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Bizot: "Fiction d'Europa unitevi"

Parla lo scrittore francese autore di una serie tv di successo: "Narrazione e linguaggi comuni passano per lo scambio tra i nostri prodotti"

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LE serie televisive sono come treni ad alta velocità. Vanno su e giù per l'Europa. Passano da un paese all'altro sempre più veloci lungo gli stessi binari. Più della letteratura sembrano possedere una genetica utile per unire codici diversi in un linguaggio comunitario. Secondo Thierry Bizot, scrittore francese, ideatore e produttore di Fais pas ci fais pas ca -  ascolti a milioni su France 2, un remake italiano in preparazione per la Rai  -  il cammino si sta aprendo, il muro è caduto: la fiction può essere la strada per fondare un linguaggio culturale europeo. "È un veicolo potente  -  racconta  -  non è il solo ma è capillare. Naturalmente non è possibile decidere a tavolino "voglio creare una fiction europea di successo".

È vero, invece, che si vanno costruendo in modo spontaneo le fondamenta di un linguaggio e di una civiltà di racconto europeo. Finora siamo stati più vicini agli americani perché ci hanno colonizzato culturalmente. Ma adesso le frontiere europee stanno cadendo grazie a una qualità nuova e ad un salto di maturità di scrittura e di fotografia sociale. Arrivano fiction finlandesi e inglesi di grande fascino. Ha mai visto Broadchurch ? Un enigma. Nessuno ne sapeva nulla, città, attori, tutto sconosciuto, Britannia profonda. Eppure ha ipnotizzato milioni di francesi. È un modo altro per registrare legami, per individuare codici. L'assioma vale solo quando le storie sono belle".

Il suo ragionamento può ipotizzare l'avvio di una Schengen d'idee e di racconti?
"C'è attenzione comune e apertura reciproca. Dopo aver accettato il linguaggio americano siamo pronti a comprendere altre espressioni. Esiste un principio di accoglienza anche per la fiction. Il passaggio non è il melting pot. È la singolarità che diventa universale. In questo caso europea".

È anche singolare che le serie italiane più vendute all'estero abbiano un forte radicamento territoriale. Penso a Montalbano, a Gomorra, ai loro dialoghi in dialetto....
"È come la letteratura. Più una storia o un personaggio sono singolari, più diventano universali. C'è stata anche una mutazione del concetto di eroismo".

L'eroismo è venuto a noia? Non ne abbiamo più bisogno?
"La società si nutre di eroi e ha l'avidità di immedesimarsi in personaggi che le sono vicini. In Italia sono stati creati grandi eroi popolari, penso ad esempio a Don Matteo, che provocano un piacere nazionale. Il diluvio di fiction Usa che raccontano storie e personaggi tipici della loro cultura ci offrono un piacere esotico. Il nostro immaginario televisivo si nutre di questi piaceri complementari. Oggi si fa largo un percorso differente, una specificità che diventa esotica, un'identità così marcata  -  ma dai valori di base condivisibili  -  da essere accettata da tutti. Soprattutto quando nasce dal confronto".

Che tipo di confronto?
"Per arrivare a un'unione culturale reale abbiamo ancora bisogno di un nemico. L'abbiamo visto con l'orrore di Charlie Hebdo e con le notizie che arrivano quotidianamente. Quando una cultura di folli e dissimile alla nostra ci assale, allora ci compattiamo: "Siamo uguali e uniti". Naturalmente la fiction non è una guerra. Non sentiamo ogni mattina il bisogno di dimostrare che insieme ai tedeschi o agli inglesi stiamo facendo lo stesso pezzo di strada. Ma tutti noi crediamo che, se facciamo qualcosa di molto forte nel nostro Paese, potremo farlo apprezzare anche altrove, farlo diventare di tutti".

Fais pas ci fais pas creata e prodotta dalla sua società è stato il più grande successo di France 2 e ora Rai Fiction ne ha acquistato i diritti per un remake. È un classico modello di catena culturale. I nostri paesi sono molto simili, lei è un francese nato a Milano e parla italiano come un italiano...
"È vero, Francia e Italia sono cugini. Ma voi siete più forti e più felici di noi. Avete una forma di equilibrio locale  -  la famiglia, il campanile  -  a noi estranea. La differenza è che noi siamo stati degli invasori e dunque siamo più dipendenti da uno Stato centrale. Voi siete stati sempre invasi. E per questo avete una resistenza sociale e una qualità di vita quotidiana più elevata. No, non pensi a Parigi, ma alla Francia intera. Non siete schiavi della sindrome del primato mentre noi abbiamo fatto dello snobismo un sistema".

La Francia è stata la patria dei feuilletton. La fiction ne rappresenta la sua eredità naturale, l'evoluzione del grande romanzo popolare...
"È così. Oggi Alexandre Dumas sarebbe una divinità internazionale delle serie televisive, Honoré de Balzac e Guy de Maupassant sbancherebbero lo share delle prime serate con i loro script. Questo secolo ha una potenzialità di racconto inaudita e la fiction ha la capacità di penetrare, fare compagnia, fidelizzare più del cinema e più della lettura".

In che modo?
"Tutti hanno la televisione. Per venire a contatto di una storia televisiva non bisogna comprare un biglietto. Non bisogna andare in libreria. Anche se il pubblico ora richiede piaceri più complessi, di qualità più alta e più contemporanea, il medium mantiene la sua cifra popolare, casalinga, domestica e irresistibile nei grandi numeri. E' più facile comprendere la realtà o la memoria con il racconto visivo piuttosto che con i grandi discorsi. La fiction ha una funzione importante nel sistema dell'integrazione europeo, forse anche rivoluzionaria".