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New York Times: soldi, gender, potere. Cosa c'è dietro il licenziamento di Jill Abramson?

L'annuncio improvviso, l'allontanamento, tensioni e shock. Intorno alla rimozione della prima direttrice donna del giornale Usa molte ipotesi, prime fra tutte i malumori in redazione e il non semplice rapporto con l'editore Sulzberger. Ma l'episodio tocca anche tante tematiche al centro del difficile processo di innovazione dell'industria editoriale di RAFFAELLA MENICHINI
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Ci sono i soldi. C'è il potere. C'è il sesso (inteso come genere sessuale). Ci sono gli odii personali. E c'è un mondo, quello del giornalismo, al centro di una vera rivoluzione: industriale, tecnologica, culturale, che cerca bussole spesso creando tensioni insopportabili ai massimi livelli decisionali. Sono tanti gli ingredienti dell'affaire Jill Abramson, la ex direttrice del New York Times brutalmente licenziata ieri. L'annuncio è stato dato senza preavviso, senza spiegazioni, senza possibilità di porre domande davanti a una schiera di giornalisti attoniti, convocati all'improvviso dall'editore Arthur Sulzberger Jr.

Nei minuti e ore successive all'annuncio, nel paradossale vuoto comunicativo della testata, sulla Rete - e in particolare su Twitter - sono cominciate a circolare le ipotesi, le spiegazioni di un evento che nessuno aveva visto arrivare - "e chiunque dica che se lo aspettava mente", dice in una delle molte ricostruzioni uno dei…
Ci sono i soldi. C'è il potere. C'è il sesso (inteso come genere sessuale). Ci sono gli odii personali. E c'è un mondo, quello del giornalismo, al centro di una vera rivoluzione: industriale, tecnologica, culturale, che cerca bussole spesso creando tensioni insopportabili ai massimi livelli decisionali. Sono tanti gli ingredienti dell'affaire Jill Abramson, la ex direttrice del New York Times brutalmente licenziata ieri. L'annuncio è stato dato senza preavviso, senza spiegazioni, senza possibilità di porre domande davanti a una schiera di giornalisti attoniti, convocati all'improvviso dall'editore Arthur Sulzberger Jr.

Nei minuti e ore successive all'annuncio, nel paradossale vuoto comunicativo della testata, sulla Rete - e in particolare su Twitter - sono cominciate a circolare le ipotesi, le spiegazioni di un evento che nessuno aveva visto arrivare - "e chiunque dica che se lo aspettava mente", dice in una delle molte ricostruzioni uno dei capi della redazione. Una narrazione "parallela" su un fatto che - se fosse capitato in un altro luogo - avrebbe subito fatto scattare un'inchiesta proprio del New York Times. Ma dal palazzo costruito da Renzo Piano vicino a Times Square ieri è filtrato pochissimo: la versione ufficiale di Sulzberger che parla di necessità di migliorare "alcuni aspetti nella gestione della redazione" escludendo al contempo dissidi "tra la redazione e l'area business" e circoscrivendo dunque il problema a un singolo, anzi una singola: Jill Abramson. La decisione è stata presa "all'inizio del mese", come riporta oggi lo stesso Nyt.

Lei, 60 anni, una carriera da tutti riconosciuta come lineare e di successo prima come reporter investigativa - per molto tempo al Wall Street Journal - e poi ai vertici della direzione del Times in vari ruoli prima di essere nominata direttore esecutivo nel 2011 all'indomani dell'addio di Bill Keller - destando grandi speranze anche per il segnale di una donna per la prima volta al vertice della più importante testata del mondo - si è limitata a uno scarno comunicato. Ma solo pochi giorni fa, in un'intervista, sottolineava come la sua esperienza al Times fosse anche nell'eredità che avrebbe lasciato. Una sorta di lascito spirituale - e fattivo - la cui tempistica era sottolineata ieri sera, in piena tempesta Twitter sulla vicenda, dalla public editor del giornale (anche lei, prima donna a ricoprire il ruolo) Margaret Sullivan.

Oggi, sul suo blog, Sullivan mette in fila le grandi conquiste ottenute da Abramson "durante il suo breve ma significativo regno". Fra tutte, l'aver praticato il femminismo non con inchieste sulla condizione della donna ma promuovendo le donne nel giornale. Nella "masthead" - quella che in Italia chiamiamo "gerenza", ovvero l'elenco dei nomi che compongono la direzione di una testata - oggi c'è infatti il 50% di donne: "Quando me ne andrò ci saranno una serie di donne valide che potranno prendere il mio posto", diceva Abramson solo tre settimane fa.

Invece il suo posto l'ha preso un uomo, Dean Baquet. Un'altra nomina di portata "storica" certo - è il primo afroamericano a ricoprire il ruolo - ma che arriva in modo che molti definiscono poco ortodosso, il che rende la portata della novità anche meno dirompente. Insomma, ieri in redazione non si festeggiava di certo, nonostante Baquet sia molto amato - probabilmente più di Abramson. "E' un misto tra un funerale e un matrimonio", commentava un giornalista. Perché la cacciata di Abramson, che non rimarrà al Times e non ha neanche potuto salutare la redazione - il suo nome immediatamente rimosso dalla masthead - segna una nuova frattura tra la proprietà e chi, nella redazione, osa spiccare per personalità. Questa è una delle versioni circolate in queste ore, sul New York Magazine: l'alto profilo mediatico della direttrice, le interviste, gli interventi pubblici non sono andati giù all'editore. Del resto, confermano molti, la stessa nomina di Abramson era avvenuta con lo scarso entusiasmo di Sulzberger, che già dal 2011 vedeva in Baquet il suo direttore ideale e non ha mai avuto un buon feeling con la Abramson.

