SI può riassumere in un romanzo tutta la violenza del Ventesimo secolo? Ci ha provato, con Il progetto Lazarus (Einaudi), Aleksandar Hemon, cinquantenne, nato a Sarajevo, approdato durante la guerra di Bosnia negli Stati Uniti.
Quel libro parlava di un anarchico ebreo sopravvissuto al pogrom di Kishinev del 1903, arrivato in America e ucciso dalla polizia a Chicago. La sua morte è un punto di partenza per un'indagine che porta un giovane, l'alter ego dell'autore, in un viaggio picaresco in Ucraina e nei Balcani alla ricerca di se stesso, e anche del Male intrinseco nella Storia.
Questa ricerca, allargata alla domanda sulle molteplici identità di ciascuno essere umano, lo scrittore l'ha declinata poi in Il libro delle mie vite (2013). Ora esce in Italia un'altra sua opera, Amore e ostacoli , (Einaudi, traduzione di Maurizia Balmelli, pagg. 192, euro 18): una specie di educazione sentimentale a cavallo tra due mondi. "Mi interessava raccontare un americano "in prova", o se vogliamo il rapporto necessario e immenso che il narratore ha con l'America", dice l'autore, considerato ormai uno dei più bravi scrittori contemporanei di lingua inglese. E tra i protagonisti (sabato) del Festivaletteratura di Mantova che si apre oggi.
La scena che può riassumere un po' tutti i suoi libri è quella in cui, nel Progetto Lazarus, descrive il pogrom di Kishinev. Simbolo nel Novecento?
"Kishinev all'inizio del Ventesimo secolo è un luogo concreto con una storia concreta e con persone concrete: i sopravvissuti e i morti. Per le vittime la violenza non è mai simbolica. Ogni atto è unico nel suo genere. E ogni vittima lo sperimenta in un modo che non può essere ridotto a un riflesso di altri atti di violenza. Detto questo, sappiamo che il Novecento è iniziato ed è finito coi pogrom; e che è stato un secolo pieno di pogrom".
Lei vede Chicago come una metropoli in cui ai benestanti manca qualsiasi empatia nei confronti dei derelitti. È un dato della condizione umana? Sartre diceva che "l'altro è l'inferno".
"L'inferno non esiste. Esiste la Storia. La mancanza dell'empatia non equivale alla guerra, né l'empatia risolve i conflitti perché è solo un sentimento caritatevole. Posso provare empatia perfino per la persona cui sto sparando addosso".
Non le sembra di essere riduttivo?
"L'empatia funziona a distanza: i ricchi leggono libri sui poveri e provano compassione, senza dover fare niente. Uno delle fantasie nutrite dal privilegio è quella per cui esisterebbero spazi, reali o simbolici, senza conflitti: uno di questi spazi purificati sarebbe la letteratura. Ma la storia e le lotte sono ovunque, come l'aria che respiriamo".
E allora a cosa serve la letteratura? Lei sarà protagonista a Mantova di un festival letterario.
"Quello che può fare la letteratura è far venire alla luce le situazioni critiche, quando non sono visibili. Ma questo è un compito che richiede di andare oltre l'empatia per confrontarsi con ciò che è difficile, spiacevole, spaventoso".
In Bosnia, ad Abu Ghraib, in Iraq con l'Is: esiste un Male radicale?
"Ogni male è radicale. I crimini commessi, da chiunque e ovunque non sono una questione metafisica, ma legale ed etica".
Lei è bosniaco e americano, è di Sarajevo ma ha casa a Chicago (così si racconta nel Libro delle mie vite, a questo allude in Amore e ostacoli) . Come può spiegare a chi non lo sa, che ciascuno di noi ha più identità?
"Per me la domanda giusta è un'altra: come può una persona pensare di non possedere vari strati di identità? Come si può pensare di possedere una solo personalità, monolitica, emersa dall'infanzia e mai mutata? Pensare così significa delirare, essere malati di mente".
Marek Edelman, uno dei comandanti dell'insurrezione nel ghetto di Varsavia, diceva: la patria è l'albero che vedo dalla finestra di casa mia e i miei amici. Per lei cosa è la patria?
