PÉRONNE (FRONTE FRANCESE) - Fu cena memorabile, bene irrorata di Borgogna. "Pour le repos, le plaisir du militaire... la servante est jeune et gentille, légère comme un papillon".
Jacqueline cantò La Madelon, storia di una servotta adorata dai coscritti del '14. Gli inglesi attaccarono Tipperary, a me rimase Addio, mia bella addio. Era impossibile evitare la Guerra, lì sulla Somme. Era impressa nel paesaggio.
C'erano più morti che vivi: un milione, contro cinquecentomila residenti. Un milione di Caduti in un fazzoletto. Centinaia di cimiteri, di inglesi, francesi, tedeschi, canadesi, indiani del Commonwealth, sparpagliati tra i boschi e i campi sterminati di indivia. Eppure, curiosamente, la vicinanza di quell'immensa armata-ombra mi accendeva il gusto della vita, come era successo a Ungaretti accanto al compagno morto in trincea. Ah, la Francia. Ritornare la sera dalla prima linea e sciogliere la fatica in un buon bicchiere... Une baguette, du fromage, une chanson... e ascoltare la notte che viene con lite di anatre nell'aia e scricchiolio di stelle allo Zenith.
I due inglesi erano venuti lì per visitare il fronte dei loro vecchi; del resto sei visitatori su dieci venivano lì a imparare qualcosa dai luoghi della prima catastrofe mondiale. Lei raccontò una storia del nonno: un volumetto di spartiti musicali nel giustacuore gli aveva deviato una pallottola tedesca, nell'ultima battaglia di Ypres. "Si può ben dire - disse - che è stata la musica a salvarlo". Poi si rimise a cantare. Quel mio viaggio era pieno di storie, talmente pieno che faticavo a stivarle nel notes.
Avevo visto la Luna enorme della Polonia orientale e una formazione di gru cercare il Nord sopra l'ossario di Verdun. Un uomo simile a un mago mi aveva portato in una radura dove l'erba non cresceva da un secolo per via dei veleni. In Ucraina avevo visto accendersi per i rivoltosi uccisi nel 2014 a Kiev gli stessi lumini che avevo portato per i morti di un secolo prima. In Belgio una gattina dolce mi aveva portato sulle tracce dal diavolo, nella trincea dove aveva combattuto un caporale di nome Hitler.
Mi affacciai sulla terrazza. Le oche litigavano per contendersi un isolotto del canale, al sicuro dalla volpe. In alto, il fulgore di Cassiopea. In basso, la terra selvaggia ardeva, disegnava luci su un paesaggio sconosciuto. Riconoscevo bivacchi di soldati, lumini di campagna, fuochi fatui, bagliori di ciminiere, fornaci, lampioni, candele votive, roghi di foglie secche e, all'orizzonte, la debole luminescenza di una metropoli. In mezzo a tutto questo, un traffico di lucciole - o uomini, non so - che vagavano tracciando strani segni zodiacali, stelle di un emisfero sconosciuto.
Ero da tre mesi in viaggio su una linea d'ombra, una notte interminabile di treni e fiumi erranti, una lunga notte punteggiata da nebulose di villaggi e cimiteri. Avevo attraversato il fango colloso delle Fiandre e il gelo dell'Ucraina, la neve delle Alpi Centrali e la pioggia dei Carpazi, i boschi della Serbia profonda e i sentieri della Polonia, ma ogni sera - ovunque fossi - luci bisbiglianti si accendevano qua e là. Luci alle quali, come in una danza rituale, aggiungevo le mie candele dei morti.
Quel viaggio mi aveva cambiato. Avevo perduto molte certezze, ma ora percepivo cose nuove e oscure. Temevo per l'Europa, la vedevo scricchiolare sempre sulle stesse linee di faglia. Ma masticavo la vita a denti pieni. Ogni boccata d'aria era un morso, ogni espirazione una litania di ringraziamento. Cantavo, attraversando i luoghi della morte. Mi venne in mente la dolce Lala Lubelska, un'ebrea sopravvissuta ad Auschwitz, che aveva accettato di raccontare la sua storia solo a patto che il tema degli incontri fosse la bellezza della vita. Pace all'anima sua.
