È TONANTE come la guerra cosparsa di vittime che racconta, serrato, dolorosamente sorprendente se non si ha una memoria esatta di quei tempi, carico di emozioni, è la storia di un amore che piange conflitti interni, il ritratto interpretato in prima persona di un grande combattente dell'Ira che nel 2005 si rivelò un traditore al servizio da 25 anni dei servizi britannici. Nel 2006 fu ucciso dai suoi ex compagni. Fatti veri ricostruiti con l'arte del romanzo da chi finora non è riuscito a darsi pace, Sorj Chalandon, francese, classe 1952, corrispondente di Libération in Irlanda. Il suo cuore batteva per i terroristi, in particolare per l'amico coetaneo Denis Donaldson , Il mio traditore ( Mondadori), come indicava nel 2008 il titolo del suo primo libro sull'argomento.
Ora Chalandon in Chiederò perdono ai sogni dà voce, nella ottima traduzione di Silvia Turato, a Tyrone Meehan (alias Donaldson) invecchiato di due decenni, cercando di intuire le ragioni del suo voltafaccia: ricatto, desiderio di interrompere il ciclo di violenza... Non è chiaro a cosa l'attribuisca, e le nostre domande, ci dice, gli sembrano più adatte a un giornalista politico o a uno studioso che a un romanziere. Pazienza. Quel che è certo è che lungo le pagine ci mostra l'estrema inclemenza di quelle battaglie, agguati, attentati, barricate, caduti, feriti, bambini che sfilano in divisa avendo come unica aspirazione di ripercorrere le vite di galera dei padri, poliziotti uccisi, la solidarietà estrema, l'impossibile motto "fuori i britannici", donne fortissime, gli scioperi prima dei vestiti e poi della fame in carcere con la morte di Bobby Sands, la Thatcher che non cede, le certezze nonostante tutto, i dubbi. E infine la rinuncia alla violenza, e dunque la pace. Non per tutti però.
Monsieur Chalandon, come è andata che si è innamorato dell'Ira e dell'Irlanda?
"Sono semplicemente andato in Irlanda del Nord da giovane reporter. Per Libération ho coperto le guerre per più di 20 anni e ho trovato un popolo affascinante e fiero che non si batteva per avere più diritti della maggioranza lealista dell'Ulster, ma gli stessi diritti. Come non rimanerne colpiti? Ma non ci si innamora di un esercito".
Cosa c'era in Donaldson da conquistarla così totalmente?
"In che senso così totalmente? Lui era un amico, spiritoso, intelligente, ben educato, attento. Ero legato alla sua famiglia e lui alla mia. Era coraggioso, esemplare, un buon padre, un buon marito. Fa parte di quella manciata di uomini e donne che mi hanno colpito per la loro gentilezza".
Se "il francesino" è lei, è lei che si sentiva più un loro fratello, un loro compagno, è lei che ha ospitato a Parigi vari componenti dell'Ira e li ha aiutati?
"La guerra non è un gioco. E non credo di star rispondendo a un giudice".
Ma perché è dovuto tornare su quei fatti con un altro romanzo e mettersi questa volta nella testa del traditore?
"Perché rimanere nella posizione del tradito era troppo comodo. Per elaborare il lutto del mio rancore dovevo cercare in me le due facce della medaglia, il tradito e il traditore. Rimanere la vittima non era di alcun interesse. Dovevo condividere il suo cammino. Non per capirlo o perdonarlo, ma per non giudicarlo ".
Quell'amore per l'Ira è rimasto immutato nel tempo? Il suo tono vibrante, emozionato, fa pensare che questa guerra ormai conclusa sia ancora tutta sulla sua pelle.
"Non so di cosa stia parlando. Nutro un immenso rispetto per il popolo irlandese e per la sua battaglia per i diritti. Hanno fatto la guerra solo per avere la pace. Sulla mia pelle non c'è la guerra d'Irlanda, ma "la" guerra. Libano, Iran, Iraq, Afghanistan, Somalia, Ciad, Palestina. Quelle guerre mi tormentano".
Riguardare oggi, dopo tanto terrorismo nel mondo, quel caparbio flirt con la morte, quell'incitamento all'odio, quello "Stato nello Stato" dove ci si faceva giustizia da soli in un controllo sociale soffocante, non la lascia più perplesso di allora?
