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Emmanuel Carrère e "Il regno": "La fede è narrazione, altra cosa è la dottrina"

Incontro con l'autore francese che presenta il nuovo libro. Un'indagine sul cristianesimo delle origini e il racconto della sua esperienza, dall'incontro ossessivo con la religione all'agnosticismo. "L'Islam? Non potrei parlarne, mi sento un incompetente"
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MILANO - "La fede è un mistero della persona, la religione è una narrazione collettiva", ci dice subito Emmanuel Carrère, in questi giorni in Italia per presentare il suo nuovo libro, Il regno (Adelphi). Un libro con due piani di lettura: da un lato l'indagine sul cristianesimo delle origini, dall'altro  il  racconto dell'esperienza della fede così come è stata vissuta in prima persona dallo scrittore francese. Non potrebbe essere diversamente, per l'autore che ha dato più forza e sostanza a quella modalità di scrittura letteraria che va sotto l'etichetta di  "autofiction" - termine che per altro Carrère non ama - con i suoi libri di grande successo,  tra cui Limonov e L'avversario. Nel suo nuovo lavoro, non c'è un corpo a corpo stretto  tra autore e personaggio, stavolta il personaggio è assente perché dovrebbe essere quello di Cristo. …
MILANO - "La fede è un mistero della persona, la religione è una narrazione collettiva", ci dice subito Emmanuel Carrère, in questi giorni in Italia per presentare il suo nuovo libro, Il regno (Adelphi). Un libro con due piani di lettura: da un lato l'indagine sul cristianesimo delle origini, dall'altro  il  racconto dell'esperienza della fede così come è stata vissuta in prima persona dallo scrittore francese. Non potrebbe essere diversamente, per l'autore che ha dato più forza e sostanza a quella modalità di scrittura letteraria che va sotto l'etichetta di  "autofiction" - termine che per altro Carrère non ama - con i suoi libri di grande successo,  tra cui Limonov e L'avversario. Nel suo nuovo lavoro, non c'è un corpo a corpo stretto  tra autore e personaggio, stavolta il personaggio è assente perché dovrebbe essere quello di Cristo. L'approccio è invece indiretto ma non meno affascinante, denso, e segue due sentieri.

Nella prima parte c'è l'avvicinamento anche ossessivo alla religione cattolica, la "grazia" che toccò Carrère nel 1990 e che per tre anni lo portò a una pratica intensa, ogni giorno preghiere, la  messa e il commento al Vangelo di Giovanni, pratiche che fruttarono venticinque quaderni di autonalisi delle proprie ombre attraverso lo specchio del Nuovo Testamento. Dopo tre anni la fede scemò, a quella crisi ne seguirono altre ma i quaderni furono riposti in qualche stanza segreta della casa e dell'inconscio dello scrittore. Nel 2011, mentre stava lavorando al soggetto di una serie tv poi abbandonata  (Le Revenant, oggi una delle più acclamate), Carrère decide di scrivere dei primi passi del Cristianesimo in Medio Oriente e poi in Grecia e a Roma. Questa narrazione, di fatto, è diventata la seconda, bellissima, sezione di Il regno che segue, con la precisione dello storico e l'empatia dello scrittore,  le orme e le vicende di San Paolo e di Luca, il vero altro protagonista del libro. Luca l'evangelista, che racconta da scrittore le storie che sa e quel che vede a seguito di Paolo. Ed è stato proprio  seguendo la fede nascente nei primi uomini del Cristianesimo che Carrère ha fatto riemergere dalla stanza segreta i suoi quaderni e la sua esperienza, rielaborata in un racconto di testimonianza. Da qui la decisione di mettere assieme le due narrazioni, storica e personale.

Potevano essere due libri distinti, uno sulla fede di Emmanuel Carrère,  l'altro più romanzo storico sulla fede in Paolo e Luca?
"No, non potevano essere divisi. Mi interessava raccontare la stessa sostanza, ovvero come si sviluppa una  fede, con due angolazioni diverse: la nascita del Cristianesimo e il mio rapporto con il Cristianesimo. Mi sembrava necessario per onestà e anche perché non credo in una verità unica e assoluta, la verità è sempre un insieme di punti vista soggettivi e credo sia importante per il lettore sapere quale sia stata l'origine del mio libro.

C'è stata la sua crisi e la sua adesione al Cristianesimo poi l'esaurimento di questa, altre crisi, e ora torna da agnostico a indagare il suo lungo percorso. Oggi che cos'è la fede per lei?
"In francese, non so se è lo stesso per l'italiano, ci sono due parole: 'fede' e 'credenza'. La credenza è l'insieme dei dogmi, le rappresentazioni delle esperienze secondo un senso comune di chi pratica la religione. Io ho cercato di essere 'credente'  ma non ho nessuna nostalgia per quel periodo. La fede invece è qualcosa che esiste o non esiste ma resta nel mistero, si colloca fuori dalle credenze e dai dogmi. È vero che la religione cattolica è definita anche dai suoi perimetri dogmatici, ma io penso si possa essere cristiani anche senza aderire alle  'credenze' della religione".

E allora, visto che Il regno è anche un'indagine sulle sue origini, il Cristianesimo a cosa deve la sua affermazione nel mondo, alle scelte di potere come l'editto di Costantino, alla capacità di propaganda di San Paolo, o al fatto che milioni di persone semplici sono state toccate da questo mistero?
"Non lo so, veramente... tutti questi fattori hanno svolto un loro ruolo. Il Cristianesimo ha trionfato, ma non è stata una necessità storica, le cose succedono, il caso, forse, non saprei".

