Torna Bacci Pagano, detective dei carruggi
Uno "Spaventapasseri" contro il crimine
Stefano Bigazzi, di STEFANO BIGAZZI
In libreria (per Garzanti) l'ottavo romanzo dell'investigatore privato genovese creato da Bruno Morchio. Un personaggio scomodo e umanissimo, profondamente legato alla sua città e alle sue origini operaie e partigiane. Un giallo "politico". Chi vuol fermare il candidato senatore?
Molti, a Genova (e non solo) hanno respirato con sollievo: Bacci Pagano è tornato. Evidentemente il personaggio ideato da Bruno Morchio piace e qualcuno, non solo nella città del "detective dei carruggi", sembrava essersi spaventato quando, mesi fa, in libreria era giunto "Il profumo delle bugie", bel romanzo di ampio respiro, si potrebbe dire il profumo dei Buddenbrook. Ma dentro, tra le pagine, Bacci non c'era, così si è materializzato il timore che l'investigatore che molto ha appreso da Pepe Carvalho (tanto che Bruno Morchio, che dichiaratamente si è ispirato anche allo scrittore spagnolo, ha combinato un incontro tra Manuel Vazquez Montalban e Bacci Pagano a Bangkok, teatro di una delle avventure dell'annusapatte gallego) fosse uscito di scena.
Dunque niente paura, Bacci è tornato. L'ultima fatica del suo creatore ha per titolo "Lo spaventapasseri (Garzanti, 256 pagine, 16,60 euro). E lui fa ormai parte del buon g…
Dunque niente paura, Bacci è tornato. L'ultima fatica del suo creatore ha per titolo "Lo spaventapasseri (Garzanti, 256 pagine, 16,60 euro). E lui fa ormai parte del buon g…
Molti, a Genova (e non solo) hanno respirato con sollievo: Bacci Pagano è tornato. Evidentemente il personaggio ideato da Bruno Morchio piace e qualcuno, non solo nella città del "detective dei carruggi", sembrava essersi spaventato quando, mesi fa, in libreria era giunto "Il profumo delle bugie", bel romanzo di ampio respiro, si potrebbe dire il profumo dei Buddenbrook. Ma dentro, tra le pagine, Bacci non c'era, così si è materializzato il timore che l'investigatore che molto ha appreso da Pepe Carvalho (tanto che Bruno Morchio, che dichiaratamente si è ispirato anche allo scrittore spagnolo, ha combinato un incontro tra Manuel Vazquez Montalban e Bacci Pagano a Bangkok, teatro di una delle avventure dell'annusapatte gallego) fosse uscito di scena.
Dunque niente paura, Bacci è tornato. L'ultima fatica del suo creatore ha per titolo "Lo spaventapasseri (Garzanti, 256 pagine, 16,60 euro). E lui fa ormai parte del buon gruppo di investigatori (pubblici o privati) locali: quelli, un po' figli di Montalbano, creati da Maurizio Di Giovanni (a Napoli), Marco Vichi (a Firenze), Marco Malvaldi (litorale toscano) e diversi altri che parlano pensano in dialetto e si muovono nella pancia profonda dell'Italia dei campanili e delle mille culture. Il suo creatore, Bruno Morchio, psicologo di professione e scrittore sempre più professionale, non gli è molto dissimile: vive tra i tetti del Carmine (il quartiere di Don Gallo) ed è figlio di quelle belle commistioni tra popolare e colto che la Genova operaia e di sinistra ha saputo costruire col tempo e con l'età. E dai suoi gialli c'è già chi lavora per trarne una fiction televisiva.
Le storie di Bacci Pagano sono arrivate a quota otto (più un libro di racconti). Il "detective dei caruggi" gira in Vespa (se proprio deve, in alternativa ha a disposizione un Maggiolino), misura a piedi il centro storico della sua città (lo studio-abitazione è dove un tempo anche il suo autore ha vissuto e lavorato) e si imbatte quasi stancamente negli ingaggi che il caso o la necessità gli offrono. Senza entusiasmo, il lavoro è lavoro: e Bacci lo esegue con professionale aplomb, senza vestire i panni teatrali di un Marlowe o di chi sa quale collega hard boiled, cicche in bocca whiskey e pistola nel cassetto della scrivania o sulla scrivania o in tasca. A Bacci Pagano le armi piaccio poco e nulla, le indossa senza entusiasmo, corredo tecnico si direbbe: si è fatto cinque anni di carcere di massima sicurezza per aver raccolto una pistola in una manifestazione - metà anni settanta, entra in vigore la legge Reale, tra l'altro - e aver cercato di gettarla lontano da chi avrebbe potuto usarla. Leggerezza, ingenuità, passione. Preso, processato e condannato. Dieci anni, la metà dentro e l'altra scampata grazie al peso politico e giuridico dell'avvocato Almansi, principe del foro e padre di un amico, un grande amico di Bacci.
