PARIGI. "Eravamo in guerra ma nessuno lo diceva. Pensavamo di vivere in un tempo di pace e invece stavamo combattendo. Così, abbiamo perso due conflitti e li abbiamo cancellati dalla nostra memoria. Oggi però tornano di continuo ad ossessionarci come fantasmi". Alexis Jenni parla delle ultime guerre coloniali francesi, in Vietnam e in Algeria. Due conflitti carichi di traumi, ombre e violenze, che, durante gli anni cinquanta e sessanta, hanno segnato la fine dell'impero coloniale francese.
A essi lo scrittore esordiente dedica ora un bellissimo romanzo: L'arte francese della guerra (traduzione di Leopoldo Carra, Mondadori, pagg. 545, euro 21). Pubblicato in Francia nel 2011 da Gallimard, ha convinto tutti, vincendo il Prix Goncourt e vendendo oltre centomila copie. Mette in scena la strana amicizia tra un giovane in crisi d'identità e Victorien Salagnon, un ex ufficiale dei paracadutisti, che racconta le sue avventure, prima contro i nazisti, poi in Vietnam e in Algeria. "Di queste guerre - spiega Jenni - nella letteratura francese si è parlato pochissimo. Sono state rimosse. Per noi, l'ultima guerra è la seconda guerra mondiale, ma dopo il 1945 ne abbiamo combattute altre due, perdendole. Continuano a ossessionarci, in maniera sotterranea".
È il ritorno del rimosso?
"In effetti è così, ma la cosa paradossale è che di queste guerre, della violenza, dei soprusi, della tortura esercitata dai nostri militari, si sapeva tutto fin dall'inizio. C'è stata però un'incapacità totale di raccontarlo. Tutte le volte che, in un modo o nell'al- tro, quelle guerre riemergono alla nostra coscienza provocano tensioni e polemiche".
Non a caso, nel romanzo lei ripete più volte che "la cancrena coloniale" continua a infettare la Francia contemporanea...
"Oggi in Francia c'è una forma di razzismo strisciante che viene dall'ideologia coloniale, e in particolare dalla guerra d'Algeria. C'è molta diffidenza nei confronti degli immigrati di fede islamica, che ci sembrano inassimilabili. Sono moltissimi i francesi che discendono da immigrati italiani, polacchi, armeni, ma nei confronti degli arabi c'è un rifiuto irrazionale, un'ossessione che tra l'altro si manifesta con il voto al Front Nazional. Anche se oggi Marine Le Pen insiste soprattutto sulle tematiche sociali e antieuropee, nella sua ideologia c'è qualcosa che discende direttamente dall'ideologia delle colonie".
Il suo romanzo sembra dire addio alle illusioni che hanno sempre accompagnato l'eroismo militare. È così?
"Come il mio personaggio, molti di coloro che hanno salvato l'onore della Francia durante la seconda guerra mondiale, combattendo il nazismo, si sono poi messi al servizio di una causa sbagliata come il colonialismo. In suo nome, hanno ammazzato e torturato. Immersi nel mondo coloniale fatto di violenza, razzismo e ingiustizia, si sono trovati a compiere azioni che in altre situazioni non avrebbero mai compiuto. Sono passati dalla parte del torto".
Perché, oltre a dire che la guerra non è mai nobile, lei sostiene che è la forma più semplice di realtà?
"La guerra è violenza e morte, ma ci affascina perché semplifica il reale. Conta solo il fatto che abbiamo un nemico da combattere. La guerra istituisce una contrapposizione semplice e radicale tra noi e gli altri. Non ci sono vie di mezzo e incertezze. È molto più facile combattere un nemico che organizzare la pace, fatta sempre di discussioni, compromessi e negoziati. La ricerca della semplificazione attraverso la violenza è da sempre nella natura umana, ma è un'illusione. Vale per le guerre coloniali francesi, ma anche per le guerre contemporanea come quella l'Iraq, presente sullo sfondo del mio romanzo".
Per i suoi personaggi l'identità si forgia nel combattimento contro il nemico?
"In parte sì. Anche perché la storia francese è tutta attraversata dal fascino dello scontro e dal fantasma della battaglia. Ho scelto come titolo L'arte france-se della guerraperché cipiacea giocare alla guerra. Per questo ci piace D'Artagnan".
Parlando della sua passione per il disegno, Salagnon spiega che questa attività lo aiuta a ricucire gli strappi del reale. Lei potrebbe dire la stessa cosa della letteratura?
