PARIGI - "Ho un perenne quarto d'ora di ritardo sulla vita". Pierre Lemaitre, trafelato e arruffato, si scusa per essere arrivato qualche minuto dopo l'orario previsto. "Sono giornate insolitamente frenetiche per me". Il tempo è un problema, per la prima volta in vita sua. L'ufficio stampa ha fissato interviste ogni mezz'ora, a ritmo da catena di montaggio. E in mezzo, deve rispondere alle telefonate dei grandi cultura francese, al presidente François Hollande che lo ha invitato all'Eliseo. "Sa com'è, devo ancora abituarmi alla mia nuova identità di rockstar".
Lo scherzo è l'unico modo per esorcizzare le possibili ricadute di una improvvisa promozione sociale, da scrittore di noir a vincitore del premio Goncourt con Ci rivediamo lassù, storia di due reduci della prima guerra mondiale, in uscita a gennaio per Mondadori. A sessantadue anni, Lemaitre si trova tra gli scrittori "veri". Proprio lui, che ha pubblicato il suo primo romanzo, Travail soigné, a 56 anni, dopo una vita passata a insegnare letteratura nelle biblioteche comunali. Una vocazione tardiva, un successo ai tempi supplementari, che fa molto pensare alla parabola del nostro Andrea Camilleri.
Non c'è più religione: per la prima volta uno scrittore di polar vince il Goncourt. Come è stato possibile?
"Me lo chiedo anch'io... È comunque una buona notizia per la nostra professione. Esiste purtroppo un vecchio pregiudizio secondo il quale se scrivi un romanzo giallo sei un autore, mentre se fai la letteratura "bianca" sei un vero scrittore. Ora forse questa artificiale distinzione di genere sarà superata".
Come ci si sente a riuscire là dove Georges Simenon ha fallito?
"Simenon avrebbe sicuramente potuto ambire al premio, ma purtroppo non l'hamai ottenuto. Comunque, nella mia attuale posizione, fare oggi il processo all'accademia del Goncourt mi sembrerebbe di cattivo gusto".
Ci rivediamo lassù non è un polar, ma è comunque un romanzo "popolare" come hanno detto alcuni critici?
"Definizione ambigua. Il suo contrario sarebbe la letteratura elitista, confidenziale, intimista? Si rischia subito di cadere in un dualismo offensivo per gli uni e per gli altri. Ma se la letteratura popolare è rappresentata da scrittori come Victor Hugo, Alexandre Dumas o Alessandro Manzoni, allora sarei fiero di appartenere a questa definizione".
Lavoro a mano armata, da poco pubblicato in Italia da Fazi, parla della disperazione di Alain Delambre, un dirigentecinquantenne, finito nel calderone dei disoccupati "senior". Quanto è importante la critica sociale nei suoi libri?
"Lavoro a mano armataè costruito come un thriller ma è un attacco esplicito contro il capitalismo, almeno questo capitalismo così cieco, brutale, implacabile, che espelle uomini e donne come fossero rifiuti, licenziati solo per far guadagnare agli azionisti un pochino di soldi in più. Il romanzo è anche una critica del management, una delle grandi truffe delnostro secolo".
Dov'è l'inganno?
"Nelle democrazie le istituzioni devono ottenere l'adesione popolare manipolando l'opinione pubblica. Nel mondo delle imprese il consenso si conquista con le tecniche di management, facendo in modo che dirigenti e impiegati facciano esattamente ciò che vuole l'élite".
Fino a chiedere ai dirigenti di allenarsi alla gestione dello stress fingendo un sequestro di persona, come racconta in Lavoro a mano armata?
"È un fatto realmente accaduto in un'azienda francese. Ci sono stati ricorsi dei sindacati che sono arrivati fino in Cassazione. Alla fine, l'impresa è stata condannata. Nel romanzo è uno spunto per raccontare come, simbolicamente, il management si arroga un potere di vita o di morte sui lavoratori".
La sua Francia: un paese con milioni di disoccupati, che danza sull'orlo di un vulcano. Non è troppo pessimista?
"Viviamo ormai in un sistema che esclude gran parte della popolazione. I giovani da una parte e i vecchi dall'altra. In mezzo ci sono le donne, che sono sempre le prime a pagare il prezzo delle crisi. Quasi due terzi della società è oppressa da una minoranza estremamente ristretta che detiene tutto, ricchezza e potere. Non so fare previsioni, ma mi sembra probabile che questo vulcano sociale esploda prima o poi".