Ed è per questo sconto, cinque anni di vita ritrovata, che Bacci accetta la proposta di Cesare Almansi, pure avvocato, per indagare su chi stia minacciandolo perché non si candidi al Senato. Cesare Almansi è il volto pulito della sinistra genovese, piace, ha argomenti, ha idee e contenuti. Questo a Bacci (che pure ha radici profonde nella sinistra operaia e partigiana da cui viene la sua famiglia) interessa poco, esegue. Gratuitamente, quale debito di riconoscenza. Ma un indizio tira l'altro, una passeggiata tra i vicoli, una parola di troppo e una di meno innescano un domino di ricordi, sensazioni, suggestioni. Bacci Pagano, investigatore privato (uomo privato dei sentimenti: troppi, tanto da averne quasi terrore), non si limita a onorare qualsiasi contratto, spiega ai suoi committenti (e o ai suoi avversari) di aver bisogno di più di altro. Cerca la verità. Maiuscola, astratta e assoluta. Da qualche parte c'è, sostiene Bacci Pagano, non la si può abbandonare come un fazzoletto di carta usato, e allora indaga, scoperchia, scava, gratta. Conquista nemici e allontana amici, in una storia di rancori, omissioni e con dentro un curioso amore.
L'amore di uno spaventapasseri per una donna bionda e azzurra. Perché Bacci comincia a pensare che qualcuno lo stia usando come un fantoccio per allontanare gli uccellini molesti e ladri: anche gli amici più cari hanno qualcosa da nascondere, scopre Pagano, appesantito in qualche sua movenza dal peso dei ricordi e da qualche accesso alcolico (ci vada piano, Bruno, o lo farà scomparire il suo personaggio in una clinica...). E a Bacci Pagano, interpretare la parte del burattino, con o senza fili no, non va. A costo di perdere clienti, amici e nemici, amore e amor proprio. Sfigato ma libero. Bella soddisfazione. Ma, almeno, libero tra le strade di casa, dove trovare ispirazione, conforto: i romanzi di Bruno Morchio hanno quale scenario Genova, di case e creuze e vicoli e persino cielo, quando lo si può intravedere, percorso dal vento (ogni indagine è accompagnata dal soffio di qualcosa: burian (la buriana, il vento dell'immensità fredda sarmatica), scirocco, anche l'assenza di vento, macaia, ha un senso per i genovesi) che disegna le ombre e illumina gli incroci.
In tutto questo si sta comunque parlando di un giallo intenso e permeabile. Vi si entra dentro, volendo a capofitto ma il più delle volte con certo riserbo e si partecipa. Tanto Bacci Pagano ha relativa voglia di investigare, quanto il lettore ne avrà di perdersi nei meandri dell'intreccio, perfetto. Una storia dal finale inatteso (per chi non ha letto le puntate precedenti) e coerente. Un finale che lascia, per forza di cose, aperta la porta alla prossima storia di Bacci. Morchio assicura che l'ha già tutta in testa.
Dunque niente paura, Bacci è tornato. L'ultima fatica del suo creatore ha per titolo "Lo spaventapasseri (Garzanti, 256 pagine, 16,60 euro). E lui fa ormai parte del buon gruppo di investigatori (pubblici o privati) locali: quelli, un po' figli di Montalbano, creati da Maurizio Di Giovanni (a Napoli), Marco Vichi (a Firenze), Marco Malvaldi (litorale toscano) e diversi altri che parlano pensano in dialetto e si muovono nella pancia profonda dell'Italia dei campanili e delle mille culture. Il suo creatore, Bruno Morchio, psicologo di professione e scrittore sempre più professionale, non gli è molto dissimile: vive tra i tetti del Carmine (il quartiere di Don Gallo) ed è figlio di quelle belle commistioni tra popolare e colto che la Genova operaia e di sinistra ha saputo costruire col tempo e con l'età. E dai suoi gialli c'è già chi lavora per trarne una fiction televisiva.