Nel museo della guerra di Péronne, a pochi chilometri dalla fattoria, dormivano manichini distesi, in fosse rettangolari simili a tombe, o a trincee. La curatrice aveva scelto di non mostrare soldati in piedi, per il fatto elementare che la guerra è morte. In posizione eretta c'erano solo madri terribili vestite di nero, in agguato dietro un muro. In quei giorni l'Historial era chiuso per migliorie e, nelle sale, ogni manichino in divisa era protetto da un velo provvisorio. Quel velo, senza volerlo, diventava simbolo: sudario, ragnatela, diaframma temporale. I corpi dicevano "allunga la mano, tu che passi. Puoi toccarci. Tutto è appena successo". Come sul fronte orientale, anche in Francia ogni tanto il velo si squarciava, e allora con "quelli di là" riuscivo quasi a parlarci. In Piccardia era specialmente facile. I Caduti abitavano il paesaggio, la segnaletica, la viabilità. "La bataille de la Somme", stava scritto su enormi cartelli tra Amiens e Cambrai. "Chemin des Dames prossima uscita", campeggiava sulla A 26 oltre Reims. Pensai che sul Carso nulla, disperatamente nulla diceva cos'era accaduto a chi passava sulle strade. Per la politica la memoria restava muffa e retorica, e mi chiesi che futuro avesse un Paese così pronto a dimenticare.
Dormii male per le libagioni. Vidi un drappello di ulani; li riconobbi dai grandi cavalli e i riflessi d'ottone dell'elmetto sormontato da un tronco di piramide rovesciata. Scendevano al buio, su terreno privo di alberi, segnato da stagni verdastri e tappeti di erica viola. Uno degli uomini, vedendomi, si alzò sulle staffe, sollevò l'indice della sinistra e lo portò sulle labbra per dirmi di tacere. Io tirai una mela fuori dalla tasca e la porsi alla bestia, che nitrì nell'ombra, uscì dalla fila e si avvicinò, ma quando mi fu accanto, mostrò sotto gli speroni una gabbia toracica scoperchiata. Sentivo il fischio rauco dei polmoni che spremevano, sotto le costole, il mantice di una fisarmonica senza note.
Tutto era cominciato dalle parti di Redipuglia, nell'ottobre del 2013. Avevo appena finito il viaggio sul fronte italiano, ed ero andato con i soliti amici a cantare in osteria. A un tratto, ricordo bene, qualcosa mi chiamò fuori. Nella pioggia, la terra serpeggiava di segnali. Le case sentivano il fronte, fiutavano posti da arma bianca nella notte nera. Trincea delle Frasche, San Michele, Selz, Monte Sei Busi. Conoscevo a memoria quel dislivello. Ogni metro era impregnato di agonie, segnato da vite smembrate, crocefisse su reticolati o mutilate da tagliole, ma nulla rammentava l'immensità del dolore. Avrei dovuto calpestare bossoli, immondizie, sangue, stracci, membra umane, gavette, resti di cibo, zoccoli, ferri, escrementi, suole di scarpe, ma l'uomo e la natura avevano cancellato ogni cosa. La notte profumava di erba, e interi paesi dormivano, mangiavano e facevano l'amore sui resti di un immane sacrificio umano. Andai al sacrario, per stare da solo con i Centomila. La torcia elettrica cercò invano un fiore in quella nudità totalitaria. Ero lanciato nello spazio, come su un'astronave, la pianura si apriva come una sterminata pista d'atterraggio. Li sentivo, maledettamente vicini. Erano lì, nel buio. Ondate regolari di uomini-frangenti che andavano a sfracellarsi sul Carso come su una scogliera. Il cielo si preparava al temporale.
