Le "Polpette spaziali" di Craig Thompson: "Ma i miei libri parlano anche agli adulti"
Luca Valtorta
Il re del graphic novel presenta alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna il suo ultimo lavoro: "Oggi gli unici settori in costante crescita sono i comics e i libri per ragazzi. Che possono insegnare molto ai grandi"
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È possibile che un libro per bambini intitolato Polpette spaziali racconti così tanto dell'America, del mondo contemporaneo e di noi tutti? La risposta è sì se l'autore si chiama Craig Thompson, uno dei creatori contemporanei di graphic novel (e mai come nel suo caso la definizione di "romanzo grafico" è appropriata) più acclamati da pubblico e critica. Dopo il suo debutto nel 1999 con Addio Chunky Rice, una deliziosa storia per adulti e più piccoli, il suo Blankets, nel 2003, è un fulmine che squarcia i cieli del fumetto aggiudicandosi quattro Harvey, due Eisner e due Ignatz Award ma soprattutto mostrando come le teorizzazioni di Will Eisner sull'"arte sequenziale" e quelle di Scott McLoud in Understanding Comics sono non solo corrette ma anche trasversali, capaci di soddisfare diverse generazioni e tipologie di lettori. Blankets infatti mette d'accordo pubblico e critica (a oggi ne sono state fatte diciotto edizioni solo negli Usa, mentre è stato tradotto in venti paesi). Si tratta di un'opera monumentale di quasi seicento pagine a cui, otto anni dopo, seguirà un altro capolavoro ancora più mastodontico (665 pagine!): Habibi, attraverso cui si può comprendere l'Islam meglio che in un saggio, fino al recente Polpette spaziali che Thompson presenta alla Children's Book Fair di Bologna.
Zaino enorme, camicia a quadri, pantaloni di tela marroncini, Thompson si mimetizza perfettamente con il pubblico del negozio/culto per appassionati SuperGulp! di Milano, dove ci incontriamo prima che inizi il suo tour de force italiano che lo vede protagonista di molteplici appuntamenti. Lui è richiestissimo in tutto il mondo ("Di solito dopo la pubblicazione di un volume sto in giro un anno per il mondo", racconta) e le occasioni per incontrarlo sono decisamente rare dal momento che poi scompare per tre, quattro, cinque anni e oltre.
Craig Thompson, "Polpette spaziali", Violet va in orbita alla ricerca del padre
In Blankets lei racconta la storia della sua famiglia. I suo genitori sono devoti cristiani ma, mi sembra di capire, non cattolici...
"Oh no, certo: sono 'Cristiani Rinati', una tipologia molto particolare, mia madre era cattolica, mio padre luterano ma a venticinque anni abbandonarono tutto e diventarono appunto 'Cristiani Rinati' e lasciarono i loro amici, la loro famiglia, la loro casa e andarono 'dove Gesù li chiamava'. Una cosa tipica di metà anni Settanta, una sorta di estensione del movimento hippie ma con la religione di mezzo".
Quindi i suoi genitori prima erano degli hippie?
"Assolutamente. Mio padre era un grande 'pot smoker', fumatore di marijuana, e mia madre, che era di Detroit, frequentava i bikers. Poi lasciarono anche tutte queste cose per 'rinascere'".
Oggi lei crede ancora in Dio?
"Non direi che credo in Dio in sé ma sono interessato alle religioni da un punto di vista culturale".
Lei cita, alla fine di Blankets, una frase che l'ha illuminata: "Perché il regno di Dio è dentro di voi"...
"Esatto. Per me quello è il cuore dell'insegnamento di Gesù. Io non credo che lui fosse letteralmente il figlio di Dio. Nei Vangeli Apocrifi Gesù spesso appare ma non viene riconosciuto nemmeno dai suoi discepoli che è un modo per me di dire che tutti possono essere Dio".
Da che età ha cominciato a disegnare?