Le storie di Bacci Pagano sono arrivate a quota otto (più un libro di racconti). Il "detective dei caruggi" gira in Vespa (se proprio deve, in alternativa ha a disposizione un Maggiolino), misura a piedi il centro storico della sua città (lo studio-abitazione è dove un tempo anche il suo autore ha vissuto e lavorato) e si imbatte quasi stancamente negli ingaggi che il caso o la necessità gli offrono. Senza entusiasmo, il lavoro è lavoro: e Bacci lo esegue con professionale aplomb, senza vestire i panni teatrali di un Marlowe o di chi sa quale collega hard boiled, cicche in bocca whiskey e pistola nel cassetto della scrivania o sulla scrivania o in tasca. A Bacci Pagano le armi piaccio poco e nulla, le indossa senza entusiasmo, corredo tecnico si direbbe: si è fatto cinque anni di carcere di massima sicurezza per aver raccolto una pistola in una manifestazione - metà anni settanta, entra in vigore la legge Reale, tra l'altro - e aver cercato di gettarla lontano da chi avrebbe potuto usarla. Leggerezza, ingenuità, passione. Preso, processato e condannato. Dieci anni, la metà dentro e l'altra scampata grazie al peso politico e giuridico dell'avvocato Almansi, principe del foro e padre di un amico, un grande amico di Bacci.
Ed è per questo sconto, cinque anni di vita ritrovata, che Bacci accetta la proposta di Cesare Almansi, pure avvocato, per indagare su chi stia minacciandolo perché non si candidi al Senato. Cesare Almansi è il volto pulito della sinistra genovese, piace, ha argomenti, ha idee e contenuti. Questo a Bacci (che pure ha radici profonde nella sinistra operaia e partigiana da cui viene la sua famiglia) interessa poco, esegue. Gratuitamente, quale debito di riconoscenza. Ma un indizio tira l'altro, una passeggiata tra i vicoli, una parola di troppo e una di meno innescano un domino di ricordi, sensazioni, suggestioni. Bacci Pagano, investigatore privato (uomo privato dei sentimenti: troppi, tanto da averne quasi terrore), non si limita a onorare qualsiasi contratto, spiega ai suoi committenti (e o ai suoi avversari) di aver bisogno di più di altro. Cerca la verità. Maiuscola, astratta e assoluta. Da qualche parte c'è, sostiene Bacci Pagano, non la si può abbandonare come un fazzoletto di carta usato, e allora indaga, scoperchia, scava, gratta. Conquista nemici e allontana amici, in una storia di rancori, omissioni e con dentro un curioso amore.
L'amore di uno spaventapasseri per una donna bionda e azzurra. Perché Bacci comincia a pensare che qualcuno lo stia usando come un fantoccio per allontanare gli uccellini molesti e ladri: anche gli amici più cari hanno qualcosa da nascondere, scopre Pagano, appesantito in qualche sua movenza dal peso dei ricordi e da qualche accesso alcolico (ci vada piano, Bruno, o lo farà scomparire il suo personaggio in una clinica...). E a Bacci Pagano, interpretare la parte del burattino, con o senza fili no, non va. A costo di perdere clienti, amici e nemici, amore e amor proprio. Sfigato ma libero. Bella soddisfazione. Ma, almeno, libero tra le strade di casa, dove trovare ispirazione, conforto: i romanzi di Bruno Morchio hanno quale scenario Genova, di case e creuze e vicoli e persino cielo, quando lo si può intravedere, percorso dal vento (ogni indagine è accompagnata dal soffio di qualcosa: burian (la buriana, il vento dell'immensità fredda sarmatica), scirocco, anche l'assenza di vento, macaia, ha un senso per i genovesi) che disegna le ombre e illumina gli incroci.
In tutto questo si sta comunque parlando di un giallo intenso e permeabile. Vi si entra dentro, volendo a capofitto ma il più delle volte con certo riserbo e si partecipa. Tanto Bacci Pagano ha relativa voglia di investigare, quanto il lettore ne avrà di perdersi nei meandri dell'intreccio, perfetto. Una storia dal finale inatteso (per chi non ha letto le puntate precedenti) e coerente. Un finale che lascia, per forza di cose, aperta la porta alla prossima storia di Bacci. Morchio assicura che l'ha già tutta in testa.