"Certo, la casa e la patria sono gli amici e l'albero che vedo dalla finestra. Ma io ho un albero che vedo a Chicago, e amici sia a Chicago che a Sarajevo (e anche a Montréal, Londra, Parigi). Io penso che tutte le patrie sono immaginarie: entità nostalgiche, frutto di un'utopia retroattiva".
Nei suoi libri lei inventa una Sarajevo che probabilmente non è mai esistita. Eppure la sua invenzione è realistica. O forse tenta di preservare la memoria di un'innocenza perduta con la guerra?
"L'immaginario non è l'opposto del reale. Anzi, la realtà deve essere immaginabile e immaginata per essere reale. Allo stesso tempo, l'immaginario può essere vissuto e compreso solo se è reale. In fondo è un concetto semplice: un romanzo diventa reale quando la sua trama si dispiega nell'immaginazione del lettore. E per quanto riguarda la memoria: è lo spazio dove la realtà e l'immaginazione si incontrano e si fondono".
Ha parlato delle necessità di confrontarsi con le cose spiacevoli. Fino a che punto può uno scrittore descrivere la brutalità, la crudeltà?
"Descrivere? La descrizione ha poco valore in arte, perché descrizione significa l'assenza di esperienza. Per coinvolgere il lettore lo scrittore deve invece attivare la fantasia di chi legge. L'unico limite è quindi l'immaginazione del lettore, non la parola. Ma ci sono sempre le parole e i nomi per tutto ciò che si può immaginare".
Nei suoi libri dice che a Sarajevo le storie sono raccontate in un modo diverso rispetto agli Stati Uniti: in Bosnia è lecito inventare, negli Usa si pretende dal narratore che racconti la "verità". Per quale motivo? Forse a Sarajevo la fantasia è una forma di resistenza?
"A Sarajevo si richiede una specie di sottomissione dell'ascoltatore al narratore e la complicità tra i due. Negli Stati Uniti invece è necessario narrare le cose "come sono accadute davvero", perché il capitalismo avanzato si basa sulla produzione e riproduzione di menzogne e fantasie. La brama della realtà è la paradossale conseguenza del dominio del fantastico (che è l'opposto dell'immaginabile).
Lei scrive in inglese per sentirsi più libero?
"Io non scrivo per essere libero. Ma per essere impegnato nelle vicende del mondo".
Quel libro parlava di un anarchico ebreo sopravvissuto al pogrom di Kishinev del 1903, arrivato in America e ucciso dalla polizia a Chicago. La sua morte è un punto di partenza per un'indagine che porta un giovane, l'alter ego dell'autore, in un viaggio picaresco in Ucraina e nei Balcani alla ricerca di se stesso, e anche del Male intrinseco nella Storia.
Questa ricerca, allargata alla domanda sulle molteplici identità di ciascuno essere umano, lo scrittore l'ha declinata poi in Il libro delle mie vite (2013). Ora esce in Italia un'altra sua opera, Amore e ostacoli , (Einaudi, traduzione di Maurizia Balmelli, pagg. 192, euro 18): una specie di educazione sentimentale a cavallo tra due mondi. "Mi interessava raccontare un americano "in prova", o se vogliamo il rapporto necessario e immenso che il narratore ha con l'America", dice l'autore, considerato ormai uno dei più bravi scrittori contemporanei di lingua inglese. E tra i protagonisti (sabato) del Festivaletteratura di Mantova che si apre oggi.
La scena che può riassumere un po' tutti i suoi libri è quella in cui, nel Progetto Lazarus, descrive il pogrom di Kishinev. Simbolo nel Novecento?
"Kishinev all'inizio del Ventesimo secolo è un luogo concreto con una storia concreta e con persone concrete: i sopravvissuti e i morti. Per le vittime la violenza non è mai simbolica. Ogni atto è unico nel suo genere. E ogni vittima lo sperimenta in un modo che non può essere ridotto a un riflesso di altri atti di violenza. Detto questo, sappiamo che il Novecento è iniziato ed è finito coi pogrom; e che è stato un secolo pieno di pogrom".
Lei vede Chicago come una metropoli in cui ai benestanti manca qualsiasi empatia nei confronti dei derelitti. È un dato della condizione umana? Sartre diceva che "l'altro è l'inferno".
