Cultura

Tutti in viaggio verso cinquanta "mondovisioni"

Da domani, ogni domenica Gabriele Romagnoli racconterà su Repubblica una città, scegliendo un particolare e una prospettiva molto personale
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TRA CONOSCERE e riconoscere c'è la differenza di una sillaba che vale un mondo e un modo. Un modo di vivere il mondo, affrontarlo, attraversarlo. Qualche tempo fa l'editore che pubblica le guide su carta più famose del mondo, le Lonely Planet, mi ha spedito un libro, sempre con quel marchio, dal titolo Viaggiare in poltrona, ovvero 500 film libri e musiche che fanno venire voglia di partire. L'introduzione sosteneva che "il nostro immaginario si nutre dei paesaggi che scrittori, registi o musicisti hanno reso immortali e che tuttora plasmano il nostro desiderio di evasione". L'ho sfogliato con un misto di piacere d'andata e malinconia di ritorno. Ho visto molta gente a Parigi fare il "Codice Da Vinci tour" sulle orme del bestseller di Dan Brown, altra fermarsi davanti al lago di Central Park a Manhattan per chiedersi, con il giovane Holden, dove andassero d'inverno le anatre.

c'è chi va in Baviera a visitare i castelli del Ludwig di Visconti e chi va in barca nel Mediterraneo cercando l'isola del film di Salvatores. Ottimo spunto. Non fosse che si può finire come il viaggiatore raccontato da Francesco Piccolo in Allegro occidentale, il cui scopo è farsi riprendere sullo stesso sfondo di una fotografia della guida, entrarci dentro. O come i turisti bergamaschi insieme con i quali andai al tempio egiziano di Abu Simbel. Mi unii a loro al Cairo, dove erano giunti in aereo da Orio al Serio. Prendemmo un secondo volo, con un velivolo più piccolo. Poi un pullman. Seguiva la strada sterrata, da percorrere a piedi. All'ultima curva prima della meta, avvistato un chiosco, una coppia si fermò e ordinò due aranciate. La guida li sollecitò, perché il tempo di visita era limitato. Gli venne risposto: "Andate pure. Noi l'abbiamo già visto a Gardaland". Ecco, il mondo nel 2015 è già stato tutto visto e raccontato: al cinema, nei libri, in tv, su Internet, nei parchi tematici e nei videogiochi.

Che cosa resta da scoprire? Niente. E tutto. La Londra di Charles Dickens o la Los Angeles di David Lynch esistono per loro. Quella che leggendo e guardando ci colpisce è un riflesso nell'acqua. Non si viaggia per trovare un'immagine, ma per crearsene una. Viaggiare resta ancora il principale strumento di conoscenza. E di felicità, almeno per alcuni esseri umani. Quando da bambino cercavo di capire la vita che volevo mi guardavo intorno a caccia di esempi. Scrutavo parenti, conoscenti, vicini in cerca di modelli a cui ispirarmi. Ben presto decisi che le persone più contente della vita che avevano erano una cugina di mia madre e suo marito. Non erano i più ricchi, né i più fortunati, anzi. Ma viaggiavano più di chiunque altro. Erano stati oltre quella che si chiamava "cortina di ferro", in paesi sudamericani dai nomi esotici, in Africa a trovare il figlio che l'aveva eletta a proprio luogo ideale abbandonando a lungo Bologna per un villaggio impronunciabile. Ho provato a seguirli. Oggi, quando mi chiedono chi io sia e intendo dare una risposta non formale dico: "Ho cinquantaquattro anni, ho vissuto in quattro continenti, otto città, visitato settantuno Paesi e nel tempo che mi resta vorrei arrivare a cento". A ventidue anni, mentre stavo per avviarmi a un acerbo matrimonio e una vita tranquilla nella città in cui sono nato, mi fermai nel mezzo di una seduta di jogging, bloccato da un pensiero senza logica: "E se poi non vedessi mai Sydney?". Diciotto anni dopo ho visto Sydney. Ne valeva la pena? Sempre. Come per qualunque altro luogo. Perché? Altrimenti non avrei capito. Che cosa? È difficile dirlo, ma è proprio questo il punto.

Come ogni persona, così ogni città è differente per chi le si rapporta. Ha ragione chi dice: "Non esiste la Roma della Grande bellezza". Quella è la Roma di Paolo Sorrentino. Anche la tua non esiste per nessun altro all'infuori di te. Il resto è geografia anaffettiva, luogo comune, derivato, google traps. Di tutte le sensazioni provate quella più esaltante è stata proprio il non riconoscere un luogo: arrivare a Sana'a nello Yemen, entrare nel Deserto Bianco in Egitto o percorrere le Sand Hills del Nebraska e stupirsi di fronte all'inedito, non avendo mai visto un film (al netto del Vangelo pasoliniano), letto un libro, ascoltato un racconto ambientato lì. E neppure vista una fotografia. Nemmeno su Internet. Il resto era una sfida a cercare qualcosa che non era già stato descritto, a capire qualcosa di inespresso. È l'argomento di questo viaggio in cinquanta tappe: cinquanta città raccontate attraverso altrettante sineddochi (uno scorcio per l'intero panorama, un evento per la storia completa). Un momento illuminante, come accade negli incontri con le persone, quando attraverso un'espressione, un gesto, una frase, improvvisamente capisci (o almeno credi di capire) chi hai di fronte, quanto tempo intendi ancora passarci insieme, dove ha nascosto la parte più vera di sé.

E come le persone anche le città sono lezioni, insegnano qualcosa che soltanto lì diventa materia. Questo percorso è il resoconto di quegli insegnamenti, validi perché altrove sarebbero soltanto parole, mentre il luogo si fa esempio. In ogni viaggio non riesco mai a pre-concepire il percorso esatto, le sue scansioni. So da dove partirò e dove intendo arrivare. Di solito, quanto tempo ho a disposizione. Così ora ho davanti il 2015. Partirò da Beirut e arriverò a New York. Una è la città delle infinite rinascite, l'altra quella dove finisce la storia. In realtà le racconterò molto diversamente, per come le ho conosciute e interpretate nell'attimo in cui si è concretizzata una visione. Cinquanta "mondovisioni" dunque: da una pozzanghera di Calcutta a un trampolino di Oslo, da una montagna di Abu Dhabi a un hotel di Amsterdam. Inutile pensare di andarci per ritrovarcele, è come tornare sulla scena di un film e accorgersi che quella non era una strada di Bruges, ma ciò che un uomo con una macchina da presa e uno sguardo ci ha visto. Parafrasando la Lonely Planet, saranno: cinquanta visioni che fanno venire voglia di non tornare.