Nonostante il buio, la sabbia nera di Ostia Ponente era ancora tiepida. Il Numero Otto superò con un certo sforzo la recinzione dell'ultimo chiosco in concessione prima delle banchine del porto turistico. Appoggiò in terra il pesantissimo borsone Technisub e sollevò lo sguardo sul cartello Peter Pan, dipinto con i colori dell'arcobaleno in un vivace corsivo. Fissò la piccola stampigliatura in basso a destra. "Comune di Roma. Municipio XIII. Cooperativa sociale di interesse pubblico. Concessione demaniale n. 24 - 8 maggio 2007 per esclusivo uso arenile a beneficio di infanzia, minori e diversamente abili".
Handicappati e regazzini, seeh! Cooperativa, seeh!
Con gli arenili non si scherzava. Quegli ottocento metri di spiaggia chiusi a nord dal frangiflutti del porto turistico valevano oro. Oro. Come ogni metro di spiaggia da Ponente ai cancelli di Capocotta. C'era o no una buona ragione per cui, a Levante, l'ultimo stronzo cacciava ormai fino a sei milioni di euro per una concessione triennale? C'era o no una cazzo di ragione per cui la spiaggia di Ponente doveva essere dei padroni di Ponente? Semo o no padroni a casa nostra? C'era o no un motivo per restare afferrati a quella spiaggia, come a un tesoro?
C'era, c'era, altroché se c'era.
"Waterfront".
Il Waterfront, gli aveva spiegato un giorno il Samurai, sorridendo.
- Ostia sarà il Waterfront di Roma. Boardwalk Empire. Atlantic City, Italia. Pensa, prova a pensare. Sforzati di elevarti dal marciapiede, ogni tanto. Almeno qualche centimetro. So che per te è quasi impossibile, ma provaci. Non dico sempre. Qualche volta.
- Uoter de che? - aveva rinculato lui, che a stento parlava l'italiano, figurarsi l'inglese.
Il Samurai, come faceva sempre, lo aveva guardato con un tratto di compassione, rapidamente scolorita in una smorfia di disgusto. E aveva tradotto come si fa con gli analfabeti.
- Casinò, alberghi, ristoranti, palestre, yacht, negozi. Questo significa Waterfront, sottocorticale che non sei altro.
Ernummerootto era permaloso come una scimmia. Un matto che prendeva fuoco per niente. Ma aveva abbozzato per il rispetto che doveva. E per il grano che quella roba prometteva. "Pensa, zi', stavolta il regalo te lo faccio io", si era scaldato a colloquio in carcere con Nino, ripetendo come un pappagallino quella parola che non capiva, uoterfront.
"Te faccio er uoterfront, zi'!" A una condizione: che la spiaggia fosse ripulita dagli estranei. Perché i comunisti, che erano stati in Campidoglio, avevano fatto più danni di cento mareggiate. Il mare è di tutti - seeh, bum! - avevano detto. E avevano affidato sei lotti in concessione - mica uno - a una manica di straccioni. Cooperative, le chiamavano. Ma cooperative di che? Di zecche maledette.
C'era voluto un po' di tempo per rimettere le cose a posto. Ernummerootto si era messo a rifornire gratis quell'aspirapolvere e mignottaro dell'onorevole Pericle Malgradi che, l'anima de li mortacci sua, se pippa più coca che aria, e la scommessa aveva funzionato. Lo teneva per le palle. Le cose erano cambiate. I comunisti avevano sbaraccato, c'era una nuova legge, e diceva che le concessioni sarebbero state rinnovate solo a chi avesse "dimostrato di saper condurre con successo ed efficienza un servizio socialmente imprescindibile come la balneazione sul litorale". Parole che erano musica. Soprattutto, il segnale che bisognava darsi da fare.
Perché se, putacaso, lo stabilimento ti va a fuoco, di chi è la colpa? Tua, che non l'hai saputo "condurre con successo". E se qualcun altro, 'na persona di buona volontà, tira fuori il grano ed è capace di "condurre con successo", allora è giusto che la concessione se la becchi lui. È il mercato, no? E lo dice pure la legge. Quanto "al servizio socialmente utile", ai ragazzini e agli handicappati, uno scivolo, un girello e una piscinetta di gomma nuovi nuovi ce li potevano piazzare pure loro. Ma dove dicevano loro. Lontano dalla spiaggia, dove non davano fastidio. Tanto che gli cambiava.
Perciò i chioschi, uno dopo l'altro, erano bruciati. Tutta opera sua, der Nummerootto. Perché toccava a lui. Uno a settimana. Sempre di notte. Sempre con la stessa benzina e lo stesso innesco rudimentale, piazzato nella centralina dei sistemi elettrici degli stabilimenti. Il resto veniva da sé. Asciugati dalla salsedine, capanni, ombrelloni, gazebo bruciavano come carta di giornale. In un attimo. E lo spettacolo dei roghi sul mare era diventato un appuntamento fisso, quasi quanto i combattimenti di cani, 'na magnificenza che apparecchiavano nei garage. Ci venivano da tutta Roma a vedere i pitbull strapparsi la carne a mozzichi. Vabbe', entravano pure un po' di euro, ma non era per quello: vuoi mettere lo spettacolo.
