Cultura

Broker in Aspromonte. Quei bravi ragazzi sono diventati grandi

Il romanzo di Giovanni Tizian: l’educazione politico-finanziaria della nuova ’ndrangheta

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I BRAVI ragazzi sono cresciuti. Ora non prendono più a calci la testa mozzata di un "infame". Hanno fatto i soldi con la coca, voltato le spalle alla Calabria, affiliato un parlamentare, messo a libro paga un ministro, comprato i giudici che devono occuparsi dei loro affari e fanno shopping tra le aziende in crisi: moda e turismo per cominciare. Coltivano la tradizione, ma a modo loro: sempre fedeli al giuramento di sangue, ligi all'obbedienza massonica, se la spassano però tra Bologna, Milano e il mondo.

In quel regno della "pace" che non ha confini e dove prospera il business. Il boss lo chiamano il Signorino, eloquio sciolto, modi eleganti e un demone che lo divora. Lui non si sporca più di sangue. Non tocca neppure un grammo di neve: è un broker. Sposta carichi e capitali tra l'Italia e i paradisi offshore. Ha gente giusta dove serve e quella che gli manca gliela procura il denaro. Perché tutto ha un prezzo. "Pure l'onore". È la nuova mafia, che c'è proprio dove credi di non vederla. Non fa stragi, non fa rumore, uccide solo se costretta. E a cancellare le tracce chiama all'opera gli spioni, un piede nelle cosche e l'altro nello Stato: indagano e depistano con la stessa disinvoltura.

La mafia al tempo della crisi la racconta in un romanzo (Il clan degli invisibili, Mondadori) Giovanni Tizian, giornalista dal vissuto estremo. Il nonno ridotto sul lastrico dopo un incendio al suo mobilificio nell'area che faceva gola alla 'ndrina di Bovalino. Il padre, bancario, ucciso per un no di troppo quando Giovanni era ancora un bambino. Tizian è cresciuto così, con l'ansia di capire, per poi ritrovarsi faccia a faccia con quei corregionali emigrati come lui a Modena, pronti a fargli pagare il doppio affronto di non essere come loro e di volerlo raccontare. Giovanni, sotto scorta, ora all'Espresso, ci mette anche l'assassinio di un collega nella trama di un romanzo che sarebbe un noir se solo fosse fiction. Lucido nel racconto di cos'è quella malapianta che va a riprodursi identica anche a latitudini lontanissime, Tizian prova a spiegare quello che montagne di saggi faticano a far comprendere. Dal codice ai complici, dal controllo del territorio all'alta finanza.

Nella galleria di ritratti, di storie che si intrecciano a fabbricare la trama, riconosci San Luca e Taurianova, mai chiamate per nome. Ma dove davvero i pastori si sono fatti manager, e tiravano al bersaglio sulla testa di un nemico appena decapitato nel salone di un barbiere. Era il 1991, in Calabria, Italia. E non nel califfato dell'Is. Dell'Aspromonte ci sono i riti e i miti dell'universo mafioso. Di Bologna e di Milano, città opulente quanto ignare del cancro che le divora, resta la muta inconsapevolezza. Lungo il cammino riconosci i Matacena e gli Scajola, perfino uno Scopelliti. E ti pare di intravedere anche il faccione di Belsito, l'ineffabile tesoriere della Lega, catapultato in Padania dal profondo Sud, non troppo distante dai bravi ragazzi che sembrano degli Scarface a cui però il sugo di capra comincia a rimanere sullo stomaco.