Cultura

Ero un Don Chisciotte prigioniero delle storie

L'anticipazione. Nella prefazione a "La verità del momento", il percorso dai sogni giovanili alla scelta di un giornalismo "che riprende l'istante come in una fotografia"

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Viaggiare e scrivere, non so se scrivere per viaggiare o viaggiare per scrivere. Questa era la scorciatoia psicologica capace di placare i miei sensi di colpa durante le fughe da ragazzo. Spesso fughe nella fantasia, ma non per questo meno avventurose. Un giorno, mi dicevo, le racconterò. Così le giustificavo. Senza saperlo ne facevo una professione.

Ero un Don Chisciotte adolescente prigioniero delle letture, drogato dalla curiosità e dall'imprevisto. I romanzi (Ettore Fieramosca o Ivanhoe o I tre moschettieri) erano viaggi in mondi che mi proponevo di scoprire, anche se erano scomparsi. Ero insomma come tanti ragazzi. Non certo tra i migliori. All'origine c'è tuttavia un protagonista insolito: un canterano, proprio un mobile con quattro cassetti e pomi di metallo, di uno stile che non saprei definire, comunque leggermente stonato in un appartamento parigino come il mio di oggi. È troppo alto, troppo massiccio, troppo impettito. Ha una linea austera settentrionale italiana. È fatto per una grande dimora di campagna. Nella pianura padana non si misuravano i metri quadrati degli abitati, ma gli ettari o le biolche dei poderi. I mobili erano adeguati allo spazio, e lo spazio non è lo stesso in un alloggio del nono arrondissement. Il quartiere è afflitto da una lunga decadenza, dalla quale non si è mai del tutto rimesso, dopo aver meritato nel secolo del grande romanzo e della grande pittura francesi il nome di Nouvelle Athènes, perché vi abitavano pittori e scrittori, e c'erano (ci sono) tanti teatri. Dal Po alla Senna il viaggio è stato lungo e zigzagante.

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Quel canterano ha seguito il destino di generazioni pellegrine, ha traslocato spesso, per decenni, dopo avere abbandonato la vecchia casa della valle padana: un castellaccio via via declassato a palazzotto borghese, adesso non più affondato tra gli alberi ma smarrito in una pianura spelacchiata, disertata dai contadini e percorsa dagli strumenti dell'agricoltura meccanizzata. Quando arrivò nella Nouvelle Athènes decaduta ci volle un po' di tempo per portarlo al secondo piano. Le scale nell'ultimo tratto sono strette. Adesso è lì sotto i miei occhi, imperterrito, in attesa di nuovi lutti, di altre eredità, di nuovi traslochi.

Quel mobile entra in scena nei primi pomeriggi di circa ottant'anni fa. Dopo un breve sonno sul divano di velluto a coste marrone, mio zio Vittorio si alzava per avvicinarsi al canterano quasi fosse un tabernacolo da cui estrarre qualcosa di prezioso. Per la verità di sacerdotale quel mio prozio aveva soltanto una folta barba bianca. Io seguivo con ammirazione i suoi gesti, spicciativi per l'età. Il mobile era nella grande sala da pranzo, d'inverno usata come soggiorno perché riscaldata da una stufa Franklin, da un camino e da un termosifone. Lo zio Vittorio apriva il primo cassetto, vi affondava le mani ed estraeva un foglio protocollo, una penna e un calamaio. Li posava sul tavolo ovale al centro della stanza, si sedeva con fatica e si immergeva nel suo compito quotidiano. Un compito brevissimo. Per seguirlo lo Zar e la Neva si spostavano dai piedi del divano di malavoglia, perché si allontanavano dal calore del termosifone sotto la finestra e, rassegnati e svogliati, si riaccasciavano ai piedi del tavolo. Lo Zar era un bracco e la Neva una pointer. Lo zio Vittorio, al quale erano sempre incollati, era il loro padrone. Ed era il fratello di mio nonno Emilio, la cui siesta continuava autonoma sulla poltrona accanto al camino, cullata da acuti e duetti d'opera interrotti dagli improvvisi brontolii della radio tenuta a basso volume, o sopraffatti dal suo russare. Emilio era alto e dritto. Aveva dei baffi bianchi leggermente ingialliti dalla nicotina dei toscani. Lui e Vittorio, che non si era mai sposato per non dividere le sempre più esigue proprietà distese sulle sponde del Po, vivevano dignitosi e distratti gli ultimi anni della civiltà della rendita.