Con il suo libro ci racconta come il Cristianesimo debba molto alla parola, quella delle lettere di Paolo e quella dei Vangeli, primo tra tutti di quello che lei considera quasi un suo "doppio", Luca, che compila i suoi Vangeli da scrittore.
"È così. In effetti se dovessi fare una lista dei fattori che hanno contribuito al successo del Cristianesimo direi che in testa ce n'è sicuramente uno: la letteratura. Perché la religione cattolica è nata in modo letterario, non è stata tanto dottrina quanto narrazione. Noi conosciamo le parole di Gesù, la sua storia, dal ritratto che ne fanno i Vangeli ed è per questo che io ho indagato quello che dal mio punto di vista mi affascinava di più, il Vangelo di chi più ha ragionato 'da scrittore' ovvero Luca. Come lui, anche io o Philip Dick abbiamo aderito a una fede o avuto una crisi mistica, ma Luca ha avuto decisamente un'altra rilevanza nel trasformare in racconto questa sua adesione a una fede. Il mistero è che il punto d'origine sia quello, testimoniare una fede e scriverne".

Ma oggi la religione ha a che fare con questa importanza della parola  scritta? Oggi si compie con i media quella Controriforma che ha fatto della nostra religione un teatro, una rappresentazione scenografica.
"Penso di sì, malgrado tutta la parte teatrale e liturgica, se c'è un elemento che resta è proprio la forza della narrazione del Vangelo. Forse perché io sono un narratore, vedo questo".

Che ruolo hanno oggi papi mediatici come fu Wojtyla o oggi Francesco?
"Io sono interessato al Cristianesimo come fenomeno più ampio, non solo alle vicende del Cattolicesimo in senso stretto. Nel Cristianesimo, poiché non dipende tutto da quel che fa il papa o il Vaticano, ci sono forze  e decisioni che sono più nel cuore segreto delle persone. Detto questo, credo che papa Francesco stia mostrando finalmente un bel volto  del Cristianesimo".

Oggi è l'Islam la fede in espansione. Parlando di san Paolo lei a volte lo accosta a figure che ricordano un Imam. Leggendo della diffusione della religione di Cristo grazie ai primi nuclei di fedeli, non può non venire in mente la propagazione dell'Islam in molte zone dell'Africa oggi, benché con la violenza a fare la differenza.
"Ed è una differenza fondamentale. Questa è solo una parte dell'Islam e in ogni caso ricorda quello che era il volto del Cristianesimo di cinque secoli fa: fanatico, intollerante, che bruciava sul rogo. Non è più così per il Cristianesimo e ne sono felice: possiamo dire che tra le due religioni c'è uno scarto di cinque secoli".

Eppure ci sono forze politiche sia in Francia sia in Italia che parlano di radici cristiane da difendere dall'Islam: ha senso parlare di radici cristiane?
"Sì, sul piano storico, culturale, non facendone però delle radici e dei valori politici".

Raccontando della sua fede, durante la crisi del '90, lei la definisce "abbandono", che curiosamente è una delle traduzioni della parola "Islam", assieme a quella che ha usato Houellebecq per il suo romanzo, Sottomissione.
"Preferisco 'abbandono', perché nella sottomissione c'è un'accezione di sconfitta, mentre 'abbandono' mantiene un connotato positivo, di affidamento, è una sorta di virtù che ha un valore anche fuori dall'ambito religioso".

Il suo libro e quello di Houellebecq in Francia sono usciti quasi nello stesso periodo.
"Se mi chiede del modo di affrontare le due religioni tra Houellebecq e me, posso dire che ho cercato di parlare del Cristianesimo perché l'ho vissuto in prima persona, lo conosco bene, ci sono immerso da sempre, è la nostra cultura. Dell'Islam non posso e non potrei parlare perché non lo conosco bene, ne potrei fare una chiacchierata al bistrot ma come un incompetente. Si dicono oggi molte cose superficiali e io non voglio far parte di quelli che parlano senza conoscere".

Nella parte finale di Il regno si sofferma sulla scena della lavanda dei piedi e su una sua esperienza in una comunità con persone handicappate: chi le assisteva ripeteva questo gesto rituale e di amore: lavare loro i piedi. Il regno è anche questo gesto senza parole?
"Mi ha colpito il fatto che di quella scena dell'ultima cena tutti raccontano dell'Eucarestia, solo Giovanni racconta del lavaggio dei piedi. Gesù si mette nella posizione dello schiavo pur essendo il maestro. Noi assistiamo a un ribaltamento dei valori, degli ultimi che saranno i primi: questo è il cuore del Vangelo anche per chi non crede. La religione è fatta di parole, però è vero, le parole a un certo punto cedono il passo al corpo. La religione è un passaggio con le parole, ma anche senza. Del resto non è quello il messaggio? La 'parola che diventa corpo' come dice Giovanni".
 
Anche se le parole della religione possono essere "favole" anacronistiche, come scrive lei all'inizio del suo libro.
"In questo senso nella religione ci sono pure invenzioni e favole ma alcune parole sono verità, anche eclatanti. Ognuno può essere toccato da diverse cose. Io, anche se ho un rapporto distaccato e non credente, mi sento più vicino alle dimensioni realistiche di verità, umana, delle parole di Gesù. Del resto i Vangeli sono libri talmente immensi che ognuno può trovarvi una traccia per sé stesso".