Cultura

Quando l'antiebraismo era scritto
sui giornali cattolici

Uno storico ricostruisce il ruolo delle gerarchie della Chiesa fra fine '800 e Olocausto: Per scoprire che si parlava spesso di "lotta santa" di VERA SCHIAVAZZI

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L'antisemitismo di casa nostra, quello che troppo spesso ignoriamo, ha radici lontane nel tempo. Ora lo storico Valerio Marchi, romano di nascita ma torinese di adozione, dedica un prezioso libro al capitolo risorgimentale di questa storia, col titolo di "L''affaire Dreyfus' e l''accusa del sangue'", per l'editore Del Bianco, con una prefazione di Ephraim Nissan. Attraverso la carta stampata e la miriade di piccole testate dell'epoca, quello che si usa chiamare "giornalismo di provincia", Marchi ricostruisce il ruolo degli ebrei italiani nelle lotte per l'Indipendenza e l'Unità d'Italia, un ruolo nel quale molti di loro si impegnarono generosamente alimentando così le violente reazioni della propaganda cattolica.

Nella particolare "via italiana all'antisemitismo", gli argomenti puramente biologici  -  quelli che qualche decennio più tardi avrebbero alimentato le teorie sulla "razza ariana"  -  venivamo apparentemente rigettati, per alimentare invece il pregiudizio economico-sociale ricollegandosi al caso Dreyfus da un lato e all'accusa del sangue dall'altro. L'assalto all'ebreo si inseriva in una più vasta resistenza alla modernità, alla nuova idea di Europa e d'Italia che andavano faticosamente affermandosi anche nel dibattito nazionale. "E' un libro coraggioso  -  commenta Laura Camis de Fonseca, che attraverso la Fondazione che porta il suo nome promuove lo studio dell'antisemitismo e video didattici sulle stragi del XX secolo  -  perché ripercorre una storia scomoda e dolorosa. In Italia si preferisce pensare che la Shoah fu il frutto imprevedibile della 'barbariè nazista. Una barbarie che invece si era accesa a sprazzi attraverso tutta la storia dell'Europa cristiana".

Come dimostrano le ricadute domestiche del caso Dreyfus: che in Francia si accusasse un ufficiale ebreo di alto tradimento rappresentava anche per gli antisemiti italiani una formidabile "prova", mentre sul versante dell'immaginario collettivo, potente e pericoloso nell'Ottocento come oggi, si dava credito alla mitologia degli "omicidi rituali ebraici", l'accusa del sangue, appunto, esigendo azioni punitive a fronte di miti e leggende che non era ovviamente possibile provare. Già nel 1848, quando grazie a Carlo Alberto i diritti civili e la libertà di culto vennero concessi a ebrei e valdesi in Piemonte, i politici contrari affermarono che "un giorno sarebbe venuto nel quale costoro si sarebbero rivelati indegni di tali diritti". Diritti che, non a caso, sarebbero stati revocati agli ebrei con le leggi razziali imposte dal fascismo nel 1938 e 1939.

La ricostruzione di Marchi è puntuale e minuziosa, ma si appoggia su alcuni capisaldi: nel 1889, ad esempio, venne pubblicato a Trento un pamphlet firmato con uno pseudonimo, "La piaga ebraica". Ora Marchi mostra come la propaganda antisemita fosse direttamente collegata, quando non alimentata, dalle stesse gerarchie cattoliche che in quegli anni erano impegnate allo spasimo per difendere i confini e il potere dello Stato Vaticano. L'ebreo è un nemico, dal quale la difesa è legittima. E in molti casi è il capro espiatorio ideale, proprio alla luce della partecipazione di moltissimi ebrei ai movimenti risorgimentali. E il Trevigiano è la culla di questa battaglia, il luogo dove l'ostilità clericale antiebraica sembra coagularsi e diventa anche fisicamente leggibile su testate come "La Vita del Popolo" (il settimanale diocesano tuttora esistente a Treviso) o il quotidiano udinese "Il Cittadino italiano. Si propugna la "lotta santa" e si scrive, come fa Giuseppe Ponzian, "l'ebreo mostrossi sempre nemico dei cristiani... da tutte le quali considerazioni scaturisce la crescente preponderanza della stirpe ebrea, e il corrispondente decadimento degli stati cristiani, costretti a gemere sotto la coloro dominazione". Accusati di furto, spionaggio e antropofagia, gli ebrei italiani che per secoli avevano vissuto pacificamente nei diversi Stati venivano anche additati come colonne di un altro potere emergente, la massoneria. E, a completare il quadro, c'era l'accusa di diffondere la peste e altre epidemie. Il lavoro di Marchi si conclude con l'importante capitolo dedicato all'ambiziosa sfida di alcuni tra i vescovi e i prelati più illuminati: "cristianizzare" gli ebrei, sottraendo loro la possibilità di praticare la propria religione e l'educazione dei figli. Per capire in che modo l'antisemitismo poté rafforzarsi fino a produrre l'Olocausto, insomma, basta guardare a cento anni prima, e alla cattolicissima Italia dell'epoca.

Valerio Marchi
L''affaire Dreyfus e l''accusa del sangue"
La vivace polemica antiebraica della stampa cattolica udinese tra Otto e Novecento
Del Bianco editore
Pagine 190, euro 20