Cultura

Scalfari, sul palco 90 anni di avventura. E lui racconta gli auguri di Renzi, Napolitano e Papa Francesco

La festa per il compleanno al teatro Argentina di Roma. Lunghe code per entrare. Le parole di Ezio Mauro, De Benedetti, Asor Rosa, Manfellotto, Marcoaldi, Fiori e Gnoli. Tanti ospiti venuti a salutarlo. E lui conclude leggendo poesie

di LAURA PERTICI

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 "Ho ricevuto tante chiamate, tanti messaggi. Se arrivi a 90 anni, di gente ne hai per forza conosciuta parecchia. Ma tre telefonate sono state singolari". Eugenio Scalfari è seduto sul palco del teatro Argentina, a Roma. Accanto a lui, in un'altra poltrona quadrata e bianca, Antonio Gnoli, firma di Repubblica che per anni ha guidato la cultura. Si festeggia il fondatore. Domenica è stato il suo compleanno. Lo ha trascorso con le persone a lui care, la seconda moglie Serena, le figlie Enrica e Donata. Con il ricordo chiaro della prima compagna di vita, Simonetta, che ora non c'è più. Ma qualcosa di quella giornata assolata e lieve la vuole raccontare all'altra sua famiglia, la comunità del giornale, quella che è riuscita ad allontanarsi dalla redazione e quella che è rimasta a lavorare. Al quotidiano come a l'Espresso, settimanale all'origine dell'avventura. E poi ai lettori, sistemati nelle loggette con le braccia poggiate sulle balaustre, sporti per guardare meglio quell'uomo al centro della scena, alto, sempre più sottile, regale e sicuro, che oggi non ha paura nemmeno della fragilità. 

Il popolo di Repubblica lo ha aspettato a lungo davanti all'ingresso, allineandosi in due lunghe file. Ordinate. Animate ma rispettose. Tutto esaurito, da giorni. Il fondatore adesso intende ricambiare. "Dunque, la prima telefonata l'ho avuta verso mezzogiorno, più o meno. Era Renzi". Pausa. "Quel giorno stesso era uscita la mia consueta predica domenicale, che era piena di bastonate". Pausa, brusio divertito. "Lui mi dice: volevo farle gli auguri dei 90 anni, mi sembrava doveroso, però ho visto l'articolo, sono stato per qualche momento incerto... Comunque le faccio gli auguri. Ma lei vuole preparare un'alternativa a me?". Non esattamente. "Io ho detto: non io, noi, quelli che la pensano in un certo modo debbono preparare un'alternativa, ma nel frattempo noi votiamo Renzi, chi altri possiamo votare, non avendo alternative? Quelle le dobbiamo preparare". Pausa, risate, applauso. "A parte che lei quando mi bastona lo fa con civiltà, dice lui. E io: ci mancherebbe. E lui: ma se io diventassi l'alternativa a me stesso?". Scroscio di mani.

Così continua. "La sera alle 8, ho ricevuto la telefonata di Giorgio Napolitano. Ormai lo riconosco dal numero. Ma mentre con Renzi parlo da giornalista, con Napolitano siamo amici. Lui aveva deciso di venire oggi. Io gli ho detto, senti Giorgio, se tu vieni mi crei un imbarazzo terribile, ti pare che per due ore vieni a sentire come sono fatto io? Leggerei la noia nei tuoi occhi. Ti prego, non venire". Sembra tutto, sul Presidente. Sbagliato. "Poi mi ha parlato di cose che non dico. Ma di cui sono contento. Non personalmente, eh".

Quindi il racconto diventa inatteso. "Alle 9, poco dopo Napolitano, squilla il telefono. Sento una voce ormai inconfondibile: sono Papa Francesco". Lungo applauso. Il sorriso soddisfatto di Scalfari. "Io gli ho detto, Santità sono felice. Lui: le faccio molti auguri, 90 sono tanti. Ma lei è dispiaciuto che io l'abbia pregata, dopo l'ultimo nostro incontro, di non scrivere?". Un mondo dentro un altro mondo, per chi ascolta è l'apertura di una porta, rivela un rapporto che non si poteva neanche immaginare. "Lui vuole parlare con me senza che io scriva. Così io scrivo, perché mi serve come memoria storica, ma non pubblico. Parla con me perché vuole un dialogo con un non credente".

E con questa "confidenza" si accomoda e conclude un pomeriggio speciale all'Argentina, iniziato con un messaggio dello stesso presidente Napolitano, "i punti di contatto tra le nostre storie, pur così diverse, non sono mai mancati, ma in tempi recenti sono sfociati in un vero e proprio comune sentire rispetto al travaglio spesso angoscioso del nostro Paese". Riempito da strette di mano, baci, saluti, grazie, video, foto, dai tanti sorrisi dei moltissimi ospiti illustri, Roberto Benigni e Nicoletta Braschi, Enrico Letta, Fabrizio Saccomanni, Walter Veltroni, Franco Rosi, Paolo Sorrentino, Renzo Arbore, Carla Fracci, parecchio giornalismo italiano.

Due ore e più passate per le pagine dei libri di Scalfari, con le letture di Silvio Orlando. Per le parole di Carlo De Benedetti ("sei uno dei più grandi giornalisti italiani ma diversamente dai tuoi colleghi sei stato un grande imprenditore e un grande inventore"), di Bruno Manfellotto ("hai insegnato la leggerezza, riflettendo sulla complessità"), di Franco Marcoaldi ("forse il senso della vita non esiste, ma il dovere di una vita consapevole, quello sì"), di Simonetta Fiori ("far parte di Repubblica vuol dire essere figli di una storia intellettuale che ci pemette di avere lo sguardo libero"), di Alberto Asor Rosa ("l'amicizia sta a volte anche nel pensarsi più simili di quanto non si sia").

Un incontro con l'universo Scalfari, fatto oggi pure di poesia. E una festa racchiusa nell'abbraccio del suo erede "di cui sono a volte il fratello maggiore, a volte il padre, a volte il figlio", Ezio Mauro: "Quando ho cominciato a fare questo mestiere e non conoscevo Scalfari, né sapevo se l'avrei conosciuto, pensando a lui mi veniva in mente un'illustrazione di un libro che avevo da bambino, Gulliver che trascinava le barche di Lilliput attraverso dei fili e le portava avanti. Quella di Eugenio Scalfari è una sfida che continua, tra la coscienza del limite e la necessità di provare". Anche per questo si può brindare.