FU TRA i fondatori di Repubblica e ricordo bene le lunghe conversazioni che ebbi con lui, con Sandro Viola, con Signorini e con Giuseppe Turani, sul quotidiano che avrebbe dovuto essere del tutto diverso dagli altri e diventare il più diffuso nel nostro Paese. Bisognava inventare una nuova formula, un nuovo formato e un nuovo palinsesto. Le pensammo tutte, le possibili soluzioni d'un problema assai difficile, ma alla fine lo risolvemmo: un formato come quello di Le Monde, il carattere dei titoli in Bodoni anziché in bastoni, la cultura non più nella terza pagina ma al centro del giornale, l'economia nelle pagine di chiusura, niente sport, niente cronaca locale e il concetto che meglio l'avrebbe definito: un settimanale che esce tutti i giorni.
Mario Pirani era particolarmente interessato all'economia ma entrò con tutta la sua intelligenza nella visione d'insieme. Era tra quelli che aveva l'intuizione di un nuovo pubblico da raggiungere: i giovani e le donne, i cosiddetti ceti emergenti che fino ad allora non si avvicinavano neppure ai quotidiani dell'epoca. E così avvenne; impiegammo otto anni a raggiungere e poi a superare il Corriere della Sera, il più diffuso allora in Italia.
Con la scomparsa di Mario la maggior parte di quel piccolo gruppo non c'è più e quello che oggi è avvenuto è per me una ferita nel profondo del cuore. Si erano infatti creati tra noi vincoli di amicizia che andavano molto al di là dei rapporti di lavoro. Un'amicizia che ci consentiva di orientarci reciprocamente sui fatti che avvenivano intorno a noi, ma anche sui nostri sentimenti e sul viaggio che ciascuno può intraprendere nel profondo dell'anima, mettendo in comune con l'amico di cui ci si fida e con il quale si condivide il bisogno di confrontarsi.
L'ultima volta che l'ho visto risale a venti giorni fa. Era già gravemente ammalato ma cenammo a casa sua con Claudia che è stata il grande amore della sua vita. Lui, pur ammalato com'era, aveva una tale lucidità di mente che scrisse ancora, anzi dettò a Claudia perché scrivere non poteva, le sue due ultime rubriche sul fatto del giorno che a lui sembrava il più attuale e meritava di essere spiegato ai lettori. Poi anche questo gli è diventato impossibile, troppa la sofferenza fisica che l'aveva invaso e la stanchezza della mente e dell'anima.
A me non resta che ricordarlo e piangerne l'assenza.
Mario Pirani era particolarmente interessato all'economia ma entrò con tutta la sua intelligenza nella visione d'insieme. Era tra quelli che aveva l'intuizione di un nuovo pubblico da raggiungere: i giovani e le donne, i cosiddetti ceti emergenti che fino ad allora non si avvicinavano neppure ai quotidiani dell'epoca. E così avvenne; impiegammo otto anni a raggiungere e poi a superare il Corriere della Sera, il più diffuso allora in Italia.
Con la scomparsa di Mario la maggior parte di quel piccolo gruppo non c'è più e quello che oggi è avvenuto è per me una ferita nel profondo del cuore. Si erano infatti creati tra noi vincoli di amicizia che andavano molto al di là dei rapporti di lavoro. Un'amicizia che ci consentiva di orientarci reciprocamente sui fatti che avvenivano intorno a noi, ma anche sui nostri sentimenti e sul viaggio che ciascuno può intraprendere nel profondo dell'anima, mettendo in comune con l'amico di cui ci si fida e con il quale si condivide il bisogno di confrontarsi.
L'ultima volta che l'ho visto risale a venti giorni fa. Era già gravemente ammalato ma cenammo a casa sua con Claudia che è stata il grande amore della sua vita. Lui, pur ammalato com'era, aveva una tale lucidità di mente che scrisse ancora, anzi dettò a Claudia perché scrivere non poteva, le sue due ultime rubriche sul fatto del giorno che a lui sembrava il più attuale e meritava di essere spiegato ai lettori. Poi anche questo gli è diventato impossibile, troppa la sofferenza fisica che l'aveva invaso e la stanchezza della mente e dell'anima.
A me non resta che ricordarlo e piangerne l'assenza.