Addio a Franco Magagnini, l'uomo-macchina che cambiò Repubblica
Sebastiano Messina , di SEBASTIANO MESSINAE' morto a 83 anni. Burbero e pronto a insegnare a tutti, con un fiuto naturale per le notizie. Aveva iniziato la sua carriera giovanissimo all'Unità e poi a Paese Sera. Fu storico caporedattore centrale del nostro giornale
Fu Franco Magagnini a guidare con le sue mani forti ed esperte il passaggio di Repubblica dall'età del piombo a quella del computer, una traversata che doveva essere invisibile agli occhi del lettore eppure cambiò profondamente le abitudini, le tecniche e soprattutto i tempi del giornale. Lui aveva preso il comando della sala macchine di Repubblica - diventando il caporedattore centrale che ha lasciato l'impronta più profonda nella storia di questo giornale - quando i quotidiani si impaginavano con le righe di piombo fuso, le agenzie arrivavano dalle telescriventi e gli articoli venivano scritti tre volte: la prima, a macchina, dagli inviati, la seconda dai dimafonisti dopo la dettatura al telefono e la terza dai linotipisti che trasformavano quei fogli di carta in righe di piombo. Allora i giornali si facevano così.
Magagnini, che conosceva il suo mestiere come pochi altri, fece attraversare il guado all'intero giornale. Livornese fino al mido…
Magagnini, che conosceva il suo mestiere come pochi altri, fece attraversare il guado all'intero giornale. Livornese fino al mido…
Fu Franco Magagnini a guidare con le sue mani forti ed esperte il passaggio di Repubblica dall'età del piombo a quella del computer, una traversata che doveva essere invisibile agli occhi del lettore eppure cambiò profondamente le abitudini, le tecniche e soprattutto i tempi del giornale. Lui aveva preso il comando della sala macchine di Repubblica - diventando il caporedattore centrale che ha lasciato l'impronta più profonda nella storia di questo giornale - quando i quotidiani si impaginavano con le righe di piombo fuso, le agenzie arrivavano dalle telescriventi e gli articoli venivano scritti tre volte: la prima, a macchina, dagli inviati, la seconda dai dimafonisti dopo la dettatura al telefono e la terza dai linotipisti che trasformavano quei fogli di carta in righe di piombo. Allora i giornali si facevano così.
Magagnini, che conosceva il suo mestiere come pochi altri, fece attraversare il guado all'intero giornale. Livornese fino al midollo, aveva un carattere brusco e schietto che non conosceva diplomazie. Pane al pane e vino al vino. Inviati o capiredattori, semplici redattori o grandi firme, non si salvava nessuno. Credo che l'eco delle sue sfuriate risuoni ancora oggi, nello stanzone d'angolo del palazzo di piazza Indipendenza. Una volta mandò a quel paese persino il capo dello Stato. Con un'attenuante: non l'aveva riconosciuto. Era il tempo in cui Paolo Guzzanti si divertiva a telefonare a chiunque imitando alla perfezione la voce di Sandro Pertini, uno scherzo di cui era stato vittima perfino Renzo Arbore. Così, quando un giorno rispose al telefono e sentì "Buongiorno, sono Pertini", Magagnini pensò: non mi faccio fregare. E prima di riattaccare gridò nella cornetta: "Oh, senti tu: vedi un po' di andare a fare in culo e di 'un rompe i 'oglioni, che noi qui si lavora!". E invece era il vero presidente della Repubblica.
A Repubblica, lui era arrivato nel 1977 - prima che il giornale festeggiasse il suo secondo anniversario - e faceva parte di quella pattuglia di professionisti che venivano da Paese Sera, grandi firme come Miriam Mafai e Giorgio Forattini e uomini-macchina di prim'ordine come Giorgio Dell'Arti, Alfredo Dondi, Nando Ceccarini, Giorgio Signorini e Franco Bevilacqua.
Franco aveva cominciato giovanissimo all'Unità, ma nel 1966 era passato a Paese Sera, dove era diventato caposervizio degli Interni e quindi inviato speciale, prima di arrivare a piazza Indipendenza come caporedattore notturno.
Era capace di rivoluzionare il giornale in due ore, se una notizia lo meritava, e diventò presto per tutti "l'uomo della notte". Poi era andato a dirigere Il Tirreno, il giornale della sua città, ma nel 1983, quando il caporedattore Franco Recanatesi chiese di tornare a scrivere, Eugenio Scalfari decise di affidare al livornese venuto da Paese Sera il comando dell'ufficio centrale di Repubblica , il cuore del giornale.
Al quarto piano del palazzo di piazza Indipendenza, Magagnini stabilì subito un rapporto sanguigno con la redazione. I titoli dovevano essere limpidi, e se non lo erano venivano rispediti indietro con commenti urticanti. Gli articoli andavano consegnati presto, e chi tardava si beccava una lavata di capo indimenticabile. Le cronache dovevano essere sobrie, e un arabesco nell'incipit procurava al malcapitato un lisciabusso.
