Cultura

Peter Eisenman: "Cari architetti, il paesaggio è irrilevante"

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L'architetto Peter Eisenman ama e frequenta l'Italia da oltre cinquant'anni (lui di anni ne ha 83, è nato a Newark, nel New Jersey, come Philip Roth e Paul Auster). E dunque: Vitruvio, Leon Battista Alberti, Andrea Palladio e poi Luigi Moretti, Ignazio Gardella e soprattutto Giuseppe Terragni. Ma fu una partita di calcio, a Palermo, nell'inverno del 1961, a trasformare una solida curiosità intellettuale in una passione. In Italia Eisenman ha insegnato (a Venezia), ha progettato (sempre a Venezia, nell'area di San Giobbe, a Cannaregio) e ha tuttora in corso progetti. Ieri, al
Festival dei Sensi in Puglia, in Valle d'Itria che ha come titolo "Terra! Terra!", ha parlato del "Genius loci".

Eisenman è uno dei protagonisti dell'architettura internazionale, come progettista e come teorico. Molte le sue opere, una su tutte: il Memoriale dell'Olocausto a Berlino. Ha fatto parte dei "New York Five" insieme a Richard Meier, Michael Graves, John Hejduk e Charles Gwathmey. La sua cultura comprende anche gli studi linguistici di Noam Chomsky e quelli filosofici di Michel Foucault e di Jacques Derrida. Nel suo glossario ricorrono di frequente parole come testo, sintassi e grammatica.

Che cos'è per un architetto il genius loci?
"È l'idea per cui ogni luogo avrebbe un suo spirito, che l'architetto deve rispettare, ascoltandolo e integrandosi con esso. Per me il genius loci è però solo uno dei tanti discorsi in architettura".

Che cosa vuol dire?
"Che i miei progetti possono anche porsi in contrasto con il genius loci. È lecito interpretare il luogo come assenza o come un possibile testo che contiene diverse tracce e diversi segni".

È come dire che la sua architettura non tiene conto del paesaggio? Come è possibile non dargli il peso dovuto?
"Non lo considero come parte del mio linguaggio. Piuttosto il mio lavoro implica il concetto di terra, di suolo: la terra e il suolo come un fondamentale, autonomo elemento dell'architettura. Il mio Memoriale dell'Olocausto a Berlino è fondato sulla forma del suolo, non sul paesaggio".

Eppure negli Stati Uniti il tema del "landscape urbanism", del paesaggio urbano, si è molto affermato.
"Negli Stati Uniti molti pensano che sia meglio progettare la città badando più al paesaggio urbano complessivo che ai singoli edifici. Ma io mi oppongo a questa tendenza. Per me l'architettura è autonoma, si fa urbanistica attraverso le singole architetture".

La questione è molto controversa in Italia, dove si scontano i danni di un'architettura che trascura l'urbanistica. A questo proposito: come giudica i suoi colleghi che adottano un linguaggio universale, poco adeguato al contesto?
"Io non credo che sia concepibile un linguaggio universale in architettura. Implica un'unica idea di bellezza che non esiste. Mi interessa di più ciò che Derrida sostiene sull'impossibilità di decidere, dunque dei tanti linguaggi in conflitto fra loro".

E quindi che cosa pensa del sistema delle "archistar", molte delle quali adottano un linguaggio che vada bene a Parigi come a Dubai o a Buenos Aires?
"Non mi piace la cultura mediatica delle "star". C'è una grande differenza fra l'autorità in una disciplina e la celebrità. Le Corbusier, Mies van der Rohe, Louis Kahn, Frank Lloyd Wright non furono per niente delle star, ma tutti li considerano esemplari nella nostra disciplina, come in Italia Ignazio Gardella, Luigi Moretti e altri. Le "archistar" non sono impegnate nella trasformazione e nell'assumere un ruolo critico in architettura. Questo è un problema per i giovani, per gli studenti che oggi non hanno modelli autorevoli".

Anche lei è stato studente.
"A quel tempo i riferimenti erano Wright, Le Corbusier, Mies. Ma dagli anni Novanta questi modelli sono venuti meno. Il digitale e il disegno al computer li hanno spazzati via. Un mondo di immagini ha occupato il centro della scena, prendendo il posto di una rigorosa disciplina architettonica".

Quando ha scoperto l'Italia?
"Nel 1960. Ero a Cambridge, in Inghilterra. Ogni settimana vedevo i film di Michelangelo Antonioni e di Federico Fellini. Ma prima ancora Delitto in pieno sole di René Clément con Alain Delon. Il film era tutto girato in Italia e fu per me una specie di introduzione. Poi lessi il libro di Alberto Sartoris Encyclopédie de l'Architecture Nouvelle. Lì erano pubblicati alcuni lavori che non conoscevo, in particolare di Giuseppe Terragni e Cesare Cattaneo".

Una scoperta ancora libresca e cinematografica.
"Venni in Italia nell'estate del 1961. Andai a Como, e davanti alla Casa del Fascio di Terragni, emblema del razionalismo, ebbi un'epifania. Rimasi stordito, un'architettura così non l'avevo mai vista. A Roma visitai gli edifici di Moretti, l'Accademia della Scherma al Foro Italico e la Casa del Girasole in viale Bruno Buozzi, ma anche Santa Maria in Campitelli di Carlo Rainaldi. C'è però un'altra esperienza per me indimenticabile".

Quale?
"Nell'inverno del 1961 tornai in Sicilia. Assistetti a un Palermo-Bologna, con il grande Giacomo Bulgarelli. Da allora il calcio italiano è una passione insostituibile ".

Ho letto che dell'Italia apprezza più i paesaggi costruiti che quelli naturali.
"Amo i paesaggi realizzati dagli uomini. Le piazze, in particolare. Prediligo quelle dalla dimensione spaziale più che Piazza della Signoria a Firenze o Piazza del Campo a Siena, caratterizzate da una singola immagine. La mia favorita è Piazza Ducale a Vigevano. È dura, astratta, molto secca. L'opposizione fra la spazialità e l'immagine è assai importante per me".

In Italia è forte la preoccupazione che i paesaggi vengano manipolati. Lei si è fatto un'idea in proposito?
"È impossibile per me rispondere. Ogni tipo di sviluppo modifica la precedente condizione. A volte ciò avviene in maniera orrenda, a volte buona".

Lei ha avuto uno stretto rapporto con Aldo Rossi, che poi si ruppe.
"Nutro un enorme rispetto per lui. I primi suoi articoli li lessi nel 1960. Ricordo un suo saggio su Adolf Loos, un altro sulle periferie. Era capace di dare al discorso sull'architettura una struttura simile a quella usata per la musica e la pittura. Era unico e si distingueva dalla cultura prevalente negli Stati Uniti. Nel 1972 l'invitammo a New York. Diventammo amici e curai l'edizione americana dei suoi libri. Negli ultimi anni, però, assunse atteggiamenti da "archistar" e si dedicò ad altre attività".

Com'è il suo rapporto professionale con l'Italia?
"Costruire in Italia non è diverso che in Germania, in Turchia o negli Stati Uniti. Quel che è differente in Italia è il contesto storico".

Qui, però, ritorna in ballo la questione del genius loci. E forse anche quella del paesaggio. Non crede?
"Ogni decisione dipende da ciò che è preesistente e questo è sicuramente un vincolo per la cultura architettonica italiana ".