Cultura

"Ma l'Italia di prima non era migliore":
Cazzullo e l'invito a non piangersi addosso

In libreria il saggio dell'editorialista del Corriere della Sera. Il racconto di quello che siamo appena stati. Per ricordarci che solo trent'anni fa si viveva in un mondo molto meno ricco di strumenti e di occasioni. Un appello generazionale a prendersi la responsabilità di una nuova rivoluzione

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Un libro da leggere ai figli ma, forse, prima di tutto, a noi stessi. Perché "Basta piangere" (Strade Blu, Mondadori) di Aldo Cazzullo, editorialista e inviato del "Corriere della Sera", mette in fila tanti dati che i ragazzi di oggi dovrebbero sapere, ma che anche noi genitori dovremmo ripensare, di tanto in tanto. Perché a piangere su questi nostri tempi grami (immemori di quelli che abbiamo passato), siamo forse più noi adulti che i ragazzi. Forse, infatti, i nostri giovani hanno una percezione più "laica" della loro vita e del mondo difficile (ma anche più facilitato del nostro) che li circonda. Magari non avranno un lavoro fisso e una pensione, ma sanno (più o meno chiaramente) che il progresso straordinario degli ultimi decenni (internet in testa) ha dato loro possibilità comunicative globali che nessuna generazione ha avuto prima di loro. Vedono un futuro multietnico e diversamente economico, non facile da immaginare ma, forse, proprio grazie alla tecnologia, riusciranno a passarci attraverso senza le guerre e i genocidi perpetrati da generazioni appena precedenti alle nostre. Insomma, ha ragione Cazzullo che invita a non piangersi addosso, ma non sarei del tutto certo che le lacrime di oggi siano solo quelle dei giovani. La storia che Cazzullo racconta con passione, va letta ai ragazzi, ma, alla sera, di nascosto, faremmo bene a leggercela anche noi adulti. Per ricordare e capire tante cose.

Detto questo, quasi ad ogni riga incontri un ricordo, un momento che, probabilmente, avevi dimenticato di aver vissuto. Un fatto, un oggetto, un suono, una musica che ti aveva emozionato, aveva fatto parte della tua gioventù e che avevi sepolto in qualche punto della memoria. Fa bene, dunque, alla mente e al cuore, perché è impossibile non commuoversi rileggendo di Sandokan e Yanez, del "Corriere dei Piccoli", dei tennisti che andavano a rete prima che arrivassero gli "arrotini" di fondo campo, della Tv in bianco e nero, di Carosello e delle tante (poche ma importanti) cose che hanno riempito l'infanzia e la giovinezza di chi oggi ha tra i 50 e i 70 anni.

Per coloro invece, che quegli anni non li hanno vissuti perché non ancora non erano nati, a ogni riga c'è una scoperta di qualcosa (dai telefoni a gettone, alla vita ai tempi in cui non c'era il computer e si poteva vivere lo stesso) che li farà sorridere o forse, anche pensare con un qualche rispetto alle generazioni appena trascorse. Se non altro per come diavolo hanno fatto a sopravvivere...

Cazzullo ha un obiettivo semplice: spiegare e dimostrare che è inutile piangere sull'oggi, perché ieri non è stato meglio. Perché l'Italia dei sequestri di persona, della crisi petrolifera e delle domeniche a targhe alterne, della politica fatta di bombe e sporchi misteri, del terrorismo bombarolo e infiltrato, dei ragazzi che morivano come mosche nelle nostre città con una siringa piena d'eroina piantata in una vena, non era molto migliore di questa che viviamo. Anzi, era certamente più rozza, arretrata e ancora saldamente ancorata a princìpi e valori di un Paese contadino e appena postottocentesco. Cazzullo ce la racconta a lungo e, spesso, anche revocando i pranzi e le cene della sua infanzia: si mangiava tanto in quegli anni: primo, secondo, dolce, frutta e caffé. Era una dieta, scrive Cazzullo, adatta a un popolo che doveva lavorare la terra o stare all'altoforno. Dovevano ancora arrivare (e forse segnarono davvero il salto nella modernità con i suoi pro e i suoi contro) gli spuntini veloci in ufficio, il fastfood come cultura, l'abbandono delle pastasciutte e la scoperta di un modo del tutto diverso di mangiare.

Nella seconda parte, Cazzullo lancia una sorta di appello ai quarantenni, simboleggiati anche da personaggi come Fiorello e Jovanotti di cui ricorda la parabola verso il successo basata comunque sull'intelligenza e sul lavoro. E l'autore invita la sua generazione a cogliere l'occasione rivoluzionaria che potrebbe basarsi su nuovo legame tra ricchezza e lavoro, su un ritorno allo Stato come garante dei diritti di tutti, sulla capacità di coniugare responsabilità, impegno, lotta ai privilegi, valorizzazione delle differenze positive. Cose che una generazione potrebbe fare con la forza e le capacità di tanti, anche senza bisogno di cercare l'"Obama italiano". Una rivoluzione che, secondo l'autore, è già cominciata. E qui si torna al titolo del libro: inutile piangere e commiserarsi. Le generazioni precedenti non hanno avuto un mondo migliore di questo nel quale vivere. Usiamo, dice Cazzullo, meno luoghi comuni nel pensare, nel parlare e nello scrivere, proviamo a partire dal fatto che questo non sarà "il Bel Paese", ma è il "nostro Paese". E' quello che abbiamo e dal quale possiamo partire con la critica, il lavoro, la passione, per miglioralo. E, appunto, senza piangere.