Guardò le lancette del Rolex Oyster Perpetual. Era mezzanotte passata e doveva darsi una mossa.
Peter Pan, a noi due.
Spedì un Sms a Robertino, uno dei suoi che si portava dietro da quando era pischello. "Annamo".
Il primo fischione salì dritto sulla verticale di piazza Lorenzo Gasparri mentre lui manometteva il quadro elettrico del Peter Pan.
Il secondo, un razzo che si aprì in un salice piangente di scintille verdi, bianche, rosse, illuminò la tanica di benzina che rovesciò sul chiosco. Guardò per un attimo i fuochi di artificio esplosi dai terrazzi dei casermoni di piazza Gasparri e via Forni, il cuore geografico di Ponente. Nuova Ostia, la sua Ostia. Un'idea sua, perché, come gli aveva insegnato zio Nino, "se vuoi contà qualcosa, non basta fare lo schifo. Bisogna che la gente sappia chi l'ha fatto lo schifo".
Peter Pan se l'era lasciato per ultimo. In quello stabilimento, i ragazzini ci andavano davvero e il lavoro di distruzione richiedeva uno straordinario. Lo scivolo di due metri, fatto a forma di castello medioevale, e i giocattoli, trattori e cavallucci di plastica, pile di secchielli e formine, e i surf, Gormiti e i Pokémon... insomma, un lavoraccio di mano, prima di accendere.
L'ascia la trovò accanto agli estintori. Nuova di pacca. Perfettamente bilanciata, con ancora il filo di fabbrica. Il manico in legno chiaro, la testa rossa. La impugnò con la destra e la sollevò sopra la spalla, all'altezza dell'orecchio. Quindi caracollò verso lo scivolo con una voce che si sforzava di essere in falsetto e le gambe larghe, da orco dei cartoni animati.
- Bimbetti, bimbettiii cariii, ariva Capitan Uncino, arivaaa. Tic, tac, tic, tac.
In meno di dieci minuti, fece a pezzi il castello dei sogni con furia metodica.
- Oh, oh! - trak. - Oh, oh! - trak.
Accompagnava ogni colpo con un motto di sorpresa e un sorriso. Poi venne il turno della spianata dei trattori, dei cavallucci, dei surf. Infine, pescò nella tuta una sigaretta, e accese due volte con lo Zippo di metallo opaco con il profilo nero del duce. Prima la sigaretta. Poi Peter Pan.
Handicappati e regazzini, seeh! Cooperativa, seeh!
Con gli arenili non si scherzava. Quegli ottocento metri di spiaggia chiusi a nord dal frangiflutti del porto turistico valevano oro. Oro. Come ogni metro di spiaggia da Ponente ai cancelli di Capocotta. C'era o no una buona ragione per cui, a Levante, l'ultimo stronzo cacciava ormai fino a sei milioni di euro per una concessione triennale? C'era o no una cazzo di ragione per cui la spiaggia di Ponente doveva essere dei padroni di Ponente? Semo o no padroni a casa nostra? C'era o no un motivo per restare afferrati a quella spiaggia, come a un tesoro?
C'era, c'era, altroché se c'era.
"Waterfront".
Il Waterfront, gli aveva spiegato un giorno il Samurai, sorridendo.
- Ostia sarà il Waterfront di Roma. Boardwalk Empire. Atlantic City, Italia. Pensa, prova a pensare. Sforzati di elevarti dal marciapiede, ogni tanto. Almeno qualche centimetro. So che per te è quasi impossibile, ma provaci. Non dico sempre. Qualche volta.
- Uoter de che? - aveva rinculato lui, che a stento parlava l'italiano, figurarsi l'inglese.
Il Samurai, come faceva sempre, lo aveva guardato con un tratto di compassione, rapidamente scolorita in una smorfia di disgusto. E aveva tradotto come si fa con gli analfabeti.
- Casinò, alberghi, ristoranti, palestre, yacht, negozi. Questo significa Waterfront, sottocorticale che non sei altro.
Ernummerootto era permaloso come una scimmia. Un matto che prendeva fuoco per niente. Ma aveva abbozzato per il rispetto che doveva. E per il grano che quella roba prometteva. "Pensa, zi', stavolta il regalo te lo faccio io", si era scaldato a colloquio in carcere con Nino, ripetendo come un pappagallino quella parola che non capiva, uoterfront.