"Me lo hanno raccontato i miei genitori: da quando avevo quattro anni, quando vennero dei missionari dall'Indonesia a visitare la nostra chiesa e uno di questi mi vide che coloravo fuori dalle linee e mi disse che bisognava invece rispettarle. Quindi il disegno per me è connesso alla religione (ride, ndr)".
Suo fratello Phil, che disegnava con lei in Blankets, ha proseguito anche lui?
"È tornato a farlo recentemente per alcuni piccoli cartoon che abbiamo realizzato insieme. Ma mi ha detto che in realtà disegnava perché io lo costringevo e quindi ha smesso per molti anni. Oggi fa il grafico".
Quali sono stati gli autori con cui si è formato?
"Direi che i primi sono stati i Peanuts perché li leggevo sul giornale alla domenica. Infatti quando avevo nove anni tutti i personaggi che disegnavo assomigliavano a Charlie Brown finché un insegnante mi ha detto: 'Oh, tutti i tuoi personaggi sono calvi'. Come sono io adesso: profetico! Così ho scoperto che potevo differenziarli disegnandogli i capelli".
Quale è stato il suo primo lavoro professionale e come è avvenuto?
"Il primo lavoro professionale non era molto professionale: ho riscoperto i fumetti a diciannove anni con il fantastico movimento delle autoproduzioni e ho iniziato con alcuni amici a fare i 'Minicomics', realizzati fotocopiando le storie e vendendoli porta a porta alle fumetterie".
E la prima, vera pubblicazione?
"Quando stavo a Portland, in Oregon, ho incontrato un barista che aveva ricevuto un'eredità dalla madre e aveva deciso di aprire una casa editrice. Io gli ho proposto una versione allargata di alcune storie che stavo realizzando per i miei Minicomics, quelle che poi sarebbero diventate Addio Chunky Rice. Ed è così che venne pubblicato. La casa editrice non a caso si chiamava Topshelf, che era un termine tecnico da barista: topshelf è il luogo dove stanno i liquori migliori. Oggi è diventata una casa editrice tra le più importanti".
Che spazio ha oggi il graphic novel nella società contemporanea? Chi ne sono i padri secondo lei?
"Per me il graphic novel nasce con Maus di Spiegelman. Di Eisner per me è stato più importante il saggio Sequential Art che i suoi lavori, ma è stato quando ho letto Understanding Comics di Scott McCloud che mi sono detto: 'Oh, con questo medium si possono raccontare storie personali, fantastico!'. È quello che ho fatto".
Per Habibi mi sembra che lei abbia approfondito molto lo studio del Corano. Che cosa ne pensa del Daesh, della loro interpretazione dell'Islam?
"Sì, per realizzare Habibi ho passato davvero molto tempo a fare ricerca. Credo che il Daesh non abbia assolutamente niente a che fare con l'Islam ma allo stesso tempo credo che risolvere il problema del terrorismo sia impossibile senza capirne le cause che sono legate allo sfruttamento che il "primo" mondo fa degli altri paesi: la disperazione genera rabbia che genera guerre e terrore. Ho letto abbastanza del Corano per rendermi conto che il Daesh non fa altro che prenderne versi e trasportarli fuori contento. Anche il famoso 'jihad' è prima di tutto una condizione interiore, una battaglia che l'individuo deve fare contro se stesso per scoprire la divinità che è in lui".
Con Polpette spaziali lei ha cambiato registro ancora una volta, ricollegandosi forse agli esordi di Addio Chunky Rice. Come mai questa scelta?
"Io voglio cambiare sempre. E anche con questo lavoro ho passato molto tempo disegnando tutti i dettagli: questo strano mondo del futuro, le nave spaziali, ecc, prima di mettermi a disegnare davvero le pagine. Il che è una elaborata forma di procrastinazione".
La storia in realtà è solo apparentemente per bambini: sembra essere una metafora che racconta perfettamente la società di oggi, con le balene che divorano tutto e che assomigliano molto agli squali di Wall Street. È corretta questa interpretazione?