"L'inferno non esiste. Esiste la Storia. La mancanza dell'empatia non equivale alla guerra, né l'empatia risolve i conflitti perché è solo un sentimento caritatevole. Posso provare empatia perfino per la persona cui sto sparando addosso".
Non le sembra di essere riduttivo?
"L'empatia funziona a distanza: i ricchi leggono libri sui poveri e provano compassione, senza dover fare niente. Uno delle fantasie nutrite dal privilegio è quella per cui esisterebbero spazi, reali o simbolici, senza conflitti: uno di questi spazi purificati sarebbe la letteratura. Ma la storia e le lotte sono ovunque, come l'aria che respiriamo".
E allora a cosa serve la letteratura? Lei sarà protagonista a Mantova di un festival letterario.
"Quello che può fare la letteratura è far venire alla luce le situazioni critiche, quando non sono visibili. Ma questo è un compito che richiede di andare oltre l'empatia per confrontarsi con ciò che è difficile, spiacevole, spaventoso".
In Bosnia, ad Abu Ghraib, in Iraq con l'Is: esiste un Male radicale?
"Ogni male è radicale. I crimini commessi, da chiunque e ovunque non sono una questione metafisica, ma legale ed etica".
Lei è bosniaco e americano, è di Sarajevo ma ha casa a Chicago (così si racconta nel Libro delle mie vite, a questo allude in Amore e ostacoli) . Come può spiegare a chi non lo sa, che ciascuno di noi ha più identità?
"Per me la domanda giusta è un'altra: come può una persona pensare di non possedere vari strati di identità? Come si può pensare di possedere una solo personalità, monolitica, emersa dall'infanzia e mai mutata? Pensare così significa delirare, essere malati di mente".
Marek Edelman, uno dei comandanti dell'insurrezione nel ghetto di Varsavia, diceva: la patria è l'albero che vedo dalla finestra di casa mia e i miei amici. Per lei cosa è la patria?
"Certo, la casa e la patria sono gli amici e l'albero che vedo dalla finestra. Ma io ho un albero che vedo a Chicago, e amici sia a Chicago che a Sarajevo (e anche a Montréal, Londra, Parigi). Io penso che tutte le patrie sono immaginarie: entità nostalgiche, frutto di un'utopia retroattiva".
Nei suoi libri lei inventa una Sarajevo che probabilmente non è mai esistita. Eppure la sua invenzione è realistica. O forse tenta di preservare la memoria di un'innocenza perduta con la guerra?
"L'immaginario non è l'opposto del reale. Anzi, la realtà deve essere immaginabile e immaginata per essere reale. Allo stesso tempo, l'immaginario può essere vissuto e compreso solo se è reale. In fondo è un concetto semplice: un romanzo diventa reale quando la sua trama si dispiega nell'immaginazione del lettore. E per quanto riguarda la memoria: è lo spazio dove la realtà e l'immaginazione si incontrano e si fondono".
Ha parlato delle necessità di confrontarsi con le cose spiacevoli. Fino a che punto può uno scrittore descrivere la brutalità, la crudeltà?
"Descrivere? La descrizione ha poco valore in arte, perché descrizione significa l'assenza di esperienza. Per coinvolgere il lettore lo scrittore deve invece attivare la fantasia di chi legge. L'unico limite è quindi l'immaginazione del lettore, non la parola. Ma ci sono sempre le parole e i nomi per tutto ciò che si può immaginare".
Nei suoi libri dice che a Sarajevo le storie sono raccontate in un modo diverso rispetto agli Stati Uniti: in Bosnia è lecito inventare, negli Usa si pretende dal narratore che racconti la "verità". Per quale motivo? Forse a Sarajevo la fantasia è una forma di resistenza?
"A Sarajevo si richiede una specie di sottomissione dell'ascoltatore al narratore e la complicità tra i due. Negli Stati Uniti invece è necessario narrare le cose "come sono accadute davvero", perché il capitalismo avanzato si basa sulla produzione e riproduzione di menzogne e fantasie. La brama della realtà è la paradossale conseguenza del dominio del fantastico (che è l'opposto dell'immaginabile).
Lei scrive in inglese per sentirsi più libero?
"Io non scrivo per essere libero. Ma per essere impegnato nelle vicende del mondo".