Cultura

Cinque anni senza D'Avanzo ma il suo giornalismo resta

Ci manca l'amico e il grande cronista. Le sue inchieste sono ancora tutte lì, a testimoniare il suo rigore professionale e il suo coraggio

3 minuti di lettura
SONO PASSATI cinque anni e quel campione di giornalismo mi manca. Ma soprattutto mi manca l'amico. Cinque più venticinque fanno trenta, il conto mi piace farlo così. Da quando ci siamo incontrati per la prima volta giù a Palermo, da quando ci siamo annusati e non ci siamo lasciati più. Anche per me è stata l'ultima pedalata, su quella salita che tornante dopo tornante portava a Calcata. Il 30 di luglio del 2011, il giorno che Peppe se n'è andato. Non l'ho più presa la mia bicicletta. E non ho più avuto il privilegio di averlo accanto, di ascoltarlo, sentire la sua voce, decifrare un suo sguardo, scoprire un suo pensiero. Per me era un sostegno. Mi manca anche per questo. "Chissà che avrebbe detto e scritto Peppe di questa storia?". Quante volte Franco Viviano mi ha rifatto la stessa domanda in questi cinque anni. "Chissà che avrebbe detto e scritto Peppe di questa storia?". Quante volte me la sono rifatta io quella stessa domanda negli ultimi cinque anni.
 
Mi manca, ci manca. A molti di noi di Repubblica che siamo cresciuti con lui e che gli abbiamo voluto bene, che l'abbiamo rispettato per la sua lealtà - che in certi momenti sconfinava nel candore - e la sua intelligenza, per il suo rigore professionale, per la sua generosità. E il suo coraggio.
 
Cinque anni. Pochi, tanti, troppi, niente. Peppe D'Avanzo non c'è più e c'è ancora. Ci sono giorni che mi sembra di vederlo da qualche parte in redazione con i suoi baffoni, sparire in fondo nella stanza del direttore, chino sulla scrivania a prendere appunti. Lentamente, con molto ordine. Un altro amico, Fausto, dice che ogni tanto lo sogna. Il suo numero di cellulare è sempre nella mia rubrica. Mi capita spesso di rileggere i suoi "pezzi". Un po' li ripesco in archivio, tanti - insieme a una sua foto, lui disteso in un campo e appoggiato a una staccionata - li conservo in una piccola libreria del mio studio. Alcuni firmati insieme e poi quegli altri che hanno fatto la storia del nostro giornale.

LE INCHIESTE Dalla mafia alle "dieci domande"

Sulla testata della sezione Inchieste di Repubblica.it
c'è sempre un sua frase: "Un'inchiesta giornalistica è la paziente fatica di portare alla luce i fatti, di mostrarli nella loro forza incoercibile e nella loro durezza. Il buon giornalismo sa che i fatti non sono mai al sicuro nelle mani del potere e se ne fa custode nell'interesse dell'opinione pubblica".

I fatti. Da cronista puro - gli interessavano poco galloni e pennacchi - aveva seguito le vicende più scabrose degli ultimi vent'anni. Prima si era allenato nella palestra napoletana con la camorra, poi si è addentrato nel labirinto Italia e nei misteri di Stato. Inchieste che sono ancora tutte lì, un capolavoro di sintesi, chiarezza, buona scrittura. Giornalismo.

 
Le patacche del servizio segreto militare per infangare Romano Prodi, l'incredibile rapimento di Abu Omar, il Nigergate, la corruzione dei giudici per la sentenza Mondadori, la struttura Delta in Rai, Ruby e le feste del Cavaliere ad Arcore, le veline velenose del caso Boffo, gli intrighi della security Telecom. E poi le famose "dieci domande" a Silvio Berlusconi. Domande che furono addirittura oggetto di querela, troppo insolenti per quel capo del governo, troppo sfacciate e "diffamatorie". Peppe D'Avanzo gliele ha rivolte ogni giorno per sei mesi, chiedendo a Berlusconi conto e ragione del "ciarpame politico", scambio di candidature e favori sessuali. Berlusconi rispose con una denuncia pretendendo un milione di euro per danni morali, il Tribunale di Roma condannò il Cavaliere al pagamento delle spese processuali perché quelle domande non erano né insolenti né diffamatorie ma "costituivano legittimo esercizio di critica e lecita manifestazione della libertà di pensiero e di opinione garantita dall'articolo 21 della Costituzione". Ancora giornalismo. Sempre giornalismo.
 
Di quel suo modo di lavorare e di fare il mestiere - ne posso parlare perché ne sono stato testimone oculare - era rimasto affascinato tanto tempo prima anche Giovanni Falcone. Il giudice aveva pochi amici, pochissimi a Palermo. E con i giornalisti era diffidente. Ma quando un giorno incontrò Peppe abbassò subito la guardia: si fidò di lui all'istante. Erano gli anni che Peppe scendeva giù in Sicilia non soltanto per le sue grandi inchieste ma anche per "coprirmi " le spalle, fu il primo a capire cos'era la solitudine di un altro cronista che viveva in fondo all'Italia. Qualche giorno fa mi sono ritrovato fra le mani una sua intervista al pentito Tommaso Buscetta. Dal giorno del suo pentimento non aveva mai voluto incontrare nessuno. Due pagine a doppia firma: Giuseppe D'Avanzo ed Eugenio Scalfari.

Cinque anni. La salita, l'ultima curva. Gli altri amici che erano già arrivati in cima, sulla piazza. Noi che parlavamo della nostra estate, la Sicilia e poi il giornale, il giornale e poi la Sicilia. Un'estate troppo breve.