Ma gli elementi che hanno portato allo showdown di ieri sono molti, non esiste una "pistola fumante" - come nel caso della cacciata di Howell Raines nel 2003 per gli articoli inventati dal reporter Jason Blair.

I soldi. Quando Jill Abramson scoprì di avere un salario e contributi previdenziali inferiori al suo predecessore Bill Keller - ricostruisce Ken Auletta sul New Yorker - inviò un legale a fare "domande educate" sul suo status finanziario. Il gap salariale è stato nel frattempo sanato, e ora il Nyt nega che Abramson fosse pagata meno dei suoi colleghi maschi, ma probabilmente una frattura si era già creata. Il che poi getta anche una brutta ombra su un giornale che fa dell'equità salariale tra uomini e donne un oggetto di inchieste e una bandiera politica. Come ricorda FiveThirtyEight - il sito messo su da un ex giornalista di rilievo del Times, quel Nate Silver che unico fra tutti gli analisti riuscì a predirre con esattezza la vittoria di Obama alle ultime presidenziali - il gap salariale lamentato da Abramson si inquadra in una situazione di discriminazione salariale generalizzata, anche nei media. In ogni caso, Sulzberger ha smentito che dietro l'allontanamento ci possa essere un problema di stipendio. L'episodio è però servito al management del giornale a rafforzare la descrizione pubblica di una donna "impossibile", ruvida e invisa alla redazione.

Una donna "impossibile". Il problema di "personalità" di Jill Abramson venne alla luce un anno fa con un pezzo di Politico che raccoglieva malumori e testimonianze (anonime) in redazione tutti tesi a dipingere una Abramson totalmente distaccata dal sentire dei suoi giornalisti, facile agli scatti d'ira, poco empatica. E citava anche un episodio specifico, una lite proprio con il suo vice Baquet su una serie di articoli pubblicati in prima pagina che lei definiva "noiosi" - finì con lui che prendeva a cazzotti un muro e ieri l'episodio è stato evocato come l'inizio della fine dell'era Abramson. Una narrazione "sessista" - come la definì poi la direttrice del Tow Center for Digital Journalism della Columbia University, Emily Bell - di quel che avviene quando una donna raggiunge un posto di potere. Tutti gli attributi che in un capo maschio vengono considerati accettabili, anzi auspicabili e quasi inevitabili, in una donna si traducono in una sola parola: "strega". Quell'etichetta, però, le è rimasta addosso. E a poco vale ricordare che nei suoi tre anni alla guida del giornale il New York Times abbia ottenuto successi editoriali, sia nell'edizione cartacea che in quella digitale, con una capacità di innovazione che poche altre testate di quella portata possono vantare.

La strategia editoriale. Alcune delle decisioni prese dal management in occasione delle più rilevanti trasformazioni editoriali attraversate dal Times in questi anni non erano però passate col gradimento della direzione. E' un caso la focalizzazione sui video, che Abramson non ha mai ritenuto efficaci strumenti giornalistici: "E' noioso vedere due giornalisti seduti che ti raccontano quello che stai per leggere". Ma soprattutto la rivoluzione della raccolta pubblicitaria, con l'introduzione del "native advertising", la pubblicità redazionale online cui Abramson si è sempre pubblicamente detta contraria. Portano invece la sua benedizione alcuni dei progetti editoriali più innovativi, con una sempre maggiore enfasi - e investimenti di risorse professionali - nel data journalism e nella progettazione multimediale di contenuti giornalistici, come quello "Snowfall" che segna ormai un punto di riferimento globale di giornalismo digitale. Non può però essere una coincidenza che solo pochi giorni fa sia trapelato il rapporto interno di una commissione, voluta proprio da Abramson, di indagine sulle strategie di innovazione necessarie a traghettare la testata verso un futuro "digital first", ovvero di priorità del digitale sulla carta. A capo della commissione la ex direttrice aveva messo il rampollo dell'editore, Arthur Gregg Sulzberger, da più parti indicato come il suo successore alla guida dell'azienda ma per ora "semplice" redattore della cronaca locale. Sulzberger ha incontrato tutti, dai giornalisti all'amministrazione all'area tecnica, prima di stilare una serie di raccomandazioni - tra cui spiccava la necessità di coinvolgere maggiormente nei processi editoriali quei settori dell'area business più direttamente a contatto con i lettori. Durante questi incontri qualche altro elemento contro Abramson potrebbe essere saltato fuori.

L'interrogativo vero, però, è cosa significherà per il giornalismo del New York Times l'allontanamento di una personalità così forte, e anche capace di scelte coraggiose. Più di un osservatore ieri ricordava come Dean Baquet avesse affossato la pubblicazione delle prime rivelazioni dei programmi di sorveglianza elettronica della Nsa ai tempi in cui era direttore del Los Angeles Times.

Il Nyt di Abramson ha invece apertamente messo sotto torchio l'Amministrazione Obama dopo le rivelazioni di Edward Snowden, pubblicate dal Washington Post e dal britannico Guardian. Ed è proprio dal rapporto con il Guardian - in particolare con la direttrice dell'edizione Usa, ora a capo dell'area digitale, Janine Gibson, vincitrice del Pulitzer per l'inchiesta sull'Nsa - che nacquero altri motivi di tensione tra Jill Abramson, Baquet e Sulzberger. Lei avrebbe voluto Janine Gibson come sua vice, al fianco e alla pari di Baquet ma alla guida dell'area digitale - strategica in questa fase di innovazione. Una diminutio inaccettabile - e infatti respinta - da Baquet. Gibson, ora tornata a Londra, dice di essere stata lei a rifiutare l'offerta. Ma comunque il ticket di donne - se mai si fosse realizzato - non sarebbe probabilmente durato a lungo.