Cultura

Al Festival del giornalismo le "storie maledette" di Franca Leosini

Ovazione a Perugia per la conduttrice del programma Rai che narra le storie di criminali. E ancora, il valore del giornalismo investigativo collaborativo, l'eco delle inchieste, e in chiusura Fedez

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Storie maledette e storie dette male
Un'ovazione per Franca Leosini. Incredibile vedere i suoi appunti, quelli che lei "solfeggia" in trasmissione, scritti a caratteri cubitali, con le pause per il respiro e gli accenti vocali. Una roba che in un network di oggi maneggerebbero come un reperto etrusco, affascinante e misterioso, di inesplicabile traduzione. Eppure piace, e tanto. Perché non sgarra, perché a dispetto dell'età (non ve la diremo ma non ci credereste) la sua schiena è diritta e lei ne va fiera. Nessun compiacimento salottiero televisivo, nessun commento sull'intervista al figlio di Riina ("io la liberatoria la faccio firmare prima" si limita a dire, con una pausa volutamente prolungata, come a dire che esistono storie maledette e storie dette male). Ricorda i suoi tanti incontri, la sincera commiserazione per l'uxoricida Raffaele Cesarano ("l'avrei ammazzata io quella donna", provoca), il rifiuto di intervistare i serial killer, per primo Donato Bilancia e il suo intento di "rubare l'anima" al suo intervistato. Avviso ai biografi: il suo cassetto è pieno di lettere di killer intervistati e no, materiale prezioso per un epistolario pistolero.
 
L'unione fa lo scoop
I Panama Papers hanno dimostrato che, insieme, i media incidono. A ben vedere il retaggio più importante che il caso Snowden ha prodotto e la voglia dei mezzi di informazione di tornare a essere decisivi, a contare qualcosa, dopo anni di frustranti denunce andate a vuoto. In questo caso la collaborazione di 400 giornalisti e 106 organizzazioni mediatiche hanno indubbiamente cambiato le cose ed è probabile che la lezione serva.
Parlammo lo scorso anno dell'esigenza di muoversi insieme. Esistono notizie di grande impatto che però, disperse nelle cronache estere di ciascun Paese, "non bucano". Sarebbe bene costituire un collettivo internazionale che concentri il fuoco per una settimana su una stessa notizia, e ce ne sono tante da portare alla ribalta. Il modo migliore per mettere il dittatore o il potentato di turno con le spalle al muro e per avvisare gli altri che è bene non provarci.
 
L'eco della stampa
Rob Orchard ha lanciato un magazine che torna sui luoghi delle storie importanti dopo tre mesi dai fatti di cronaca. A tre anni dal lancio conta circa 7 mila copie vendute per ogni numero, con circa 3500 abbonati. Un esperimento che dimostra il potenziale di un'audience di nicchia. In attesa che qualcuno segua il suo esempio, sorge il dubbio che almeno i commenti, nei media, potrebbero godere di un giorno di riflessione. Perché un pensiero stagionato ventiquattro ore diventa più ricco, più rotondo, più profondo e quasi certamente più originale, quindi destinato a restare nella memoria del lettore.
 
Si chiude con Fedez
Alla fine arriva pure lui, a Perugia, anche se si è temuto spesso un suo forfait. Lui che schifa la stampa, quasi tutta, ma che approda a un Festival fatto di giornalisti. Lui che conquista le giovani platee con testi basici, formulati come tanti post. Lui che visto dal vivo sembra quasi aggrapparsi ai suoi stessi tatuaggi, a quella suggestiva ragnatela sul collo, la parte più cedevole del corpo (chissà cosa accadrà quando la tela del ragno si trasformerà nella paglietta per pulire i piatti). Ai ragazzi poco importa. Qui e ora, in fondo è anche questa una regola del giornalismo di oggi. Il futuro si vedrà.