Siamo tutti Don Chisciotte. Io, tu, voi: tutti. Lo poteva dire a ragion veduta il suo creatore, sicuramente lo può dire Francisco Rico, a cui dobbiamo una magistrale edizione critica del capolavoro di Miguel de Cervantes. E lo possiamo dire tutti, perché la grandezza del Don Quijote de la Mancha è esattamente questa: "Rappresenta una volta per tutte il punto d'incontro della vita e della letteratura, il crocevia tra verità e finzione. Ci riguarda tutti, perché tutti noi siamo creature narrative: ci raccontiamo ogni giorno a noi stessi, tra la speranza di un domani alla misura del nostro desiderio e la nostalgia del come avrebbe potuto essere il passato, a volte fuggendo dalla realtà e altre volte fuggendo verso la realtà".
Così dice il filologo e critico, figura quasi leggendaria della cultura spagnola. Ma Rico è di casa anche nel nostro paese: ha imparato il suo splendido italiano studiando Petrarca e Boccaccio, molti dei suoi libri sono tradotti da noi (tra gli altri ricordiamo L'uomo come microcosmo, Mulino; Il romanzo picaresco e il punto di vista, B. Mondadori e Il sogno dell'umanesimo, Einaudi) mentre il "suo"Don Chisciotte è arrivato a figurare tra i "Classici della letteratura mondiale" di Bompiani. Non per nulla è del Don Chisciotte - su cui terrà una lezione oggi al Circolo dei Lettori di Torino - che gli chiediamo conto.
Cervantes avrebbe potuto dire, come Flaubert di Madame Bovary, "Quijote c'est moi"...
"Certo. La più modesta azione quotidiana suppone immaginare un progetto e confrontarlo con le limitazioni e i condizionamenti imposti dalle circostanze: alla fine, è questa la storia che ci racconta Cervantes, concretandola in una trama e - a cominciare da Don Chisciotte - in alcuni personaggi, con ineguagliata capacità di seduzione".
Lei ha scritto che Don Chisciotte "non incarna un universale, ma lo inventa".
"In effetti crea l'archetipo del personaggio fatto di aspetti contrapposti, contraddittori o addirittura a prima vista incompatibili, e riesce ad ottenere un effetto irresistibilmente naturale, in modo tale che siamo costretti a guardarlo sul serio e non sul serio allo stesso tempo".
Don Chisciotte annuncia che la sua missione è di fare rinascere l'etica cavalleresca di cui tutto il romanzo sembra costituire la parodia. Che cos'era la cavalleria per Cervantes?
"Cervantes sapeva che non solo i romanzi cavallereschi, ma anche la stessa cavalleria erano simulazioni, finzioni, eppure li apprezzava ugualmente perché alimentavano i grandi ideali di eroismo che lo avevano entusiasmato in gioventù. Aveva combattuto come volontario a Lepanto e non smise mai di sentirsi un ex combattente. Ancora negli anni della maturità sognava che il re di Spagna dedicasse tutte le sue energie alla riconquista di Gerusalemme. Ma sapeva anche che ciò non era possibile e nemmeno consigliabile. Tutti questi atteggiamenti stanno al fondo del Chisciotte".
Nei vari tentativi di costituzione di un canone letterario Cervantes è sempre affiancato a Dante e a Shakespeare, quando ilDon Chisciottenon ha il primato assoluto...
"In un certo senso il primato delDon Chisciotte è un dato storico, un fatto oggettivo. Dante e Shakespeare hanno conosciuto epoche di luci e ombre: il romanzo di Cervantes è l'unico libro europeo che è stato ininterrottamente un bestseller e oggetto di profondo apprezzamento letterario durante ben quattro secoli. Forse a ciò ha contribuito il fatto che tra protagonista e lettore si instaura inevitabilmente un rapporto di simpatia e persino di "amicizia" chenon si verifica nell'opera degli altri due grandi geni".
