Deca: giornalismo d'autore per lettori-produttori
Un gruppo di giornalisti e scrittori di grande esperienza, storie lunghe e complesse, una nuova formula di crowdfunding e co-produzione basata sulla community: sul modello delle agenzie fotografiche degli anni 50 nasce un esperimento per "scrivere le storie che meritano di essere raccontate". Solo online
Da una grande crisi possono nascere grandi idee. Le formule di giornalismo partecipativo, finanziato dai lettori che diventano parte dell'impresa narrativa con le loro idee, sono uno degli esperimenti più interessanti che stanno germogliando in tutto il mondo da quella che appare come una crisi irreversibile dell'industria giornalistica "tradizionale". E' un po' la genesi del progetto Deca, un collettivo di giornalisti di grande esperienza provenienti da diverse parti del mondo che hanno deciso di mettersi insieme per produrre "storie" con il finanziamento e l'attiva partecipazione del loro pubblico.
Il modello che ha ispirato Deca sono le agenzie di fotogiornalismo nate tra gli anni '40 e '50, come la Magnum, sull'onda dell'innovazione tecnologica che stava modificando la fotografia professionale e del crescente ruolo dell'immagine nei reportage giornalistici sugli eventi che sconvolgevano la storia mondiale in quei decenni. Gruppi di professionisti si conso…
Il modello che ha ispirato Deca sono le agenzie di fotogiornalismo nate tra gli anni '40 e '50, come la Magnum, sull'onda dell'innovazione tecnologica che stava modificando la fotografia professionale e del crescente ruolo dell'immagine nei reportage giornalistici sugli eventi che sconvolgevano la storia mondiale in quei decenni. Gruppi di professionisti si conso…
Da una grande crisi possono nascere grandi idee. Le formule di giornalismo partecipativo, finanziato dai lettori che diventano parte dell'impresa narrativa con le loro idee, sono uno degli esperimenti più interessanti che stanno germogliando in tutto il mondo da quella che appare come una crisi irreversibile dell'industria giornalistica "tradizionale". E' un po' la genesi del progetto Deca, un collettivo di giornalisti di grande esperienza provenienti da diverse parti del mondo che hanno deciso di mettersi insieme per produrre "storie" con il finanziamento e l'attiva partecipazione del loro pubblico.
Il modello che ha ispirato Deca sono le agenzie di fotogiornalismo nate tra gli anni '40 e '50, come la Magnum, sull'onda dell'innovazione tecnologica che stava modificando la fotografia professionale e del crescente ruolo dell'immagine nei reportage giornalistici sugli eventi che sconvolgevano la storia mondiale in quei decenni. Gruppi di professionisti si consorziavano per offrire i loro servizi individuali abbattendo i costi di produzione in un'impresa collettiva. In un modo simile, gli otto di Deca (Sonia Faleiro, Stephan Faris, McKenzie Funk, Vanessa M. Gezari, Marc Herman, Mara Hvistendahl, Delphine Schrank, Tom Zoellner) lanciano la sfida: giornalismo approfondito disponibile su piattaforme digitali (il long-form journalism che rappresenta la smentita palese del preconcetto secondo cui sul web si può produrre o consumare solo "giornalismo snack", breve e poco dettagliato), frutto di mesi, a volte anni di investigazione su temi globali: "Non fiction, più breve di un libro ma più lunga di un articolo", definiscono il loro lavoro.
Una media di una storia al mese, scaricabile su tablet, mobile, piattaforma web, acquistabile singolarmente (via app o Amazon) e tramite abbonamento al servizio di Deca. La garanzia di qualità è l'esperienza degli autori - tutti affermati giornalisti e scrittori - e un costante rapporto con i lettori-produttori. Perché la vera novità delle imprese modello Deca è il rapporto economico e di qualità con i fruitori del prodotto: nata con il crowdfunding (tramite Kickstarter, che offre un piano modulare di coinvolgimento nell'impresa - a seconda di quanto si contribuisce si ottengono diversi step di accesso), lascia aperto un flusso costante di comunicazione agli input dei lettori, per contributi e idee di nuovi reportage. La prima campagna di finanziamento ha raddoppiato le aspettative: 32mila dollari raccolti, in tutto il mondo, sui 15mila preventivati. Un primo "zoccolo duro" di 500 sottoscrittori cui si aggiungono quelli raccolti ora via via che il carnet di offerta si arricchisce.
Per i giornalisti del gruppo, la piattaforma offre un'occasione abbastanza unica nel giornalismo: la possibilità di raccontare storie complesse, lunghe, che magari da uno singolo spunto di cronaca si diramano su piani narrativi diversi.