"I miei amici combattenti irlandesi erano prigionieri. Oggi sono vicepremier dell'Irlanda del Nord, ministri, deputati irlandesi e europei, sindaci. Un popolo che è passato da uno stato senza diritti a un riconoscimento formale della loro esistenza. Hanno sempre detto che avrebbero deposto le armi non appena avessero goduto degli stessi diritti. E così è stato quando Tony Blair ha avuto il coraggio di invitarli al tavolo delle trattative".
Eppure fa impressione quell'organizzazione paramilitare dei ragazzi, dei bambini. Quei giuramenti di fedeltà tanto precoci che lei descrive.
Il suo protagonista, finito in galera a 17 anni, dice di sé, carico di emozione: "Capìi che sarei entrato e uscito dalla prigione fino alla morte".
"Un bambino cattolico irlandese che aveva il padre e il fratello in galera, la casa distrutta e nel futuro solo un paese chiuso da un filo spinato, spesso non aveva altra scelta. Non in nome di Dio o di non so che fantasma, ma della dignità".
E che dice degli attentati? Dall'altra parte c'era una Londra inflessibile, ma dalla battaglia all'azione violenta, a scegliere la morte, dalla lotta al terrorismo insomma, il passo è enorme.
"Lei utilizza la parola terrorista per qualificare l'Ira. Io no. Chi partecipò allo sciopero della fame aveva solo il suo corpo come arma. Nessuno voleva morire, nessuno. Erano convinti che la Thatcher avrebbe ceduto. Credo che lei stia confondendo i tagliateste islamici e i soldati dell'Ira. Le madri hanno sentito i figli supplicarle non di lasciarli morire, ma di lasciarli lottare il più possibile. Senza la guerra, il processo di pace era impossibile ".
Lei stesso però fa dire al fratello del protagonista, sergente dell'Ira fino al momento in cui decide di andarsene: "Non siamo che una minoranza, abbiamo perso la guerra. Voglio un bel vestito per mia moglie, risate, facce nuove, strade senza soldati. Non ne posso più della nostra bandiera, dei nostri eroi, dei nostri martiri".
"Alcuni lo hanno pensato. Nessuno li giudica. Volevo che anche questo pensiero attraversasse il romanzo".
Non crede che anche nel tradimento di Tyrone/Denis ci fosse il desiderio di affrettare la pace?
"Si tratta di un romanzo. Lo ripeto. Ho prestato a Tyrone dell'orgoglio. Volevo che avesse la certezza di non tradire del tutto. Non solo. Un traditore può essere un uomo perbene che getta la spugna".
Ora Chalandon in Chiederò perdono ai sogni dà voce, nella ottima traduzione di Silvia Turato, a Tyrone Meehan (alias Donaldson) invecchiato di due decenni, cercando di intuire le ragioni del suo voltafaccia: ricatto, desiderio di interrompere il ciclo di violenza... Non è chiaro a cosa l'attribuisca, e le nostre domande, ci dice, gli sembrano più adatte a un giornalista politico o a uno studioso che a un romanziere. Pazienza. Quel che è certo è che lungo le pagine ci mostra l'estrema inclemenza di quelle battaglie, agguati, attentati, barricate, caduti, feriti, bambini che sfilano in divisa avendo come unica aspirazione di ripercorrere le vite di galera dei padri, poliziotti uccisi, la solidarietà estrema, l'impossibile motto "fuori i britannici", donne fortissime, gli scioperi prima dei vestiti e poi della fame in carcere con la morte di Bobby Sands, la Thatcher che non cede, le certezze nonostante tutto, i dubbi. E infine la rinuncia alla violenza, e dunque la pace. Non per tutti però.
Monsieur Chalandon, come è andata che si è innamorato dell'Ira e dell'Irlanda?
"Sono semplicemente andato in Irlanda del Nord da giovane reporter. Per Libération ho coperto le guerre per più di 20 anni e ho trovato un popolo affascinante e fiero che non si batteva per avere più diritti della maggioranza lealista dell'Ulster, ma gli stessi diritti. Come non rimanerne colpiti? Ma non ci si innamora di un esercito".
Cosa c'era in Donaldson da conquistarla così totalmente?
