura sia anche vita, e vita di prima qualità. E non è che Pessoa fosse uno scrittore così buono perché era sventurato, bensì il dono meraviglioso che possedeva lo salvò dall'essere ancora più sventurato.
"Non ho ambizioni né desideri. Essere poeta non è una mia ambizione. È la mia maniera di stare solo", disse attraverso Alberto Caeiro. Alla fin fine, tutti abbiamo bisogno di questo "qualcosa" in più, questo raggio di senso e di bellezza che ci aiuti a sopportare la solitudine, il Male, il dolore. Lo disse anche Pessoa in un'altra delle sue frasi luminose e affilate: "La letteratura, come l'arte in generale, è la dimostrazione che la vita non basta".
Non ce la faccio più. Mi addormento! E mi dispiace. Avevo un po' di paura prima di venire a passare la notte qui, nella solitudine di questo museo, nel suo letto, nella sua orma. Avevo pensato che ci avrei messo del tempo a conciliare il sonno e avevo immaginato, mai così azzeccato, la mia probabile inquietudine. E invece no.
Ho sottovalutato la sua presenza e la traccia dei suoi sonni tranquilli. Sì: sono certa che in questo lettuccio lui si sentì al sicuro. Nella misura in cui uno può sentirsi al sicuro quando è vivo. Questa sensazione di rifugio è un sonnifero, una polvere magica che mi sta incollando le palpebre. Urca!! Che è stato?
All'improvviso un fragore insospettato ha attraversato il soffitto. Io so che il piano superiore è vuoto, ma giurerei che qualcuno ha appena attraversato l'appartamento di sopra su dei pattini. Sicuro che è lui, Fernando Pessoa, che ora, una volta morto, dedica l'eternità a divertirsi come un bambino.
Come ho fatto a non pensarci prima? Un uomo che ha vissuto un'esistenza tanto fantomatica, per forza doveva trasformarsi in un fantasma stupendo. Ed eccolo lì, Pessoa, regnando e giocando tra le sue parole, finalmente libero da tutte le paure.
(Traduzione di Riccardo Iori)
Per i primi, il momento di andare a dormire è la sospensione della preoccupazione; per i secondi, al contrario, le tenebre partoriscono un miscuglio di pensieri maligni e, se dipendesse da loro, dormirebbero di giorno, come i vampiri". Se comincio questo racconto commettendo la pacchianeria di autocitarmi è perché queste parole sono le prime che mi sono venute in mente quando, alle due di mattina, sono rimasta finalmente sola nella stanza di Pessoa.
Contemplo il suo piccolo letto, stretto, verginale, candidamente collocato tra le due grandi finestre, e penso: questo letto era un nido, una culla, un bocciolo che lo scrittore tesseva ben stretto intorno al suo corpo usando il filo delle parole. A Pessoa, intuisco, non doveva fargli paura per niente andare a dormire.
Io appartengo alla nevrosi contraria. Le mie notti corrono sempre il pericolo di riempirsi di spettri e del rumore che fanno i passi appena percettibili della Morte quando si avvicina. A volte penso che mi sono fatta scrittrice proprio per avere qualcosa da pensare quando, nel dormiveglia, l'oscurità discompone e ritorce le misure della vita.
Per questo sono nottambula e mi addormento tardissimo. Anche se devo dire che non sono una causa totalmente persa: ho conosciuto gente che sta molto peggio, persone che non sopportano di mettersi a letto e che dormono distese su un sofà, per buggerare la paura.
Mi siedo in un angolo del letto e contemplo la stanza di Pessoa, così piccola per contenereun'esistenza intera. E in qualche modo sento la presenza dello scrittore. È così, sento quello che dev'essere stato passare qui i suoi ultimi quindici anni; dormire tutte le notti fissando questo tetto, con i fianchi stretti tra le lenzuola tese. È un bocciolo protettivo.
Facendo psicologia a buon mercato (senza ombra di dubbio un'altra pacchianeria), credo che noi che ci spaventiamo quando andiamo a dormire siamo terrorizzati dalla morte, mentre Pessoa probabilmente aveva più paura di vivere che di morire.
Sarà per questo che dovette chiamare a raccolta tutti i suoi eteronimi, come quelli che chiedono aiuto ai loro amici per non entrare da soli in un quartiere pieno di bulli e prepotenti? Più siamo meglio è, soprattutto quando il rischio è così grande. Quando l'esistenza è un territorio minaccioso.
Monumentale Pessoa. Infinito e interminabile nella sua opera, che esce poco a poco dall'arca come un tesoro segreto. Vastissimo nella sua importanza crescente, nel peso e nell'influenza su altri scrittori, nella sua modernità. Come dicono anche di Borges, Pessoa scrive meglio ogni giorno che passa. Eppure, che fragilità e che tristezza trasuda la sua vita.