Chiesi: "Voi che abitate la casa dei venti, ditemi come parlare con voi. Com'è possibile questo oblio... Come bucare la linea d'ombra dell'inconcepibile...".
Non ebbi risposta. Proseguii a piedi fino al cimitero austro-ungarico sull'altro lato della strada. La torcia illuminò lapidi con nomi polacchi, dalmati, slovacchi, tedeschi e magiari. Szász, Borodin, Turko, Wiszniowski, Felberger, Vraty, Cattarinich. Si udiva un mormorio pieno di consonanti slave e vocali ebraiche, pareva un canto di musica klezmer. C'era tutto l'impero e il suo ordine plurale in quel perimetro minimo, qualcosa di molto simile a ciò che oggi l'Europa Unita non è capace di essere.
Vennero nubi come bastimenti. Cannonate sempre più vicine, il cielo intero si preparava alla battaglia. Gli alberi strattonati dal vento scossero via le foglie e la pianura spense le luci. Tornai veloce, ma non feci in tempo. Nembi enormi tracimarono dal monte e sui gradoni dei Centomila la pioggia cominciò a tambureggiare, poi divenne rullo di guerra. Le scalinate del sacrario erano diventate cascate. C'erano solo duecento metri tra me e la macchina, ma in mezzo c'erano colonne d'acqua e così mi riparai sotto il tetto del museo della guerra. Oltre le grate di una finestra, vidi tagliole, cesoie, mitraglie, baionette e corone di spine illuminate dai fulmini. Qualcosa mi disse "vai a cercare le guerre degli altri". Era un ordine, non un suggerimento. Dovevo andare, e subito: i giorni dei morti si avvicinavano, si stava aprendo nel cielo una finestra irripetibile. Era tempo di fare un viaggio anche alle radici di me stesso. Come triestino, ero figlio di una città rimasta austriaca cinque secoli, un italiano ciapà col s'ciopo , come i trentini e tanti goriziani, istriani e dalmati. Ero, a dir poco, complicato. Mio padre era stato ufficiale nell'esercito del Tricolore e avevo - per parte di madre - un illustre, italianissimo zio irredentista. Ma mio nonno - italiano di lingua - aveva combattuto con l'Austria, per il suo imperatore, e mia nonna, senza muoversi da Trieste, aveva cambiato sei bandiere nel demenziale andirivieni dei confini. La mia vecchia diceva: "La guerra del quattordici". Io protestavo, dicevo che era sbagliato, che era iniziata nel '15. E lei ogni volta daccapo a dirmi: "Picio mio, noi de Trieste semo 'ndai in guera nel quatordici". Dovevo dunque partire da quella data, dalla guerra di quegli italiani nella divisa sbagliata, der vergessene Krieg, il conflitto dimenticato a Est, quello oltre i Carpazi, senza contare la Serbia. Poco si era scritto di quel fronte smisurato, quattro volte più ampio e infinitamente più mobile di quello italiano o franco-belga. Quell'orizzonte spopolato che un giorno nereggiò di milioni di uomini in armi non poteva essere più diverso dalle gole dell'Ortigara e dalle vigne dello Champagne. Non ne sapevo nulla, e lì dovevo andare.
Ricordo che presi scarpe grosse e poche altre cose. Qualche mappa, orari dei treni, una lampada frontale, taccuini e un vecchio libro, la Guerra mondiale di A. J. P. Taylor. Prima di uscire staccai dall'attaccapanni un berretto di foggia militare austriaca, buono per la pioggia, identico a quello di mio nonno. Me l'aveva regalato un alpino italiano, un uomo di pascoli e foreste, Gianni Rigoni Stern. Per quel copricapo in Francia mi avrebbero preso per tedesco, in Germania per un italiano originale, in Ucraina per un nazionalista anti-russo, in Italia per un austriacante.