"Scrivendo il romanzo ho avuto l'impressione di ricucire le ferite aperte delle guerre coloniali. La letteratura permette di parlare di ciò che è stato rimosso. Questi avvenimenti fanno parte della nostra storia, che non si è fermata. Bisogna continuare a guardare avanti".
A essi lo scrittore esordiente dedica ora un bellissimo romanzo: L'arte francese della guerra (traduzione di Leopoldo Carra, Mondadori, pagg. 545, euro 21). Pubblicato in Francia nel 2011 da Gallimard, ha convinto tutti, vincendo il Prix Goncourt e vendendo oltre centomila copie. Mette in scena la strana amicizia tra un giovane in crisi d'identità e Victorien Salagnon, un ex ufficiale dei paracadutisti, che racconta le sue avventure, prima contro i nazisti, poi in Vietnam e in Algeria. "Di queste guerre - spiega Jenni - nella letteratura francese si è parlato pochissimo. Sono state rimosse. Per noi, l'ultima guerra è la seconda guerra mondiale, ma dopo il 1945 ne abbiamo combattute altre due, perdendole. Continuano a ossessionarci, in maniera sotterranea".
È il ritorno del rimosso?
"In effetti è così, ma la cosa paradossale è che di queste guerre, della violenza, dei soprusi, della tortura esercitata dai nostri militari, si sapeva tutto fin dall'inizio. C'è stata però un'incapacità totale di raccontarlo. Tutte le volte che, in un modo o nell'al- tro, quelle guerre riemergono alla nostra coscienza provocano tensioni e polemiche".
Non a caso, nel romanzo lei ripete più volte che "la cancrena coloniale" continua a infettare la Francia contemporanea...
"Oggi in Francia c'è una forma di razzismo strisciante che viene dall'ideologia coloniale, e in particolare dalla guerra d'Algeria. C'è molta diffidenza nei confronti degli immigrati di fede islamica, che ci sembrano inassimilabili. Sono moltissimi i francesi che discendono da immigrati italiani, polacchi, armeni, ma nei confronti degli arabi c'è un rifiuto irrazionale, un'ossessione che tra l'altro si manifesta con il voto al Front Nazional. Anche se oggi Marine Le Pen insiste soprattutto sulle tematiche sociali e antieuropee, nella sua ideologia c'è qualcosa che discende direttamente dall'ideologia delle colonie".
Il suo romanzo sembra dire addio alle illusioni che hanno sempre accompagnato l'eroismo militare. È così?
"Come il mio personaggio, molti di coloro che hanno salvato l'onore della Francia durante la seconda guerra mondiale, combattendo il nazismo, si sono poi messi al servizio di una causa sbagliata come il colonialismo. In suo nome, hanno ammazzato e torturato. Immersi nel mondo coloniale fatto di violenza, razzismo e ingiustizia, si sono trovati a compiere azioni che in altre situazioni non avrebbero mai compiuto. Sono passati dalla parte del torto".
Perché, oltre a dire che la guerra non è mai nobile, lei sostiene che è la forma più semplice di realtà?
"La guerra è violenza e morte, ma ci affascina perché semplifica il reale. Conta solo il fatto che abbiamo un nemico da combattere. La guerra istituisce una contrapposizione semplice e radicale tra noi e gli altri. Non ci sono vie di mezzo e incertezze. È molto più facile combattere un nemico che organizzare la pace, fatta sempre di discussioni, compromessi e negoziati. La ricerca della semplificazione attraverso la violenza è da sempre nella natura umana, ma è un'illusione. Vale per le guerre coloniali francesi, ma anche per le guerre contemporanea come quella l'Iraq, presente sullo sfondo del mio romanzo".
Per i suoi personaggi l'identità si forgia nel combattimento contro il nemico?
"In parte sì. Anche perché la storia francese è tutta attraversata dal fascino dello scontro e dal fantasma della battaglia. Ho scelto come titolo L'arte france-se della guerraperché cipiacea giocare alla guerra. Per questo ci piace D'Artagnan".
Parlando della sua passione per il disegno, Salagnon spiega che questa attività lo aiuta a ricucire gli strappi del reale. Lei potrebbe dire la stessa cosa della letteratura?
"Scrivendo il romanzo ho avuto l'impressione di ricucire le ferite aperte delle guerre coloniali. La letteratura permette di parlare di ciò che è stato rimosso. Questi avvenimenti fanno parte della nostra storia, che non si è fermata. Bisogna continuare a guardare avanti".