Il Novecento, con Unamuno e Ortega, con Borges e Foucault, ha riconosciuto nel Don Chisciotte una grande parabola della condizione esistenziale dell'uomo nell'avventura della vita. Perché questo personaggio contiene una tale forza mitica ed esemplare?
"Credo che il tema di fondo del Chisciotte abbia a che fare piuttosto con le radici stesse del romanzesco come dimensione costitutiva dell'essere umano. Vivere è raccontare storie, storie più o meno riuscite. Don Chisciotte esemplifica al massimo grado questa dimensione narrativa della vita, e lo fa provocando in noi al tempo stesso il sorriso e l'adesione, facendo sì che lo osserviamo dalla prossimità delle nostre storie, ma anche dalla distanza rassicurante della finzione".
Perché Don Chisciotte nasce in Spagna e non, ad esempio, in Italia o in Francia?
"Direi che il Chisciottepoteva nascere solo in Spagna o in Inghilterra, dove in effetti è nato una seconda volta perché vi ha avuto una fortuna e un prestigio senza paragone nel Seicento e ha aperto la strada ai primi grandi romanzi realisti. Francia e Italia erano troppo dominate dagli ideali classicistici per concepire un libro così eterodosso. Ma la Francia si arrese presto ai pregi del romanzo, che ebbe un successo straordinario. Invece in ItaliaDon Chisciotte è stato apprezzato solo dopo il Romanticismo: un fenomeno che, da una prospettiva europea, è così anomalo da non poter che risalire alla specificità della tradizione classicista italiana".
Qual è la cifra stilistica del romanzo?
"Il Chisciotte non è tanto "scritto" quanto "detto", steso senza sottostare alle costrizioni della scrittura, ma lasciando correre la penna come se fosse la voce, quindi con lo stile della lingua quotidiana e contro la lingua letteraria. Le persone e le cose, viste sotto il prisma domestico della vita, da una prospettiva familiare, vivono sul piano dell'esperienza di ogni giorno: avere elevato questa esperienza comune a norma della finzione romanzesca rappresenta un momento di capitale importanza nell'avventura letteraria europea".
Lei prende le distanze "dalla critica alla moda di qualche anno fa", a cominciare dallo strutturalismo. Qual è, a suo giudizio, il compito del critico?
"C'è la filologia, piccola o grande, c'è la storia letteraria, più degna di attenzione quando sfocia nella storiatout court, e c'è la poetica, oggi divenuta teoria. A me la critica letteraria interessa solo se spiega l'esperienza reale del lettore reale".
Così dice il filologo e critico, figura quasi leggendaria della cultura spagnola. Ma Rico è di casa anche nel nostro paese: ha imparato il suo splendido italiano studiando Petrarca e Boccaccio, molti dei suoi libri sono tradotti da noi (tra gli altri ricordiamo L'uomo come microcosmo, Mulino; Il romanzo picaresco e il punto di vista, B. Mondadori e Il sogno dell'umanesimo, Einaudi) mentre il "suo"Don Chisciotte è arrivato a figurare tra i "Classici della letteratura mondiale" di Bompiani. Non per nulla è del Don Chisciotte - su cui terrà una lezione oggi al Circolo dei Lettori di Torino - che gli chiediamo conto.
Cervantes avrebbe potuto dire, come Flaubert di Madame Bovary, "Quijote c'est moi"...
"Certo. La più modesta azione quotidiana suppone immaginare un progetto e confrontarlo con le limitazioni e i condizionamenti imposti dalle circostanze: alla fine, è questa la storia che ci racconta Cervantes, concretandola in una trama e - a cominciare da Don Chisciotte - in alcuni personaggi, con ineguagliata capacità di seduzione".
Lei ha scritto che Don Chisciotte "non incarna un universale, ma lo inventa".
"In effetti crea l'archetipo del personaggio fatto di aspetti contrapposti, contraddittori o addirittura a prima vista incompatibili, e riesce ad ottenere un effetto irresistibilmente naturale, in modo tale che siamo costretti a guardarlo sul serio e non sul serio allo stesso tempo".