In Ci rivediamo lassù rievoca invece la Francia di un secolo fa sottolineando analogie con la nostra epoca.
"Allora la Francia usciva da una guerra. Il conflitto economico di oggi non fa meno vittime. Cento anni fa, il sistema sociale è entrato in panne. Non siamo stati capaci di trovare un posto ai soldati sopravvissuti alla prima guerra mondiale che pure avevano combattuto per quattro anni nella barbarie e alla fine avevano pure vinto. I protagonisti di Ci rivediamo lassù tornano dal fronte e non vengono reinseriti, nonostante i loro straordinari meriti. La stessa cosa accade a uomini come Alain Delambre: un buon soldato del capitalismo che si ritrova improvvisamente ai margini".
Lei è anche sceneggiatore. Cerca una scrittura cinematografica?
"Quando inizio un libro visualizzo prima i personaggi, le situazioni. Per me scrivere è soprattutto descrivere. Parlando dei miei libri mi capita spesso di dire "scena" anziché "capitolo"".
Scegliendo di parlare della prima guerra mondiale ha avuto paura del confronto con tanti capolavori del passato?
"Non ho riletto nulla. Tutt'al più ho sfogliato i grandi romanzi che avevo scoperto da adolescente. Se avessi davvero riaperto i libri di Henri Barbusse, Roger Martin du Gard o Céline il mio progetto sarebbe sicuramente morto prima di cominciare ".
Céline, tra l'altro, nel 1932 non vinse il Goncourt.
"Perse contro l'ormai dimenticato Guy Mazeline che aveva scritto un libro forse stimabile ma senza la forza inaudita di Viaggio al termine della notte".
Iniziare a cinquantasei anni è stato un azzardo?
"Può essere. Ma dentro alla mia scrittura c'è la somma di tutto ciò che ho letto, studiato, insegnato. Forse anche il mio bagaglio esistenziale di fallimenti e successi. Paradossalmente, non ho mai dovuto scrivere il mio primo romanzo, quello in cui devi liberarti di dèmoni ed egocentrismi. Ci sono passaggi diCi vediamo lassùche non avrei potuto concepire a trentacinque anni. Invecchiare ha pochi vantaggi. Uno di questi, almeno per uno scrittore, è l'esperienza".
Lo scherzo è l'unico modo per esorcizzare le possibili ricadute di una improvvisa promozione sociale, da scrittore di noir a vincitore del premio Goncourt con Ci rivediamo lassù, storia di due reduci della prima guerra mondiale, in uscita a gennaio per Mondadori. A sessantadue anni, Lemaitre si trova tra gli scrittori "veri". Proprio lui, che ha pubblicato il suo primo romanzo, Travail soigné, a 56 anni, dopo una vita passata a insegnare letteratura nelle biblioteche comunali. Una vocazione tardiva, un successo ai tempi supplementari, che fa molto pensare alla parabola del nostro Andrea Camilleri.
Non c'è più religione: per la prima volta uno scrittore di polar vince il Goncourt. Come è stato possibile?
"Me lo chiedo anch'io... È comunque una buona notizia per la nostra professione. Esiste purtroppo un vecchio pregiudizio secondo il quale se scrivi un romanzo giallo sei un autore, mentre se fai la letteratura "bianca" sei un vero scrittore. Ora forse questa artificiale distinzione di genere sarà superata".
Come ci si sente a riuscire là dove Georges Simenon ha fallito?
"Simenon avrebbe sicuramente potuto ambire al premio, ma purtroppo non l'hamai ottenuto. Comunque, nella mia attuale posizione, fare oggi il processo all'accademia del Goncourt mi sembrerebbe di cattivo gusto".
Ci rivediamo lassù non è un polar, ma è comunque un romanzo "popolare" come hanno detto alcuni critici?
"Definizione ambigua. Il suo contrario sarebbe la letteratura elitista, confidenziale, intimista? Si rischia subito di cadere in un dualismo offensivo per gli uni e per gli altri. Ma se la letteratura popolare è rappresentata da scrittori come Victor Hugo, Alexandre Dumas o Alessandro Manzoni, allora sarei fiero di appartenere a questa definizione".