La calligrafia dello zio Vittorio era appuntita e percorsa da una vibrazione continua. Compiva improvvisi balzi, aveva momenti di intensità smorzati da altrettanto improvvise frenate, seguiti da brevi tratti di piattitudine, in cui era persino difficile distinguere le semplici lettere dell'alfabeto, non solo le parole. Una "a" che nella frase precedente risultava angolosa, ricca di spigoli, finiva inesorabilmente schiacciata, appiattita, come se il pennino fosse scivolato sul foglio protocollo e non avesse disegnato la lettera progettata, ma tracciato un segno banale, senza senso. Riguardandola anni dopo, quella calligrafia mi fece pensare al diagramma di un sismografo impazzito. Lo zio Vittorio era un ottimo cacciatore. A ottant'anni poteva abbattere una coppia di fagiani con una doppietta. Se ti portava con lui nella riserva sulle sponde del Po esigeva una disciplina di ferro. Se muovendoti facevi fuggire una lepre, mentre lo Zar e la Neva la puntavano, strappava un ramo da un arbusto e lo usava come una frusta sulle tue gambe nude. La sua mano sinistra, quella che teneva il fucile, era ferma, non aveva il minimo tremore; la destra era invece agitata. A tavola, quando versava il vino rosso, annaffiava la tovaglia bianca; ma quando schiacciava il grilletto usava l'indice come un accessorio indipendente dalla mano agitata. Con la penna l'impresa era più ardua. La scena era illuminata dalla finestra che dava sulla strada della Croce, diretta al Po e al ponte di ferro di Cremona. Io seguivo con scarso interesse le rare biciclette cavalcate da uomini col tabarro e da donne col fazzoletto nero in testa. Non perdevo un solo gesto dello zio Vittorio. Fin dove sarebbe arrivata la scrittura tremolante? Alla seconda riga, come al solito, oppure oltre, sino alla quarta, come capitava a volte? Avrebbe raggiunto un giorno il fondo del foglio, che mi sembrava un mare senza sponda? Il pennino appena intinto nel calamaio poteva cominciare il suo faticoso lavoro con una frase solenne: "Il cavalier dottor Pietro B. notaio in Monticelli d'Ongina, nacque a Castelevetro Piacentino nel 1818 da...".

A questo punto la mano si fermava. Non andò mai oltre, credo, quella biografia del bisnonno Pietro, militante del Risorgimento, del quale suo figlio Vittorio avrebbe voluto raccontare la patriottica attività. Di solito, prima che la penna si inoltrasse nella terza riga, il foglio veniva riposto nel canterano. Ma poteva capitare che l'incipit riguardasse il programma per la caccia del giorno dopo. Oppure il bilancio della selvaggina presa il giorno prima. In questi casi si poteva arrivare alla quarta o anche alla quinta riga. E allora lo Zar e la Neva, forse calcolando il tempo della scrittura, cominciavano ad agitarsi immaginando imminente una partita di caccia. Per la gioia la Neva sbatteva la lunga coda contro i piedi del tavolo; lo Zar, avendo la coda tagliata, agitava la lingua che si allungava penzolante a dismisura.

Sparito il foglio protocollo semivergine, il tavolo ovale della sala da pranzo veniva occupato dalle carte piacentine per l'altro rito quotidiano: il solitario di Napoleone. Un pomeriggio mentre i fanti di spade e i re di coppe si alternavano sul tappeto di velluto verde, guidati dalla mano tremante dello zio, decisi che io le storie le avrei cominciate e finite. Non mi sarei limitato all'incipit. Ma adesso mi chiedo se le "verità del momento", come chiamo le mie cronache, non siano in realtà simili alle poche righe quotidiane scritte dal cacciatore ottantenne della pianura padana, che continuo ad adorare come un nume tutelare. Per tutta la vita ho raccontato gli avvenimenti come il fotografo che riprende un istante di quel che sta accadendo. L'immagine può riassumere il passato e far intravedere il futuro. Le fotografie dei grandi reporter hanno questa magia. Come una cronaca può illustrare una situazione ben al di là della variabile, effimera, verità del momento. Capita che un mobile fatto per contenere biancheria o libri finisca in un museo, che un'opera artigianale rappresenti un'epoca. Questa può essere anche la sorte di una cronaca, la quale resta tuttavia un prodotto artigianale.

La cronaca precede la memoria e la storia. La memoria è la vita, portata da gruppi umani. È radicata nel concreto, nell'immagine, nello spazio, nel gesto, nell'oggetto. Cambia di continuo. È legata al ricordo, quindi esposta all'amnesia e a innumerevoli strumentalizzazioni, alle passioni intime, politiche, ideologiche. Si estingue con la morte dei testimoni. La storia tende a essere universale ma è anch'essa vulnerabile alle interpretazioni che variano d'epoca in epoca. La ricerca la modifica di continuo. La cronaca è un lampo che illumina un istante dell'avvenimento in corso. Influenza la memoria ed è utile alla storia, o può essere riposta e dimenticata nel cassetto del canterano.