Don Chisciotte annuncia che la sua missione è di fare rinascere l'etica cavalleresca di cui tutto il romanzo sembra costituire la parodia. Che cos'era la cavalleria per Cervantes?
"Cervantes sapeva che non solo i romanzi cavallereschi, ma anche la stessa cavalleria erano simulazioni, finzioni, eppure li apprezzava ugualmente perché alimentavano i grandi ideali di eroismo che lo avevano entusiasmato in gioventù. Aveva combattuto come volontario a Lepanto e non smise mai di sentirsi un ex combattente. Ancora negli anni della maturità sognava che il re di Spagna dedicasse tutte le sue energie alla riconquista di Gerusalemme. Ma sapeva anche che ciò non era possibile e nemmeno consigliabile. Tutti questi atteggiamenti stanno al fondo del Chisciotte".
Nei vari tentativi di costituzione di un canone letterario Cervantes è sempre affiancato a Dante e a Shakespeare, quando ilDon Chisciottenon ha il primato assoluto...
"In un certo senso il primato delDon Chisciotte è un dato storico, un fatto oggettivo. Dante e Shakespeare hanno conosciuto epoche di luci e ombre: il romanzo di Cervantes è l'unico libro europeo che è stato ininterrottamente un bestseller e oggetto di profondo apprezzamento letterario durante ben quattro secoli. Forse a ciò ha contribuito il fatto che tra protagonista e lettore si instaura inevitabilmente un rapporto di simpatia e persino di "amicizia" chenon si verifica nell'opera degli altri due grandi geni".
Il Novecento, con Unamuno e Ortega, con Borges e Foucault, ha riconosciuto nel Don Chisciotte una grande parabola della condizione esistenziale dell'uomo nell'avventura della vita. Perché questo personaggio contiene una tale forza mitica ed esemplare?
"Credo che il tema di fondo del Chisciotte abbia a che fare piuttosto con le radici stesse del romanzesco come dimensione costitutiva dell'essere umano. Vivere è raccontare storie, storie più o meno riuscite. Don Chisciotte esemplifica al massimo grado questa dimensione narrativa della vita, e lo fa provocando in noi al tempo stesso il sorriso e l'adesione, facendo sì che lo osserviamo dalla prossimità delle nostre storie, ma anche dalla distanza rassicurante della finzione".
Perché Don Chisciotte nasce in Spagna e non, ad esempio, in Italia o in Francia?
"Direi che il Chisciottepoteva nascere solo in Spagna o in Inghilterra, dove in effetti è nato una seconda volta perché vi ha avuto una fortuna e un prestigio senza paragone nel Seicento e ha aperto la strada ai primi grandi romanzi realisti. Francia e Italia erano troppo dominate dagli ideali classicistici per concepire un libro così eterodosso. Ma la Francia si arrese presto ai pregi del romanzo, che ebbe un successo straordinario. Invece in ItaliaDon Chisciotte è stato apprezzato solo dopo il Romanticismo: un fenomeno che, da una prospettiva europea, è così anomalo da non poter che risalire alla specificità della tradizione classicista italiana".
Qual è la cifra stilistica del romanzo?
"Il Chisciotte non è tanto "scritto" quanto "detto", steso senza sottostare alle costrizioni della scrittura, ma lasciando correre la penna come se fosse la voce, quindi con lo stile della lingua quotidiana e contro la lingua letteraria. Le persone e le cose, viste sotto il prisma domestico della vita, da una prospettiva familiare, vivono sul piano dell'esperienza di ogni giorno: avere elevato questa esperienza comune a norma della finzione romanzesca rappresenta un momento di capitale importanza nell'avventura letteraria europea".
Lei prende le distanze "dalla critica alla moda di qualche anno fa", a cominciare dallo strutturalismo. Qual è, a suo giudizio, il compito del critico?
"C'è la filologia, piccola o grande, c'è la storia letteraria, più degna di attenzione quando sfocia nella storiatout court, e c'è la poetica, oggi divenuta teoria. A me la critica letteraria interessa solo se spiega l'esperienza reale del lettore reale".