Ma il vero Magagnini veniva fuori quando arrivavano i guai. Se c'era da smontare mezzo giornale per una notizia arrivata all'ora di chiusura - e lui capiva immediatamente quando era il caso di farlo - ti diceva con calma, in tre parole, come rivoltare una pagina in pochi minuti. Se avevi toppato un servizio, lui ti portava all'Osteriaccia e ti spiegava davanti a un piatto di rigatoni cacio e pepe dove avevi sbagliato.
Siamo in tanti, a Repubblica, ad aver imparato qualcosa da lui. Tutti sapevamo che anche nel rimprovero più brusco c'era la voglia di insegnarti come si fa questo mestiere. E quando avvistava un talento, lo seguiva a distanza, lo incoraggiava e lo correggeva, perché per lui il giornale doveva essere anche una scuola di giornalismo, dove hanno sempre la precedenza i cronisti che consumano le suole delle scarpe. Un caporedattore all'antica, stavo per scrivere: ma sono sicuro che lui me le avrebbe cancellate, queste tre parole.
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I funerali si svolgeranno lunedì 7 marzo, alle 15 a Otricoli in casa
Magagnini, che conosceva il suo mestiere come pochi altri, fece attraversare il guado all'intero giornale. Livornese fino al midollo, aveva un carattere brusco e schietto che non conosceva diplomazie. Pane al pane e vino al vino. Inviati o capiredattori, semplici redattori o grandi firme, non si salvava nessuno. Credo che l'eco delle sue sfuriate risuoni ancora oggi, nello stanzone d'angolo del palazzo di piazza Indipendenza. Una volta mandò a quel paese persino il capo dello Stato. Con un'attenuante: non l'aveva riconosciuto. Era il tempo in cui Paolo Guzzanti si divertiva a telefonare a chiunque imitando alla perfezione la voce di Sandro Pertini, uno scherzo di cui era stato vittima perfino Renzo Arbore. Così, quando un giorno rispose al telefono e sentì "Buongiorno, sono Pertini", Magagnini pensò: non mi faccio fregare. E prima di riattaccare gridò nella cornetta: "Oh, senti tu: vedi un po' di andare a fare in culo e di 'un rompe i 'oglioni, che noi qui si lavora!". E invece era il vero presidente della Repubblica.
A Repubblica, lui era arrivato nel 1977 - prima che il giornale festeggiasse il suo secondo anniversario - e faceva parte di quella pattuglia di professionisti che venivano da Paese Sera, grandi firme come Miriam Mafai e Giorgio Forattini e uomini-macchina di prim'ordine come Giorgio Dell'Arti, Alfredo Dondi, Nando Ceccarini, Giorgio Signorini e Franco Bevilacqua.
Franco aveva cominciato giovanissimo all'Unità, ma nel 1966 era passato a Paese Sera, dove era diventato caposervizio degli Interni e quindi inviato speciale, prima di arrivare a piazza Indipendenza come caporedattore notturno.
Era capace di rivoluzionare il giornale in due ore, se una notizia lo meritava, e diventò presto per tutti "l'uomo della notte". Poi era andato a dirigere Il Tirreno, il giornale della sua città, ma nel 1983, quando il caporedattore Franco Recanatesi chiese di tornare a scrivere, Eugenio Scalfari decise di affidare al livornese venuto da Paese Sera il comando dell'ufficio centrale di Repubblica , il cuore del giornale.
Al quarto piano del palazzo di piazza Indipendenza, Magagnini stabilì subito un rapporto sanguigno con la redazione. I titoli dovevano essere limpidi, e se non lo erano venivano rispediti indietro con commenti urticanti. Gli articoli andavano consegnati presto, e chi tardava si beccava una lavata di capo indimenticabile. Le cronache dovevano essere sobrie, e un arabesco nell'incipit procurava al malcapitato un lisciabusso.
Ma il vero Magagnini veniva fuori quando arrivavano i guai. Se c'era da smontare mezzo giornale per una notizia arrivata all'ora di chiusura - e lui capiva immediatamente quando era il caso di farlo - ti diceva con calma, in tre parole, come rivoltare una pagina in pochi minuti. Se avevi toppato un servizio, lui ti portava all'Osteriaccia e ti spiegava davanti a un piatto di rigatoni cacio e pepe dove avevi sbagliato.
Siamo in tanti, a Repubblica, ad aver imparato qualcosa da lui. Tutti sapevamo che anche nel rimprovero più brusco c'era la voglia di insegnarti come si fa questo mestiere. E quando avvistava un talento, lo seguiva a distanza, lo incoraggiava e lo correggeva, perché per lui il giornale doveva essere anche una scuola di giornalismo, dove hanno sempre la precedenza i cronisti che consumano le suole delle scarpe. Un caporedattore all'antica, stavo per scrivere: ma sono sicuro che lui me le avrebbe cancellate, queste tre parole.
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I funerali si svolgeranno lunedì 7 marzo, alle 15 a Otricoli in casa