"RAGIONARE di politica al di là delle contingenze e delle cronache quotidiane è diventata un'impresa". Massimo Cacciari non teme le scommesse controcorrente, come quella del Festival della politica, nato per scongiurare l'agonismo esasperato dei talk show e la retorica partigiana dei comizi. E così, senza politici di professione, apre con l'anteprima di questa sera a Mestre la quarta edizione della rassegna, organizzata dalla Fondazione Gianni Pellicani sotto l'alto patronato del presidente della Repubblica. Dibattiti, lezioni e spettacoli in piazza fino a domenica, con oltre settanta protagonisti di spicco della cultura italiana (tra gli altri Ezio Mauro e Ferruccio de Bortoli, Roberto Esposito e Nadia Urbinati, Alessandro Bergonzoni e Sabina Guzzanti).
L'argomento di quest'anno, "politica e violenza", è classico e inquietante.
"Un tema che non può essere messo tra parentesi o demonizzato, come se la violenza fosse qualcosa di patologico nella politica. Non lo è. E nonostante la forza derivi anche dalla persuasione, occorre sapere, al di là dei buonismi, che una dimensione di violenza è imprescindibilmente connessa all'esercizio del potere. Il dato impressionante di questo periodo, però, è che la dimensione violenta della politica ha preso il sopravvento su quella dialogica, comunicativa".
Un'estate di guerra a Gaza, la minacciosa restaurazione di un califfato, la tensione tra la Russia e la Nato. C'è un nesso tra questi conflitti?
"C'è eccome e sta nell'assenza di un potere che frena. Durante la Guerra Fredda, era la lotta tra i due titani a mettere in forma il mondo. Da allora, manca un principio d'ordine planetario. Gli Usa ci hanno provato, ma hanno clamorosamente fallito e, anzi, le loro guerre hanno enormemente aggravato l'insicurezza globale. Oggi scoppiano miriadi di conflitti, ognuno con la sua specificità, ma ognuno capace di scardinare tutto. Chi può mettere ordine? La situazione di Obama è emblematica: uno straordinario presidente amletico, tentennante, il re dell'insicurezza".
Incertezza globale a parte, quali sono gli ulteriori fattori di violenza in Occidente?
"Le nostre democrazie non sono riuscite assolutamente a corrispondere alla loro istanza fondamentale: creare un processo di crescente uguaglianza. Questa fu la grande promessa e sta fallendo in modo colossale, ovunque. L'aumento delle diseguaglianze non è violenza? Poi c'è la violenza di genere; quella generazionale; quella verbale, perché il linguaggio in politica è un'arma e, in democrazia, lo è al quadrato. Inoltre, quando la parola diventa chiacchiera, promessa, auspicio, è sempre violenza, in questo caso contro la razionalità della politica".
Crede che questa spirale rischi di piegare le istituzioni europee in senso autocratico?
"Il problema è che, dopo la crisi - storicamente inevitabile - delle ideologie, non si è ricostruito alcun discorso politico. È emersa, piuttosto, la tendenza a un decisionismo volgare. Dio sa se è necessario un regime in cui si giunga a decisione, ma questa deve sempre avvenire sulla base di un confronto tra discorsi che esprimano analisi, conoscenze, competenze".
Come cambiare questa tendenza?
"Bisogna che le democrazie occidentali si interroghino sulle proprie contraddizioni e riaffondino nei loro principi più radicali, specie in quelli mai realizzati fino in fondo: uguaglianza, mobilità sociale, ospitalità: oggi come oggi, non possono pretendere di insegnare nulla a nessuno".
L'argomento di quest'anno, "politica e violenza", è classico e inquietante.
"Un tema che non può essere messo tra parentesi o demonizzato, come se la violenza fosse qualcosa di patologico nella politica. Non lo è. E nonostante la forza derivi anche dalla persuasione, occorre sapere, al di là dei buonismi, che una dimensione di violenza è imprescindibilmente connessa all'esercizio del potere. Il dato impressionante di questo periodo, però, è che la dimensione violenta della politica ha preso il sopravvento su quella dialogica, comunicativa".
Un'estate di guerra a Gaza, la minacciosa restaurazione di un califfato, la tensione tra la Russia e la Nato. C'è un nesso tra questi conflitti?
"C'è eccome e sta nell'assenza di un potere che frena. Durante la Guerra Fredda, era la lotta tra i due titani a mettere in forma il mondo. Da allora, manca un principio d'ordine planetario. Gli Usa ci hanno provato, ma hanno clamorosamente fallito e, anzi, le loro guerre hanno enormemente aggravato l'insicurezza globale. Oggi scoppiano miriadi di conflitti, ognuno con la sua specificità, ma ognuno capace di scardinare tutto. Chi può mettere ordine? La situazione di Obama è emblematica: uno straordinario presidente amletico, tentennante, il re dell'insicurezza".
Incertezza globale a parte, quali sono gli ulteriori fattori di violenza in Occidente?
"Le nostre democrazie non sono riuscite assolutamente a corrispondere alla loro istanza fondamentale: creare un processo di crescente uguaglianza. Questa fu la grande promessa e sta fallendo in modo colossale, ovunque. L'aumento delle diseguaglianze non è violenza? Poi c'è la violenza di genere; quella generazionale; quella verbale, perché il linguaggio in politica è un'arma e, in democrazia, lo è al quadrato. Inoltre, quando la parola diventa chiacchiera, promessa, auspicio, è sempre violenza, in questo caso contro la razionalità della politica".
Crede che questa spirale rischi di piegare le istituzioni europee in senso autocratico?
"Il problema è che, dopo la crisi - storicamente inevitabile - delle ideologie, non si è ricostruito alcun discorso politico. È emersa, piuttosto, la tendenza a un decisionismo volgare. Dio sa se è necessario un regime in cui si giunga a decisione, ma questa deve sempre avvenire sulla base di un confronto tra discorsi che esprimano analisi, conoscenze, competenze".
Come cambiare questa tendenza?
"Bisogna che le democrazie occidentali si interroghino sulle proprie contraddizioni e riaffondino nei loro principi più radicali, specie in quelli mai realizzati fino in fondo: uguaglianza, mobilità sociale, ospitalità: oggi come oggi, non possono pretendere di insegnare nulla a nessuno".