Lavoro a mano armata, da poco pubblicato in Italia da Fazi, parla della disperazione di Alain Delambre, un dirigentecinquantenne, finito nel calderone dei disoccupati "senior". Quanto è importante la critica sociale nei suoi libri?
"Lavoro a mano armataè costruito come un thriller ma è un attacco esplicito contro il capitalismo, almeno questo capitalismo così cieco, brutale, implacabile, che espelle uomini e donne come fossero rifiuti, licenziati solo per far guadagnare agli azionisti un pochino di soldi in più. Il romanzo è anche una critica del management, una delle grandi truffe delnostro secolo".
Dov'è l'inganno?
"Nelle democrazie le istituzioni devono ottenere l'adesione popolare manipolando l'opinione pubblica. Nel mondo delle imprese il consenso si conquista con le tecniche di management, facendo in modo che dirigenti e impiegati facciano esattamente ciò che vuole l'élite".
Fino a chiedere ai dirigenti di allenarsi alla gestione dello stress fingendo un sequestro di persona, come racconta in Lavoro a mano armata?
"È un fatto realmente accaduto in un'azienda francese. Ci sono stati ricorsi dei sindacati che sono arrivati fino in Cassazione. Alla fine, l'impresa è stata condannata. Nel romanzo è uno spunto per raccontare come, simbolicamente, il management si arroga un potere di vita o di morte sui lavoratori".
La sua Francia: un paese con milioni di disoccupati, che danza sull'orlo di un vulcano. Non è troppo pessimista?
"Viviamo ormai in un sistema che esclude gran parte della popolazione. I giovani da una parte e i vecchi dall'altra. In mezzo ci sono le donne, che sono sempre le prime a pagare il prezzo delle crisi. Quasi due terzi della società è oppressa da una minoranza estremamente ristretta che detiene tutto, ricchezza e potere. Non so fare previsioni, ma mi sembra probabile che questo vulcano sociale esploda prima o poi".
In Ci rivediamo lassù rievoca invece la Francia di un secolo fa sottolineando analogie con la nostra epoca.
"Allora la Francia usciva da una guerra. Il conflitto economico di oggi non fa meno vittime. Cento anni fa, il sistema sociale è entrato in panne. Non siamo stati capaci di trovare un posto ai soldati sopravvissuti alla prima guerra mondiale che pure avevano combattuto per quattro anni nella barbarie e alla fine avevano pure vinto. I protagonisti di Ci rivediamo lassù tornano dal fronte e non vengono reinseriti, nonostante i loro straordinari meriti. La stessa cosa accade a uomini come Alain Delambre: un buon soldato del capitalismo che si ritrova improvvisamente ai margini".
Lei è anche sceneggiatore. Cerca una scrittura cinematografica?
"Quando inizio un libro visualizzo prima i personaggi, le situazioni. Per me scrivere è soprattutto descrivere. Parlando dei miei libri mi capita spesso di dire "scena" anziché "capitolo"".
Scegliendo di parlare della prima guerra mondiale ha avuto paura del confronto con tanti capolavori del passato?
"Non ho riletto nulla. Tutt'al più ho sfogliato i grandi romanzi che avevo scoperto da adolescente. Se avessi davvero riaperto i libri di Henri Barbusse, Roger Martin du Gard o Céline il mio progetto sarebbe sicuramente morto prima di cominciare ".
Céline, tra l'altro, nel 1932 non vinse il Goncourt.
"Perse contro l'ormai dimenticato Guy Mazeline che aveva scritto un libro forse stimabile ma senza la forza inaudita di Viaggio al termine della notte".
Iniziare a cinquantasei anni è stato un azzardo?
"Può essere. Ma dentro alla mia scrittura c'è la somma di tutto ciò che ho letto, studiato, insegnato. Forse anche il mio bagaglio esistenziale di fallimenti e successi. Paradossalmente, non ho mai dovuto scrivere il mio primo romanzo, quello in cui devi liberarti di dèmoni ed egocentrismi. Ci sono passaggi diCi vediamo lassùche non avrei potuto concepire a trentacinque anni. Invecchiare ha pochi vantaggi. Uno di questi, almeno per uno scrittore, è l'esperienza".