"Ha lavorato fin che ha potuto. Nelle mail che ci siamo scambiati ancora pochi giorni fa mi parlava delle cose che stava preparando con la forza e la leggerezza di sempre ".
Germano Celant è lo studioso che ha seguito più da vicino il lavoro di Carla Accardi. Non le ha solamente dedicato monografie fondamentali, ma è stato anche in contatto con lei fino agli ultimi giorni. Al telefono dall'aeroporto di Toronto spiega perché questa pittrice è stata decisiva nel panorama dell'arte italiana del dopoguerra.
"È stata una figura importante per più ragioni. Con altri della sua generazione, Afro, Scialoja, D'Orazio, ha costruito un ponte tra l'arte italiana, fino ad allora molto "chiusa", e quello che avveniva sulla scena internazionale, americana prima di tutto. Ed è stata una delle prime donne ad avere riconoscimenti sulla scena mondiale, dominata ancora dagli uomini".
Essere donna ha contato molto nella sua pittura?
"I suoi geroglifici "morbidi", il suo segno fluido, l'influenza delle tradizioni orientali la hanno caratterizzata per una dolcezza molto distante non solo dalla muscolarità "macha" di Jackson Pollock, ma anche dalle rigidità geometriche degli altri astrattisti italiani, come appunto Scialoja o D'Orazio".
Come ha concepito il rapporto dell'artista con la società, con la politica?
"Non si può parlare di impegno in senso stretto. Ma certamente Carla e i suoi coetanei hanno sempre creduto, magari con uno spirito un po' utopico, nella funzione culturale dell'arte, nella possibilità di contribuire a cambiare il mondo. La generazione "nichilista" dei Manzoni e dei Castellani è venuta dopo. A ogni modo nulla è più lontano da lei della colonizzazione economica dell'arte a cui assistiamo oggi, dove sembrano contare solo le aste".
Ha mantenuto sempre questa idea "utopica"?
"Certo. E mentre molti artisti quando si avvicina la fine introducono nelle loro opere la cupezza del nero e dell'oro (vedi Burri) Carla Accardi ancora pochi giorni fa lavorava a progetti dominati da colori, il verde, il rosso con tonalità brillanti, squillanti. Viva e vitale fino all'ultimo".
Germano Celant è lo studioso che ha seguito più da vicino il lavoro di Carla Accardi. Non le ha solamente dedicato monografie fondamentali, ma è stato anche in contatto con lei fino agli ultimi giorni. Al telefono dall'aeroporto di Toronto spiega perché questa pittrice è stata decisiva nel panorama dell'arte italiana del dopoguerra.
"È stata una figura importante per più ragioni. Con altri della sua generazione, Afro, Scialoja, D'Orazio, ha costruito un ponte tra l'arte italiana, fino ad allora molto "chiusa", e quello che avveniva sulla scena internazionale, americana prima di tutto. Ed è stata una delle prime donne ad avere riconoscimenti sulla scena mondiale, dominata ancora dagli uomini".
Essere donna ha contato molto nella sua pittura?
"I suoi geroglifici "morbidi", il suo segno fluido, l'influenza delle tradizioni orientali la hanno caratterizzata per una dolcezza molto distante non solo dalla muscolarità "macha" di Jackson Pollock, ma anche dalle rigidità geometriche degli altri astrattisti italiani, come appunto Scialoja o D'Orazio".
Come ha concepito il rapporto dell'artista con la società, con la politica?
"Non si può parlare di impegno in senso stretto. Ma certamente Carla e i suoi coetanei hanno sempre creduto, magari con uno spirito un po' utopico, nella funzione culturale dell'arte, nella possibilità di contribuire a cambiare il mondo. La generazione "nichilista" dei Manzoni e dei Castellani è venuta dopo. A ogni modo nulla è più lontano da lei della colonizzazione economica dell'arte a cui assistiamo oggi, dove sembrano contare solo le aste".
Ha mantenuto sempre questa idea "utopica"?
"Certo. E mentre molti artisti quando si avvicina la fine introducono nelle loro opere la cupezza del nero e dell'oro (vedi Burri) Carla Accardi ancora pochi giorni fa lavorava a progetti dominati da colori, il verde, il rosso con tonalità brillanti, squillanti. Viva e vitale fino all'ultimo".