Libération: "Non siamo un social network, né un bar". Dopo lo sciopero, la parola ai lettori
Anais GinoriStato d'agitazione nello storico giornale della sinistra francese dopo che la proprietà ha prospettato un piano di crisi che prevede la trasformazione in media social e la trasformazione della sede della redazione in centro culturale e ricreativo
dal nostro corrispondente ANAIS GINORI
PARIGI - Nuovi articoli, interventi, appelli di intellettuali famosi. Libération ha deciso di non fare un altro sciopero, dopo quello di venerdì scorso, ma di "aprire" ai lettori il dibattito in corso sul futuro dello storico quotidiano della gauche. La redazione si è riunita oggi in assemblea per decidere come proseguire la mobilitazione contro il nuovo piano di crisi della proprietà che prevede, tra l'altro, di trasformare la sede del giornale in centro culturale, con ristorante e studi televisivi. "Siamo un giornale" era scritto ieri sulla prima pagina di Libé come risposta al progetto di commercializzazione dello storico marchio che l'anno scorso ha compiuto 40 anni. "Non siamo un social network, un bar, un ristorante" si leggeva ieri mattina sulla copertina del quotidiano, fondato da Jean-Paul Sartre nell'aprile del 1973.
Sono tempi difficili per la testata riconosci…
PARIGI - Nuovi articoli, interventi, appelli di intellettuali famosi. Libération ha deciso di non fare un altro sciopero, dopo quello di venerdì scorso, ma di "aprire" ai lettori il dibattito in corso sul futuro dello storico quotidiano della gauche. La redazione si è riunita oggi in assemblea per decidere come proseguire la mobilitazione contro il nuovo piano di crisi della proprietà che prevede, tra l'altro, di trasformare la sede del giornale in centro culturale, con ristorante e studi televisivi. "Siamo un giornale" era scritto ieri sulla prima pagina di Libé come risposta al progetto di commercializzazione dello storico marchio che l'anno scorso ha compiuto 40 anni. "Non siamo un social network, un bar, un ristorante" si leggeva ieri mattina sulla copertina del quotidiano, fondato da Jean-Paul Sartre nell'aprile del 1973.
Sono tempi difficili per la testata riconosci…
dal nostro corrispondente ANAIS GINORI
PARIGI - Nuovi articoli, interventi, appelli di intellettuali famosi. Libération ha deciso di non fare un altro sciopero, dopo quello di venerdì scorso, ma di "aprire" ai lettori il dibattito in corso sul futuro dello storico quotidiano della gauche. La redazione si è riunita oggi in assemblea per decidere come proseguire la mobilitazione contro il nuovo piano di crisi della proprietà che prevede, tra l'altro, di trasformare la sede del giornale in centro culturale, con ristorante e studi televisivi. "Siamo un giornale" era scritto ieri sulla prima pagina di Libé come risposta al progetto di commercializzazione dello storico marchio che l'anno scorso ha compiuto 40 anni. "Non siamo un social network, un bar, un ristorante" si leggeva ieri mattina sulla copertina del quotidiano, fondato da Jean-Paul Sartre nell'aprile del 1973.
Sono tempi difficili per la testata riconoscibile al famoso rombo rosso che, oltre alla crisi generale della stampa, paga anche l'arrivo della sinistra al potere. Nell'ultimo anno, le vendite sono calate del 15%. Secondo un comunicato diffuso dai tre editori - Edouard de Rotschild, Bruno Ledoux e il gruppo italiano Ersel - il giornale sopravvive ormai solo grazie alle "sovvenzioni del potere pubblico". La proprietà rifiuta di mandare via il direttore editoriale Nicolas Demorand, sfiduciato nel novembre scorso dall'89,9% dei votanti in redazione. Demorand, noto conduttore radiofonico nominato nel 2011, non è mai stato davvero accettato dagli oltre duecento giornalisti che hanno avuto prima solo due altri direttori: Serge July dal 1973 al 2006 e Laurent Joffrin, passato alla guida del Nouvel Observateur tre anni fa.
Gli attuali editori hanno presentato nell'autunno scorso un piano editoriale che affianca al nuovo paywall sul sito, una serie di tagli per circa 4 milioni di euro: una diminuzione degli stipendi fino al 15% su base volontaria, l'accesso al part-time e la chiusura anticipata del giornale di carta alle 20 (oggi è alle 21,30). Nel lungo articolo pubblicato ieri in risposta alla proprietà, la redazione lamenta un piano tutto improntato ai risparmi, che non prevede nuovi investimenti per valorizzare il lavoro giornalistico. Non solo. Preoccupa il progetto di trasformare il marchio del quotidiano in un "social network, creatore di contenuti, redditizio si diverse piattaforme (carta, video, digitale, forum, eventi, radio)" con scopi commerciali. La sede di rue Béranger, a due passi di place de la République, in una zona di Parigi molto di moda, dovrebbe essere trasformata "con l'aiuto di Philippe Starck" in uno spazio culturale con ristorante all'ultimo piano del palazzo, dove si può godere di una spettacolare vista su tutta Parigi.