"Te faccio er uoterfront, zi'!" A una condizione: che la spiaggia fosse ripulita dagli estranei. Perché i comunisti, che erano stati in Campidoglio, avevano fatto più danni di cento mareggiate. Il mare è di tutti - seeh, bum! - avevano detto. E avevano affidato sei lotti in concessione - mica uno - a una manica di straccioni. Cooperative, le chiamavano. Ma cooperative di che? Di zecche maledette.
C'era voluto un po' di tempo per rimettere le cose a posto. Ernummerootto si era messo a rifornire gratis quell'aspirapolvere e mignottaro dell'onorevole Pericle Malgradi che, l'anima de li mortacci sua, se pippa più coca che aria, e la scommessa aveva funzionato. Lo teneva per le palle. Le cose erano cambiate. I comunisti avevano sbaraccato, c'era una nuova legge, e diceva che le concessioni sarebbero state rinnovate solo a chi avesse "dimostrato di saper condurre con successo ed efficienza un servizio socialmente imprescindibile come la balneazione sul litorale". Parole che erano musica. Soprattutto, il segnale che bisognava darsi da fare.
Perché se, putacaso, lo stabilimento ti va a fuoco, di chi è la colpa? Tua, che non l'hai saputo "condurre con successo". E se qualcun altro, 'na persona di buona volontà, tira fuori il grano ed è capace di "condurre con successo", allora è giusto che la concessione se la becchi lui. È il mercato, no? E lo dice pure la legge. Quanto "al servizio socialmente utile", ai ragazzini e agli handicappati, uno scivolo, un girello e una piscinetta di gomma nuovi nuovi ce li potevano piazzare pure loro. Ma dove dicevano loro. Lontano dalla spiaggia, dove non davano fastidio. Tanto che gli cambiava.
Perciò i chioschi, uno dopo l'altro, erano bruciati. Tutta opera sua, der Nummerootto. Perché toccava a lui. Uno a settimana. Sempre di notte. Sempre con la stessa benzina e lo stesso innesco rudimentale, piazzato nella centralina dei sistemi elettrici degli stabilimenti. Il resto veniva da sé. Asciugati dalla salsedine, capanni, ombrelloni, gazebo bruciavano come carta di giornale. In un attimo. E lo spettacolo dei roghi sul mare era diventato un appuntamento fisso, quasi quanto i combattimenti di cani, 'na magnificenza che apparecchiavano nei garage. Ci venivano da tutta Roma a vedere i pitbull strapparsi la carne a mozzichi. Vabbe', entravano pure un po' di euro, ma non era per quello: vuoi mettere lo spettacolo.
Guardò le lancette del Rolex Oyster Perpetual. Era mezzanotte passata e doveva darsi una mossa.
Peter Pan, a noi due.
Spedì un Sms a Robertino, uno dei suoi che si portava dietro da quando era pischello. "Annamo".
Il primo fischione salì dritto sulla verticale di piazza Lorenzo Gasparri mentre lui manometteva il quadro elettrico del Peter Pan.
Il secondo, un razzo che si aprì in un salice piangente di scintille verdi, bianche, rosse, illuminò la tanica di benzina che rovesciò sul chiosco. Guardò per un attimo i fuochi di artificio esplosi dai terrazzi dei casermoni di piazza Gasparri e via Forni, il cuore geografico di Ponente. Nuova Ostia, la sua Ostia. Un'idea sua, perché, come gli aveva insegnato zio Nino, "se vuoi contà qualcosa, non basta fare lo schifo. Bisogna che la gente sappia chi l'ha fatto lo schifo".
Peter Pan se l'era lasciato per ultimo. In quello stabilimento, i ragazzini ci andavano davvero e il lavoro di distruzione richiedeva uno straordinario. Lo scivolo di due metri, fatto a forma di castello medioevale, e i giocattoli, trattori e cavallucci di plastica, pile di secchielli e formine, e i surf, Gormiti e i Pokémon... insomma, un lavoraccio di mano, prima di accendere.
L'ascia la trovò accanto agli estintori. Nuova di pacca. Perfettamente bilanciata, con ancora il filo di fabbrica. Il manico in legno chiaro, la testa rossa. La impugnò con la destra e la sollevò sopra la spalla, all'altezza dell'orecchio. Quindi caracollò verso lo scivolo con una voce che si sforzava di essere in falsetto e le gambe larghe, da orco dei cartoni animati.
- Bimbetti, bimbettiii cariii, ariva Capitan Uncino, arivaaa. Tic, tac, tic, tac.
In meno di dieci minuti, fece a pezzi il castello dei sogni con furia metodica.
- Oh, oh! - trak. - Oh, oh! - trak.
Accompagnava ogni colpo con un motto di sorpresa e un sorriso. Poi venne il turno della spianata dei trattori, dei cavallucci, dei surf. Infine, pescò nella tuta una sigaretta, e accese due volte con lo Zippo di metallo opaco con il profilo nero del duce. Prima la sigaretta. Poi Peter Pan.