A tutti avrei dovuto spiegare che era solo il cappello di mio nonno.
Jacqueline cantò La Madelon, storia di una servotta adorata dai coscritti del '14. Gli inglesi attaccarono Tipperary, a me rimase Addio, mia bella addio. Era impossibile evitare la Guerra, lì sulla Somme. Era impressa nel paesaggio.
C'erano più morti che vivi: un milione, contro cinquecentomila residenti. Un milione di Caduti in un fazzoletto. Centinaia di cimiteri, di inglesi, francesi, tedeschi, canadesi, indiani del Commonwealth, sparpagliati tra i boschi e i campi sterminati di indivia. Eppure, curiosamente, la vicinanza di quell'immensa armata-ombra mi accendeva il gusto della vita, come era successo a Ungaretti accanto al compagno morto in trincea. Ah, la Francia. Ritornare la sera dalla prima linea e sciogliere la fatica in un buon bicchiere... Une baguette, du fromage, une chanson... e ascoltare la notte che viene con lite di anatre nell'aia e scricchiolio di stelle allo Zenith.
I due inglesi erano venuti lì per visitare il fronte dei loro vecchi; del resto sei visitatori su dieci venivano lì a imparare qualcosa dai luoghi della prima catastrofe mondiale. Lei raccontò una storia del nonno: un volumetto di spartiti musicali nel giustacuore gli aveva deviato una pallottola tedesca, nell'ultima battaglia di Ypres. "Si può ben dire - disse - che è stata la musica a salvarlo". Poi si rimise a cantare. Quel mio viaggio era pieno di storie, talmente pieno che faticavo a stivarle nel notes.
Avevo visto la Luna enorme della Polonia orientale e una formazione di gru cercare il Nord sopra l'ossario di Verdun. Un uomo simile a un mago mi aveva portato in una radura dove l'erba non cresceva da un secolo per via dei veleni. In Ucraina avevo visto accendersi per i rivoltosi uccisi nel 2014 a Kiev gli stessi lumini che avevo portato per i morti di un secolo prima. In Belgio una gattina dolce mi aveva portato sulle tracce dal diavolo, nella trincea dove aveva combattuto un caporale di nome Hitler.
Mi affacciai sulla terrazza. Le oche litigavano per contendersi un isolotto del canale, al sicuro dalla volpe. In alto, il fulgore di Cassiopea. In basso, la terra selvaggia ardeva, disegnava luci su un paesaggio sconosciuto. Riconoscevo bivacchi di soldati, lumini di campagna, fuochi fatui, bagliori di ciminiere, fornaci, lampioni, candele votive, roghi di foglie secche e, all'orizzonte, la debole luminescenza di una metropoli. In mezzo a tutto questo, un traffico di lucciole - o uomini, non so - che vagavano tracciando strani segni zodiacali, stelle di un emisfero sconosciuto.
Ero da tre mesi in viaggio su una linea d'ombra, una notte interminabile di treni e fiumi erranti, una lunga notte punteggiata da nebulose di villaggi e cimiteri. Avevo attraversato il fango colloso delle Fiandre e il gelo dell'Ucraina, la neve delle Alpi Centrali e la pioggia dei Carpazi, i boschi della Serbia profonda e i sentieri della Polonia, ma ogni sera - ovunque fossi - luci bisbiglianti si accendevano qua e là. Luci alle quali, come in una danza rituale, aggiungevo le mie candele dei morti.
Quel viaggio mi aveva cambiato. Avevo perduto molte certezze, ma ora percepivo cose nuove e oscure. Temevo per l'Europa, la vedevo scricchiolare sempre sulle stesse linee di faglia. Ma masticavo la vita a denti pieni. Ogni boccata d'aria era un morso, ogni espirazione una litania di ringraziamento. Cantavo, attraversando i luoghi della morte. Mi venne in mente la dolce Lala Lubelska, un'ebrea sopravvissuta ad Auschwitz, che aveva accettato di raccontare la sua storia solo a patto che il tema degli incontri fosse la bellezza della vita. Pace all'anima sua.
