Cultura

MONA SIMPSON

"Mio fratello Steve Jobs
mi ha cambiato la vita"

Parla la scrittrice, sorella dell'uomo che ha fondato la Apple: "Di lui ricordo l'aspetto che lo rendeva unico: cercava la felicità in ogni cosa. E ne faceva tesoro"
di ANTONIO MONDA

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Il vero cognome di Mona Simpson è Jandali: il padre, di origine siriana, ha insegnato all'università del Wisconsin prima di trasformarsi in un uomo di affari. Ha ricevuto un'educazione improntata sulle tradizioni della terra d'origine, ma poi, quando i genitori hanno divorziato, ha perso di vista il padre, Abdulfattah John Jandali, e ha adottato il cognome del nuovo marito della madre. In quegli anni ha vissuto a New York e Los Angeles. Non aveva mai saputo dell'esistenza di un fratello, nato dall'unione della madre e del patrigno, dato in adozione. A venticinque anni l'ha incontrato: lui si chiamava Steve Jobs e aveva fondato la Apple. È stato allora  -  confessa la Simpson  -  che tutto è cambiato, perché quel fratello ritrovato è diventato il suo confidente dei "momenti difficili". Oggi Mona alterna l'insegnamento di letteratura inglese tra la Ucla ed il Bard College di New York. Il suo ultimo romanzo s'intitola La mia Hollywood (Nutrimenti, trad. di Dora Di Marco). Il libro racconta la storia di Claire, una musicista di talento, che si trasferisce a Los Angeles per motivi di lavoro del marito sceneggiatore. Hanno un bambino piccolo e Claire è costretta ad assumere una nanny di nome Lola, madre di cinque figli. "C'è qualcosa di molto personale in questa vicenda. Mi interessava l'esperienza materna vissuta come lavoro, e l'abnegazione con cui tante donne curano, spesso con affetto sincero, i figli altrui".

Anche lei come figlia ha avuto un'esperienza particolare. Che cosa è successo quando ha scoperto che lei e suo fratello Jobs eravate stati entrambi abbandonati?
"Per tutta la vita ho cercato qualcuno da amare e idealizzavo mio padre: lo immaginavo come Omar Sharif, costretto a comportarsi così per importanti motivi politici. Ma la mia vita è realmente cambiata quando ho conosciuto mio fratello Steve. Che è diventato il mio confidente e la persona a cui rivolgermi nei momenti difficili".

Che cosa ha imparato da lui?
"Mi imbarazza sempre parlarne, è una forma di rispetto: il dolore della sua scomparsa è ancora vivo. Ma voglio rispondere ricordando che quello che rendeva unico Steve era il suo modo di cercare in ogni cosa la felicità. E di farne tesoro".

Perché ha scelto una baby sitter come protagonista di un romanzo ambientato a Hollywood?
"All'inizio avevo in mente di descrivere solo l'esperienza di Lola, la baby sitter, ma poi ho capito che era importante raccontare la differenza di chi lavora per passione e chi invece lo fa per necessità. Questo mi ha aiutato a riflettere sui pregiudizi".

Quali?
"Non tutti quelli che hanno una nanny sono ricchi: è una cosa che impara anche Lola, quando scopre quanto poco sia pagata Claire per un concerto, e quanta fatica faccia il marito per mantenere la famiglia. Attraverso i diversi punti di vista ho avuto anche modo di osservare le sfaccettature di Hollywood: all'esterno sembra un mondo scintillante, ma spesso è squallido".

Nell'ambiente che osserva e descrive, una nanny filippina equivale ad avere una Bmw: è uno status symbol.
"Oggi, in certi ambienti, il vero status symbol è permettersi di non far lavorare la propria moglie, ma nel caso del mio libro, Claire e il marito vivono al di sopra delle proprie possibilità, a cominciare dalla scelta di Pacific Palisades, il quartiere dove vivono molte star".

La sua definizione di status symbol sembra rinnegare anni di lotte per l'emancipazione femminile nei quali l'America è stata all'avanguardia.
"Io mi limito a osservare ciò che vedo ogni giorno e rifletto sugli aspetti positivi, su quello che si è perso e su quello che, a dispetto delle apparenze, è rimasto immutato".

Secondo lei che cos'è la maternità?
"Claire si chiede: "Per cosa, esattamente devono essere consolate, le madri? " E io rispondo: per la loro paura di fallire. E però aggiungo che avranno una risposta soltanto quando i figli saranno grandi e diranno loro stessi che cosa sono diventati".