"L'esplodere dei populismi, in Italia e in Europa? Mi viene in mente l'esempio della pentola a pressione: ogni tanto bisogna fare in modo che le pulsioni che provengono dal basso possano esprimersi, altrimenti il rischio è che salti tutto per aria". Dieci anni fa Yves Mény è stato tra i primi intellettuali a studiare la nuova moda populista in Europa con un'opera ritenuta fondamentale (Populismo e democrazia, scritto con Yves Surel, il Mulino).
Ma se allora il suo sguardo appariva molto critico nei confronti di movimenti che minano la democrazia, oggi il giudizio non è certo più indulgente, però con un'accentuazione diversa, più orientata sulle cause che li alimentano. "Non basta condannarli. È vero che i populismi hanno tutti i difetti del mondo, però sono un campanello d'allarme cheva ascoltato".
Ora le piazze sono invase dai "forconi".
"Sì, non mi sorprende che a impadronirsene siano forze populiste di segno diverso, dai berlusconiani ai grillini. Ma il movimento dei forconi assomiglia di più alla rivolta guidata da Poujade in Francia il 1955 e il 1956: piccoli commercianti e artigiani che non erano in grado di adattarsi ai cambiamenti sociali e economici. Un fenomeno diverso dal populismo classico, che comunque aspira al potere".
Perché l'Italia è preda dei vari populismi?
"Il sistema è bloccato da troppo tempo. E la classe politica si rifiuta di riformare se stessa. Da Mani Pulite a oggi abbiamo assistito a una serie di tentativi di riforme, tutti falliti. Da qui i messaggi sempre più forti mandati dal popolo italiano. Anche messaggi poco coerenti, dettati dalla disperazione".
Un tratto che accomuna i diversi populismi, in Italia e in Europa, è l'antieuropeismo.
"Qui interviene la crisi dello Stato nazionale. Fino agli anni Settanta e Ottanta, abbiamo avuto una coincidenza quasi perfetta tra potere nazionale, potere politico e potere economico. Un governo scelto dal popolo poteva svalutare la moneta, sorvegliare le frontiere. Oggi non è più così. Qualsiasi governo in Europa non ha più la capacità di controllare l'insieme delle politiche dentro i propri confini. Ne deriva un enorme disagio per la collettività".
Così l'autorità di Bruxelles diventa bersaglio della protesta.
"Sì, anche perché, se non si condivide una decisione europea, non c'è alcun modo di esprimere dissenso. Il Parlamento europeo è un'istituzione fondata sul consenso, un sistema di grande coalizione permanente. E le grandi coalizioni hanno l'effetto quasi meccanico di accentuare comportamenti estremi".
Ma non c'è il rischio che alle prossime elezioni europee si affermino le forze antieuropeiste?
"È vero che i supporter dell'Europa sono sempre più in minoranza - il caso italiano è emblematico - ma non mi lascerei andare a profezie catastrofiche. Anzi nel lungo periodo potremmo ricavarne qualche vantaggio in termini di limpidezza. Si potrebbe infatti verificare una situazione simile a quella americana agli inizi dell'Ottocento: la divisione tra federalisti e antifederalisti. Oggi questa distinzione attraversa gli stessi partiti, divisi tra un'ala europeista e un'ala scettica".
Cosa può fare l'Europa per fermare il virus populista?
"Qualcosa ci possono insegnare gli Stati Uniti, il paese in cui il populismo è nato. La soluzione è stata quella di permettere a queste pulsioni di esprimersi a livello locale, dove si possono votare progetti di legge divergenti dalle decisioni federali. È successo con i matrimoni omosessuali o con l'uso della cannabis. Bisogna trovare il modo di far sfogare gli umori in ebollizione".
Ma se allora il suo sguardo appariva molto critico nei confronti di movimenti che minano la democrazia, oggi il giudizio non è certo più indulgente, però con un'accentuazione diversa, più orientata sulle cause che li alimentano. "Non basta condannarli. È vero che i populismi hanno tutti i difetti del mondo, però sono un campanello d'allarme cheva ascoltato".
Ora le piazze sono invase dai "forconi".
"Sì, non mi sorprende che a impadronirsene siano forze populiste di segno diverso, dai berlusconiani ai grillini. Ma il movimento dei forconi assomiglia di più alla rivolta guidata da Poujade in Francia il 1955 e il 1956: piccoli commercianti e artigiani che non erano in grado di adattarsi ai cambiamenti sociali e economici. Un fenomeno diverso dal populismo classico, che comunque aspira al potere".
Perché l'Italia è preda dei vari populismi?
"Il sistema è bloccato da troppo tempo. E la classe politica si rifiuta di riformare se stessa. Da Mani Pulite a oggi abbiamo assistito a una serie di tentativi di riforme, tutti falliti. Da qui i messaggi sempre più forti mandati dal popolo italiano. Anche messaggi poco coerenti, dettati dalla disperazione".
Un tratto che accomuna i diversi populismi, in Italia e in Europa, è l'antieuropeismo.
"Qui interviene la crisi dello Stato nazionale. Fino agli anni Settanta e Ottanta, abbiamo avuto una coincidenza quasi perfetta tra potere nazionale, potere politico e potere economico. Un governo scelto dal popolo poteva svalutare la moneta, sorvegliare le frontiere. Oggi non è più così. Qualsiasi governo in Europa non ha più la capacità di controllare l'insieme delle politiche dentro i propri confini. Ne deriva un enorme disagio per la collettività".
Così l'autorità di Bruxelles diventa bersaglio della protesta.
"Sì, anche perché, se non si condivide una decisione europea, non c'è alcun modo di esprimere dissenso. Il Parlamento europeo è un'istituzione fondata sul consenso, un sistema di grande coalizione permanente. E le grandi coalizioni hanno l'effetto quasi meccanico di accentuare comportamenti estremi".
Ma non c'è il rischio che alle prossime elezioni europee si affermino le forze antieuropeiste?
"È vero che i supporter dell'Europa sono sempre più in minoranza - il caso italiano è emblematico - ma non mi lascerei andare a profezie catastrofiche. Anzi nel lungo periodo potremmo ricavarne qualche vantaggio in termini di limpidezza. Si potrebbe infatti verificare una situazione simile a quella americana agli inizi dell'Ottocento: la divisione tra federalisti e antifederalisti. Oggi questa distinzione attraversa gli stessi partiti, divisi tra un'ala europeista e un'ala scettica".
Cosa può fare l'Europa per fermare il virus populista?
"Qualcosa ci possono insegnare gli Stati Uniti, il paese in cui il populismo è nato. La soluzione è stata quella di permettere a queste pulsioni di esprimersi a livello locale, dove si possono votare progetti di legge divergenti dalle decisioni federali. È successo con i matrimoni omosessuali o con l'uso della cannabis. Bisogna trovare il modo di far sfogare gli umori in ebollizione".