"Una delle influenze del libro è Moby Dick, una storia senza tempo di come il capitalismo sfrutta le risorse della natura e di come il conflitto sociale negli Stati Uniti sia destinato ad aumentare se una piccola parte di persone continuerà a possedere la maggior parte delle risorse. Sono assolutamente contro la globalizzazione che secondo me è la distruzione del mondo, con le corporation che distruggono le economie locali. Il libro, a una lettura più adulta, parla di questo. Ma penso che possa essere, al tempo stesso, molto divertente per i bambini".
Lei viene da una famiglia molto povera. I suoi genitori votano democratico?
"Mai: per loro le cose importanti sono l'aborto e i matrimoni gay".
Cosa pensano dei suoi libri?
"Per molti anni hanno odiato Blankets, poi ne hanno capito la parte più poetica. Habibi invece è stato la prima cosa che ho fatto che gli sia piaciuta e adorano Polpette spaziali".
Li vede spesso?
"No. Di solito una volta all'anno".
A Natale?
"Assolutamente no. Troppo freddo e troppi ricordi e troppa religione. Io adesso vivo a Los Angeles: lì ora è praticamente estate. Sempre lì, come si può desumere da Polpette spaziali (il finale è un grandioso: 'Facciamo surf!', ndr) ho imparato a fare surf. I miei genitori fanno parte di quella generazione di emigranti europei provenienti dal Nord Europa forgiata nel gelo, paesi tipo la Svezia. Emigranti con la volontà di lottare contro gli elementi, con un'etica del lavoro d'acciaio. Io ho lavorato nei campi per tantissimi anni, adesso che riesco a mantenermi con il disegno sono felice".
Ma non dimentica, perché Polpette spaziale è esplicitamente dedicato a suo padre.
"Esatto: quando ero bambino le persone intorno a me non erano disegnatori o designer ma agricoltori, camionisti o idraulici come mio padre. Le 'polpette spaziali' in inglese sarebbero 'ravioli'. Un gioco di parole intraducibile in italiano, ovvero un riferimento alla cacca di balena che minaccia le stazioni spaziali... e io conosco alla perfezione che cosa vuol dire sturare un bagno intasato! Inoltre 'raviolino' è un termine che si usa per i bambini e quindi è un riferimento ai tre protagonisti della vicenda. Bambini appunto, che salvano il mondo. Il sottotesto per gli adulti è che le forti differenze di classe siano uno dei mali dell'America di oggi, che dobbiamo combattere con una maggiore attenzione all'ecologia. Credo nell'economia del chilometro zero, nello sviluppo delle risorse del territorio: vengo dalla campagna e so che cos'è il lavoro nei campi".
I libri per l'infanzia sono un fenomeno in costante crescita e più spesso che mai ci lavorano autori estremamente raffinati. È sempre più importante raccontare belle storie ai bambini?
"Oggi negli Stati Uniti ci sono due settori in crescita: quello del graphic novel e quello dei libri per bambini. In America la casa editrice che pubblica Polpette spaziali è la stessa di Harry Potter, tanto per dire. Non può che farmi piacere: il fumetto è un piccolo grande mezzo".
Con quanti assistenti lavora?
"Faccio tutto da solo: per questo ci metto anni tra una pubblicazione e l'altra".
Ci sarà un seguito di Polpette spaziali visto il grande successo che sta avendo negli Usa?
"Agli inizi dicevo: 'No, non voglio fare come Harry Potter', ma più sentivo i bambini alle presentazioni che mi chiedevano un seguito più mi venivano idee, così ho scritto una proposta per un nuovo volume che in qualche misura ha a che fare con la Siria e i rifugiati ma in un modo fantastico ovviamente. Magari però sarà rifiutato dall'editore: potrebbe rivelarsi troppo oscuro...".