Nel museo della guerra di Péronne, a pochi chilometri dalla fattoria, dormivano manichini distesi, in fosse rettangolari simili a tombe, o a trincee. La curatrice aveva scelto di non mostrare soldati in piedi, per il fatto elementare che la guerra è morte. In posizione eretta c'erano solo madri terribili vestite di nero, in agguato dietro un muro. In quei giorni l'Historial era chiuso per migliorie e, nelle sale, ogni manichino in divisa era protetto da un velo provvisorio. Quel velo, senza volerlo, diventava simbolo: sudario, ragnatela, diaframma temporale. I corpi dicevano "allunga la mano, tu che passi. Puoi toccarci. Tutto è appena successo". Come sul fronte orientale, anche in Francia ogni tanto il velo si squarciava, e allora con "quelli di là" riuscivo quasi a parlarci. In Piccardia era specialmente facile. I Caduti abitavano il paesaggio, la segnaletica, la viabilità. "La bataille de la Somme", stava scritto su enormi cartelli tra Amiens e Cambrai. "Chemin des Dames prossima uscita", campeggiava sulla A 26 oltre Reims. Pensai che sul Carso nulla, disperatamente nulla diceva cos'era accaduto a chi passava sulle strade. Per la politica la memoria restava muffa e retorica, e mi chiesi che futuro avesse un Paese così pronto a dimenticare.
Dormii male per le libagioni. Vidi un drappello di ulani; li riconobbi dai grandi cavalli e i riflessi d'ottone dell'elmetto sormontato da un tronco di piramide rovesciata. Scendevano al buio, su terreno privo di alberi, segnato da stagni verdastri e tappeti di erica viola. Uno degli uomini, vedendomi, si alzò sulle staffe, sollevò l'indice della sinistra e lo portò sulle labbra per dirmi di tacere. Io tirai una mela fuori dalla tasca e la porsi alla bestia, che nitrì nell'ombra, uscì dalla fila e si avvicinò, ma quando mi fu accanto, mostrò sotto gli speroni una gabbia toracica scoperchiata. Sentivo il fischio rauco dei polmoni che spremevano, sotto le costole, il mantice di una fisarmonica senza note.
Tutto era cominciato dalle parti di Redipuglia, nell'ottobre del 2013. Avevo appena finito il viaggio sul fronte italiano, ed ero andato con i soliti amici a cantare in osteria. A un tratto, ricordo bene, qualcosa mi chiamò fuori. Nella pioggia, la terra serpeggiava di segnali. Le case sentivano il fronte, fiutavano posti da arma bianca nella notte nera. Trincea delle Frasche, San Michele, Selz, Monte Sei Busi. Conoscevo a memoria quel dislivello. Ogni metro era impregnato di agonie, segnato da vite smembrate, crocefisse su reticolati o mutilate da tagliole, ma nulla rammentava l'immensità del dolore. Avrei dovuto calpestare bossoli, immondizie, sangue, stracci, membra umane, gavette, resti di cibo, zoccoli, ferri, escrementi, suole di scarpe, ma l'uomo e la natura avevano cancellato ogni cosa. La notte profumava di erba, e interi paesi dormivano, mangiavano e facevano l'amore sui resti di un immane sacrificio umano. Andai al sacrario, per stare da solo con i Centomila. La torcia elettrica cercò invano un fiore in quella nudità totalitaria. Ero lanciato nello spazio, come su un'astronave, la pianura si apriva come una sterminata pista d'atterraggio. Li sentivo, maledettamente vicini. Erano lì, nel buio. Ondate regolari di uomini-frangenti che andavano a sfracellarsi sul Carso come su una scogliera. Il cielo si preparava al temporale.