Il primo reportage è firmato da Mara Hvistendahl - freelance basata in Cina, finalista Pulitzer, con pubblicazioni per The Atlantic, Wall Street Journal, Foreign Policy, Scientific American. "And the City swallowed them" porta i lettori in un viaggio dal Canada a Shanghai sulle orme di una giovane aspirante modella misteriosamente assassinata, gettando coni di luce sull'oscuro sistema giudiziario cinese e sulle pieghe del miracolo economico. Il secondo reportage - Homelands - è opera di Stephan Faris, firma di Time da Roma, collaboratore di Bloomberg Bussinesweek e The Atlantic, su uno dei temi più controversi e complessi con cui si confrontano le leadership e le pubbliche opinioni di tutto il mondo: le grandi ondate migratorie e la sfida di un mondo "senza confini". Con un'analisi storica scrupolosa, decine di interviste a chi è coinvolto sul campo e a chi il fenomeno lo studia, in un viaggio-reportage dalla Liberia, al Kenya fino alla tragedia tutta italiana di Lampedusa ai giorni nostri. Un racconto che è anche, spiega Faris, il frutto di anni di lavoro e di ricerca sul campo.
"Il lavoro di ricerca e di scrittura è individuale - spiegano a Deca - ma l'editing e la promozione sono collettivi, e dividiamo i ricavi di ogni storia". La motivazione di fondo è un po' il mantra di chi crede che ci sia ancora bisogno del giornalismo: "Crediamo che queste storie debbano esistere, e che i luoghi dove leggere belle storie sul mondo stiano scomparendo". La scommessa è aperta.
Il modello che ha ispirato Deca sono le agenzie di fotogiornalismo nate tra gli anni '40 e '50, come la Magnum, sull'onda dell'innovazione tecnologica che stava modificando la fotografia professionale e del crescente ruolo dell'immagine nei reportage giornalistici sugli eventi che sconvolgevano la storia mondiale in quei decenni. Gruppi di professionisti si consorziavano per offrire i loro servizi individuali abbattendo i costi di produzione in un'impresa collettiva. In un modo simile, gli otto di Deca (Sonia Faleiro, Stephan Faris, McKenzie Funk, Vanessa M. Gezari, Marc Herman, Mara Hvistendahl, Delphine Schrank, Tom Zoellner) lanciano la sfida: giornalismo approfondito disponibile su piattaforme digitali (il long-form journalism che rappresenta la smentita palese del preconcetto secondo cui sul web si può produrre o consumare solo "giornalismo snack", breve e poco dettagliato), frutto di mesi, a volte anni di investigazione su temi globali: "Non fiction, più breve di un libro ma più lunga di un articolo", definiscono il loro lavoro.
Una media di una storia al mese, scaricabile su tablet, mobile, piattaforma web, acquistabile singolarmente (via app o Amazon) e tramite abbonamento al servizio di Deca. La garanzia di qualità è l'esperienza degli autori - tutti affermati giornalisti e scrittori - e un costante rapporto con i lettori-produttori. Perché la vera novità delle imprese modello Deca è il rapporto economico e di qualità con i fruitori del prodotto: nata con il crowdfunding (tramite Kickstarter, che offre un piano modulare di coinvolgimento nell'impresa - a seconda di quanto si contribuisce si ottengono diversi step di accesso), lascia aperto un flusso costante di comunicazione agli input dei lettori, per contributi e idee di nuovi reportage. La prima campagna di finanziamento ha raddoppiato le aspettative: 32mila dollari raccolti, in tutto il mondo, sui 15mila preventivati. Un primo "zoccolo duro" di 500 sottoscrittori cui si aggiungono quelli raccolti ora via via che il carnet di offerta si arricchisce.
Per i giornalisti del gruppo, la piattaforma offre un'occasione abbastanza unica nel giornalismo: la possibilità di raccontare storie complesse, lunghe, che magari da uno singolo spunto di cronaca si diramano su piani narrativi diversi.
Il primo reportage è firmato da Mara Hvistendahl - freelance basata in Cina, finalista Pulitzer, con pubblicazioni per The Atlantic, Wall Street Journal, Foreign Policy, Scientific American. "And the City swallowed them" porta i lettori in un viaggio dal Canada a Shanghai sulle orme di una giovane aspirante modella misteriosamente assassinata, gettando coni di luce sull'oscuro sistema giudiziario cinese e sulle pieghe del miracolo economico. Il secondo reportage - Homelands - è opera di Stephan Faris, firma di Time da Roma, collaboratore di Bloomberg Bussinesweek e The Atlantic, su uno dei temi più controversi e complessi con cui si confrontano le leadership e le pubbliche opinioni di tutto il mondo: le grandi ondate migratorie e la sfida di un mondo "senza confini". Con un'analisi storica scrupolosa, decine di interviste a chi è coinvolto sul campo e a chi il fenomeno lo studia, in un viaggio-reportage dalla Liberia, al Kenya fino alla tragedia tutta italiana di Lampedusa ai giorni nostri. Un racconto che è anche, spiega Faris, il frutto di anni di lavoro e di ricerca sul campo.
"Il lavoro di ricerca e di scrittura è individuale - spiegano a Deca - ma l'editing e la promozione sono collettivi, e dividiamo i ricavi di ogni storia". La motivazione di fondo è un po' il mantra di chi crede che ci sia ancora bisogno del giornalismo: "Crediamo che queste storie debbano esistere, e che i luoghi dove leggere belle storie sul mondo stiano scomparendo". La scommessa è aperta.