"In che senso così totalmente? Lui era un amico, spiritoso, intelligente, ben educato, attento. Ero legato alla sua famiglia e lui alla mia. Era coraggioso, esemplare, un buon padre, un buon marito. Fa parte di quella manciata di uomini e donne che mi hanno colpito per la loro gentilezza".
Se "il francesino" è lei, è lei che si sentiva più un loro fratello, un loro compagno, è lei che ha ospitato a Parigi vari componenti dell'Ira e li ha aiutati?
"La guerra non è un gioco. E non credo di star rispondendo a un giudice".
Ma perché è dovuto tornare su quei fatti con un altro romanzo e mettersi questa volta nella testa del traditore?
"Perché rimanere nella posizione del tradito era troppo comodo. Per elaborare il lutto del mio rancore dovevo cercare in me le due facce della medaglia, il tradito e il traditore. Rimanere la vittima non era di alcun interesse. Dovevo condividere il suo cammino. Non per capirlo o perdonarlo, ma per non giudicarlo ".
Quell'amore per l'Ira è rimasto immutato nel tempo? Il suo tono vibrante, emozionato, fa pensare che questa guerra ormai conclusa sia ancora tutta sulla sua pelle.
"Non so di cosa stia parlando. Nutro un immenso rispetto per il popolo irlandese e per la sua battaglia per i diritti. Hanno fatto la guerra solo per avere la pace. Sulla mia pelle non c'è la guerra d'Irlanda, ma "la" guerra. Libano, Iran, Iraq, Afghanistan, Somalia, Ciad, Palestina. Quelle guerre mi tormentano".
Riguardare oggi, dopo tanto terrorismo nel mondo, quel caparbio flirt con la morte, quell'incitamento all'odio, quello "Stato nello Stato" dove ci si faceva giustizia da soli in un controllo sociale soffocante, non la lascia più perplesso di allora?
"I miei amici combattenti irlandesi erano prigionieri. Oggi sono vicepremier dell'Irlanda del Nord, ministri, deputati irlandesi e europei, sindaci. Un popolo che è passato da uno stato senza diritti a un riconoscimento formale della loro esistenza. Hanno sempre detto che avrebbero deposto le armi non appena avessero goduto degli stessi diritti. E così è stato quando Tony Blair ha avuto il coraggio di invitarli al tavolo delle trattative".
Eppure fa impressione quell'organizzazione paramilitare dei ragazzi, dei bambini. Quei giuramenti di fedeltà tanto precoci che lei descrive.
Il suo protagonista, finito in galera a 17 anni, dice di sé, carico di emozione: "Capìi che sarei entrato e uscito dalla prigione fino alla morte".
"Un bambino cattolico irlandese che aveva il padre e il fratello in galera, la casa distrutta e nel futuro solo un paese chiuso da un filo spinato, spesso non aveva altra scelta. Non in nome di Dio o di non so che fantasma, ma della dignità".
E che dice degli attentati? Dall'altra parte c'era una Londra inflessibile, ma dalla battaglia all'azione violenta, a scegliere la morte, dalla lotta al terrorismo insomma, il passo è enorme.
"Lei utilizza la parola terrorista per qualificare l'Ira. Io no. Chi partecipò allo sciopero della fame aveva solo il suo corpo come arma. Nessuno voleva morire, nessuno. Erano convinti che la Thatcher avrebbe ceduto. Credo che lei stia confondendo i tagliateste islamici e i soldati dell'Ira. Le madri hanno sentito i figli supplicarle non di lasciarli morire, ma di lasciarli lottare il più possibile. Senza la guerra, il processo di pace era impossibile ".
Lei stesso però fa dire al fratello del protagonista, sergente dell'Ira fino al momento in cui decide di andarsene: "Non siamo che una minoranza, abbiamo perso la guerra. Voglio un bel vestito per mia moglie, risate, facce nuove, strade senza soldati. Non ne posso più della nostra bandiera, dei nostri eroi, dei nostri martiri".
"Alcuni lo hanno pensato. Nessuno li giudica. Volevo che anche questo pensiero attraversasse il romanzo".
Non crede che anche nel tradimento di Tyrone/Denis ci fosse il desiderio di affrettare la pace?
"Si tratta di un romanzo. Lo ripeto. Ho prestato a Tyrone dell'orgoglio. Volevo che avesse la certezza di non tradire del tutto. Non solo. Un traditore può essere un uomo perbene che getta la spugna".