Adesso, già nel letto, contemplo il tetto, attraversato di tanto in tanto da un rincorrersi di ombre. Ricordo l'aspetto di Pessoa, la sua espressione, le sue foto. Quell'irrimediabile aria da personaggio di festa di paese che il suo volto ha assunto con il tempo. Per tutti i Santi: il naso sembra falso e si direbbe che è attaccato, con i suoi baffi posticci, a degli occhiali di plastica. Questa faccia, non negatelo, è una beffa.
L'immensa beffa di chi coltivò la irrealtà e la finzione fino al parossismo dell'autenticità più lancinante. Perché già si sa che il poeta è un fingitore, e che finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente.
Mi pesano le palpebre. Mi rimane sempre difficile dormire, però oggi, che non voglio, mi si chiudono gli occhi. Forse è la prima prova che lo spirito di Pessoa gironzola da queste parti: mi sta contagiando il suo presunto piacere nel rifugiarsi a letto. Mi sta narcotizzando. Cerco di darmi una scossa e guardo la libreria, alla sinistra del letto, dove Pessoa disponeva i suoi libri. Non potevano entrarcene molti.
Questa piccola stanza in affitto è una metafora della piccola vita nella quale si rinchiuse poco a poco. Quel bambino, quel giovane che viaggiò due volte in Africa, finì per arenarsi in questo quarto come una barca in secco, fumando come un matto e bevendo acquavite fino a uccidersi. Non posso evitare di immaginarlo qui, come racconta Álvaro de Campos nella sua celeberrima poesia
Tabaccheria. Lo vedo guardando attraverso le finestre di questa stanza, della stanza di uno dei milioni al mondo che nessuno sa chi è. E contemplando il maledetto padrone della tabaccheria di fronte, che Pessoa rese famoso: Lui morirà ed io morirò/ Lui lascerà l'insegna, io lascerò dei versi/ A un certo momento morirà anche l'insegna, e anche i versi/ Dopo un po' morirà la strada dove fu stata l'insegna, e la lingua in cuifurono scritti i versi.
Grazie per ricordarmelo, don Fernando. La Morte gioca con noi a nascondino, e quando ci distraiamo pensando ad altro e poi torniamo a guardarla, scopriamo con un sussulto che s'è avvicinata in modo repentino e insidioso. Però io per ora sono viva. Come la strada e la lingua. E senza dubbio i versi di Pessoa resistono straordinariamente vivi. Un vecchissimo stereotipo contrappone l'arte alla felicità, come se bisognasse essere per forza disgraziati per poter scrivere un'opera maestra.
Se questo fosse vero, Fernando Pessoa sarebbe il miglior esempio: "Sono fallito in tutto. Ma visto che non avevo nessun proposito, forse tutto è stato niente". Però io penso che questo stereotipo sia falso, penso che la letteratura sia anche vita, e vita di prima qualità. E non è che Pessoa fosse uno scrittore così buono perché era sventurato, bensì il dono meraviglioso che possedeva lo salvò dall'essere ancora più sventurato.
"Non ho ambizioni né desideri. Essere poeta non è una mia ambizione. È la mia maniera di stare solo", disse attraverso Alberto Caeiro. Alla fin fine, tutti abbiamo bisogno di questo "qualcosa" in più, questo raggio di senso e di bellezza che ci aiuti a sopportare la solitudine, il Male, il dolore. Lo disse anche Pessoa in un'altra delle sue frasi luminose e affilate: "La letteratura, come l'arte in generale, è la dimostrazione che la vita non basta".
Non ce la faccio più. Mi addormento! E mi dispiace. Avevo un po' di paura prima di venire a passare la notte qui, nella solitudine di questo museo, nel suo letto, nella sua orma. Avevo pensato che ci avrei messo del tempo a conciliare il sonno e avevo immaginato, mai così azzeccato, la mia probabile inquietudine. E invece no.
Ho sottovalutato la sua presenza e la traccia dei suoi sonni tranquilli. Sì: sono certa che in questo lettuccio lui si sentì al sicuro. Nella misura in cui uno può sentirsi al sicuro quando è vivo. Questa sensazione di rifugio è un sonnifero, una polvere magica che mi sta incollando le palpebre. Urca!! Che è stato?
All'improvviso un fragore insospettato ha attraversato il soffitto. Io so che il piano superiore è vuoto, ma giurerei che qualcuno ha appena attraversato l'appartamento di sopra su dei pattini. Sicuro che è lui, Fernando Pessoa, che ora, una volta morto, dedica l'eternità a divertirsi come un bambino.
Come ho fatto a non pensarci prima? Un uomo che ha vissuto un'esistenza tanto fantomatica, per forza doveva trasformarsi in un fantasma stupendo. Ed eccolo lì, Pessoa, regnando e giocando tra le sue parole, finalmente libero da tutte le paure.
(Traduzione di Riccardo Iori)