Il manager François Moulias, incaricato dalla proprietà di trattare con la redazione, ha detto di voler creare un "Flore del ventunesimo secolo", espressione che ha fatto inorridire molti. L'idea è stata bocciata nell'articolo di autodifesa, firmato da tutta la redazione, con termini spregiativi come "Libéland", "Libémarket". Per i giornalisti di Libération si tratta di un "colpo di Stato", un inaccettabile svuotamento del significato storico della testata. "Il rombo rosso senza più niente dietro" concludono i giornalisti di Libé.
Da domani il giornale continuerà la mobilitazione con nuovi articoli e analisi sulla trasformazione del quotidiano. La redazione ha ricevuto molti messaggi di solidarietà nelle ultime ore, ma anche qualche critica sul web per un presunto atteggiamento troppo conservativo. "Siamo nel ventunesimo secolo" hanno scritto alcuni, riprendendo lo slogan della prima pagina di ieri.
E un altro, solidale ma critico: "Siete un media, siete costretti a innovare. E meritate investitori che vi rispettino (ma se apriste un caffè, con il wi-fi, sarebbe bello"
Eppure Libé è stato tra i primi giornali ad aprire un sito online, a organizzare eventi collaterali come i forum, poi copiati da altre grande testate. Più che la paura del futuro, la redazione sembra preoccupata di perdere la sua identità, vero patrimonio di un giornale.
PARIGI - Nuovi articoli, interventi, appelli di intellettuali famosi. Libération ha deciso di non fare un altro sciopero, dopo quello di venerdì scorso, ma di "aprire" ai lettori il dibattito in corso sul futuro dello storico quotidiano della gauche. La redazione si è riunita oggi in assemblea per decidere come proseguire la mobilitazione contro il nuovo piano di crisi della proprietà che prevede, tra l'altro, di trasformare la sede del giornale in centro culturale, con ristorante e studi televisivi. "Siamo un giornale" era scritto ieri sulla prima pagina di Libé come risposta al progetto di commercializzazione dello storico marchio che l'anno scorso ha compiuto 40 anni. "Non siamo un social network, un bar, un ristorante" si leggeva ieri mattina sulla copertina del quotidiano, fondato da Jean-Paul Sartre nell'aprile del 1973.
Sono tempi difficili per la testata riconoscibile al famoso rombo rosso che, oltre alla crisi generale della stampa, paga anche l'arrivo della sinistra al potere. Nell'ultimo anno, le vendite sono calate del 15%. Secondo un comunicato diffuso dai tre editori - Edouard de Rotschild, Bruno Ledoux e il gruppo italiano Ersel - il giornale sopravvive ormai solo grazie alle "sovvenzioni del potere pubblico". La proprietà rifiuta di mandare via il direttore editoriale Nicolas Demorand, sfiduciato nel novembre scorso dall'89,9% dei votanti in redazione. Demorand, noto conduttore radiofonico nominato nel 2011, non è mai stato davvero accettato dagli oltre duecento giornalisti che hanno avuto prima solo due altri direttori: Serge July dal 1973 al 2006 e Laurent Joffrin, passato alla guida del Nouvel Observateur tre anni fa.
Gli attuali editori hanno presentato nell'autunno scorso un piano editoriale che affianca al nuovo paywall sul sito, una serie di tagli per circa 4 milioni di euro: una diminuzione degli stipendi fino al 15% su base volontaria, l'accesso al part-time e la chiusura anticipata del giornale di carta alle 20 (oggi è alle 21,30). Nel lungo articolo pubblicato ieri in risposta alla proprietà, la redazione lamenta un piano tutto improntato ai risparmi, che non prevede nuovi investimenti per valorizzare il lavoro giornalistico. Non solo. Preoccupa il progetto di trasformare il marchio del quotidiano in un "social network, creatore di contenuti, redditizio si diverse piattaforme (carta, video, digitale, forum, eventi, radio)" con scopi commerciali. La sede di rue Béranger, a due passi di place de la République, in una zona di Parigi molto di moda, dovrebbe essere trasformata "con l'aiuto di Philippe Starck" in uno spazio culturale con ristorante all'ultimo piano del palazzo, dove si può godere di una spettacolare vista su tutta Parigi.
Il manager François Moulias, incaricato dalla proprietà di trattare con la redazione, ha detto di voler creare un "Flore del ventunesimo secolo", espressione che ha fatto inorridire molti. L'idea è stata bocciata nell'articolo di autodifesa, firmato da tutta la redazione, con termini spregiativi come "Libéland", "Libémarket". Per i giornalisti di Libération si tratta di un "colpo di Stato", un inaccettabile svuotamento del significato storico della testata. "Il rombo rosso senza più niente dietro" concludono i giornalisti di Libé.
Da domani il giornale continuerà la mobilitazione con nuovi articoli e analisi sulla trasformazione del quotidiano. La redazione ha ricevuto molti messaggi di solidarietà nelle ultime ore, ma anche qualche critica sul web per un presunto atteggiamento troppo conservativo. "Siamo nel ventunesimo secolo" hanno scritto alcuni, riprendendo lo slogan della prima pagina di ieri.
E un altro, solidale ma critico: "Siete un media, siete costretti a innovare. E meritate investitori che vi rispettino (ma se apriste un caffè, con il wi-fi, sarebbe bello"
Eppure Libé è stato tra i primi giornali ad aprire un sito online, a organizzare eventi collaterali come i forum, poi copiati da altre grande testate. Più che la paura del futuro, la redazione sembra preoccupata di perdere la sua identità, vero patrimonio di un giornale.