Chiesi: "Voi che abitate la casa dei venti, ditemi come parlare con voi. Com'è possibile questo oblio... Come bucare la linea d'ombra dell'inconcepibile...".
Non ebbi risposta. Proseguii a piedi fino al cimitero austro-ungarico sull'altro lato della strada. La torcia illuminò lapidi con nomi polacchi, dalmati, slovacchi, tedeschi e magiari. Szász, Borodin, Turko, Wiszniowski, Felberger, Vraty, Cattarinich. Si udiva un mormorio pieno di consonanti slave e vocali ebraiche, pareva un canto di musica klezmer. C'era tutto l'impero e il suo ordine plurale in quel perimetro minimo, qualcosa di molto simile a ciò che oggi l'Europa Unita non è capace di essere.
Vennero nubi come bastimenti. Cannonate sempre più vicine, il cielo intero si preparava alla battaglia. Gli alberi strattonati dal vento scossero via le foglie e la pianura spense le luci. Tornai veloce, ma non feci in tempo. Nembi enormi tracimarono dal monte e sui gradoni dei Centomila la pioggia cominciò a tambureggiare, poi divenne rullo di guerra. Le scalinate del sacrario erano diventate cascate. C'erano solo duecento metri tra me e la macchina, ma in mezzo c'erano colonne d'acqua e così mi riparai sotto il tetto del museo della guerra. Oltre le grate di una finestra, vidi tagliole, cesoie, mitraglie, baionette e corone di spine illuminate dai fulmini. Qualcosa mi disse "vai a cercare le guerre degli altri". Era un ordine, non un suggerimento. Dovevo andare, e subito: i giorni dei morti si avvicinavano, si stava aprendo nel cielo una finestra irripetibile. Era tempo di fare un viaggio anche alle radici di me stesso. Come triestino, ero figlio di una città rimasta austriaca cinque secoli, un italiano ciapà col s'ciopo , come i trentini e tanti goriziani, istriani e dalmati. Ero, a dir poco, complicato. Mio padre era stato ufficiale nell'esercito del Tricolore e avevo - per parte di madre - un illustre, italianissimo zio irredentista. Ma mio nonno - italiano di lingua - aveva combattuto con l'Austria, per il suo imperatore, e mia nonna, senza muoversi da Trieste, aveva cambiato sei bandiere nel demenziale andirivieni dei confini. La mia vecchia diceva: "La guerra del quattordici". Io protestavo, dicevo che era sbagliato, che era iniziata nel '15. E lei ogni volta daccapo a dirmi: "Picio mio, noi de Trieste semo 'ndai in guera nel quatordici". Dovevo dunque partire da quella data, dalla guerra di quegli italiani nella divisa sbagliata, der vergessene Krieg, il conflitto dimenticato a Est, quello oltre i Carpazi, senza contare la Serbia. Poco si era scritto di quel fronte smisurato, quattro volte più ampio e infinitamente più mobile di quello italiano o franco-belga. Quell'orizzonte spopolato che un giorno nereggiò di milioni di uomini in armi non poteva essere più diverso dalle gole dell'Ortigara e dalle vigne dello Champagne. Non ne sapevo nulla, e lì dovevo andare.
Ricordo che presi scarpe grosse e poche altre cose. Qualche mappa, orari dei treni, una lampada frontale, taccuini e un vecchio libro, la Guerra mondiale di A. J. P. Taylor. Prima di uscire staccai dall'attaccapanni un berretto di foggia militare austriaca, buono per la pioggia, identico a quello di mio nonno. Me l'aveva regalato un alpino italiano, un uomo di pascoli e foreste, Gianni Rigoni Stern. Per quel copricapo in Francia mi avrebbero preso per tedesco, in Germania per un italiano originale, in Ucraina per un nazionalista anti-russo, in Italia per un austriacante.
A tutti avrei dovuto spiegare che era solo il cappello di mio nonno.