Cultura

"Mi chiamo Lucy e vengo da un paese di magìe": l'infanzia meravigliosa della figlia di Roald Dahl

Che cosa significa avere, come papà, l'autore di alcune delle più belle e popolari storie per l'infanzia. Una vita in compagnia di strani personaggi, la minaccia delle streghe, i sogni. E, nel frigorifero, il latte verde e blu

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Io vivo a Los Angeles: quando mi chiedono da dove vengo rispondo sempre la stessa cosa, dall'Inghilterra. Da un paesino chiamato Great Missenden, nel Buckinghamshire, fra Londra e Oxford. È il posto dove ho trascorso l'infanzia, quello che si può trovare su una cartina delle Chiltern Hills e su Google, ma il posto da dove vengo DAVVERO non ha un nome o una città gemellata. Io vengo da un paese di streghe e magie, giganti e minipin, boschi e campi, quadrifogli e soffioni dei desideri: vengo dall'immaginazione di mio padre, Roald Dahl.

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La nostra casetta era annidata in un frutteto all'interno di una valle: in primavera i rami degli alberi si vestivano di fiori e in autunno si caricavano di mele. I rami forti e gentili dell'albero più grande custodivano la nostra semplice ma splendida casa sull'albero: era una semplice piattaforma, costruita da mio padre inchiodando delle assi di legno e circondandole con un parapetto sottile, eppure a noi sembrava così alta, eccitante e segreta che da bambini ci passavamo ore intere. La bianca capanna di mattoni dove papà lavorava era a portata di vista, ma non di udito: sapevamo che lui era lì dentro a scrivere.

Il GGG dormiva sotto di noi: la sua casa era sotto gli alberi del frutteto. Sapevamo che dormiva perché il Grande Gigante Gentile ha abitudini notturne: va in giro a soffiare i sogni nelle finestre dei bambini addormentati. Anche se aveva un udito sopraffino grazie alle sue enormi orecchie, sapevamo che per lui le risate dei bambini erano come una ninnananna per un neonato.

Furbo, il signor Volpe, con la famiglia e gli amici, il tasso, i conigli e le talpe, stavano sotto l'Albero delle Streghe o nei cunicoli sotterranei che portavano a ogni fattoria e negozio del villaggio. I Minipin erano un po' più lontani, nei boschi, ma sempre abbastanza vicini per sapere che c'erano e che potevano vederci. A volte ne vedevamo uno che fischiava vicino a noi: sì, non c'erano dubbi! Lo avevamo proprio visto! Quando guardavamo meglio, però, era sparito. Perfino la tartaruga Agura Trat era a portata di mano, d'estate: si faceva largo lentamente nell'orto, mangiando tutto quello che poteva prima che lo mettessimo in una cassetta di legno piena di paglia nel capanno degli attrezzi, per una bella dormita invernale.

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Nel nostro giardino c'era un autentico vecchio carrozzone "degli zingari", che conservava fra le sue pareti di legno tutte le leggende, gli incantesimi e i segreti dei suoi viaggi. Era esattamente come quando ci abitava una famiglia di viandanti che viveva nel bosco dei Minipin, oltre il nostro frutteto e la fattoria dei Redding. A volte il loro patriarca veniva a casa nostra a chiedere se avevamo bisogno di affilare dei coltelli e papà gli diceva sempre di sì. Noi non viaggiavamo, ma probabilmente la nostra vita era più simile a quella dei viaggiatori che a quella dei nostri compagni di scuola. Per una serie di circostanze, il loro splendido carrozzone divenne nostro. Svettava orgoglioso nel nostro giardino e noi lo usavamo per giocare. Ancora oggi, completamente restaurato, si trova nel giardino della nostra casa di famiglia, dal nome perfetto: "La Casa degli Zingari".

Ai miei compagni di scuola piaceva moltissimo venire a casa nostra, perché c'era sempre qualcosa di nuovo e divertente, oppure c'era qualcosa da costruire o da inventare e noi venivamo sempre coinvolti. E poi il cibo a casa nostra era sempre fantastico perché non c'era nulla di normale, neanche l'acqua che, avendo un alto contenuto di gesso proveniente dalle Chiltern Hills, nel bicchiere arrivava bianca come una nuvola, finchè il gesso non si depositava (noi sapevamo che quello era il dentifricio del GGG). "Intruglio delizioso" dichiarava papà, e così era.

Mangiavamo cavolo rosso mandato dalla Regina da Buckingham Palace e cioccolato di Willy Wonka dopo ogni pasto. Non mangiavamo mai semplici uova, ma uova di Minipin (quaglia) o uova GGG (anatra). Nelle rare occasioni in cui le nostre uova erano di misura normale, Furbo, il signor Volpe le aveva "prese in prestito" dalla fattoria per portarcele. Perfino il bacon era super delizioso, perché papà tagliava le strisce di grasso, le friggeva e ce le faceva inzuppare nel tuorlo d'uovo invece dei pezzetti di pane tostato. "Sorpresa!", diceva papà, "Dobbiamo mangiare qualcosa di speciale!" 
Roald Dahl nel 1988. Lo scrittore è morto nel 1990 

Nel nostro frigorifero non era insolito trovare una bottiglia di vetro con il latte verde o blu (ottenuto con qualche goccia di colorante alimentare versato di nascosto), sistemata tranquillamente insieme alle altre. "Una consegna molto speciale da parte della Strega Suprema". Qui papà faceva sempre una pausa a effetto, poi continuava: "È stata una vera fortuna che voi piccirottoli foste a scuola, altrimenti avrebbe sentito puzza di cacca di cane fin dalla strada e non ci avrebbe mai dato il suo latte. "Mio padre usava il latte blu o verde per le pozioni stregate, intrugli deliziosi che io e mia sorella bevevamo all'ora di andare a dormire quando, sedute nel letto, ascoltavamo le storie di papà: il GGG non era ancora stato scritto, e neanche Matilde e Le Streghe, quindi ne avevamo le nostre versioni personalizzate. Quello che allora non sapevamo era che con ogni storia della buonanotte papà sviluppava i suoi personaggi, notando attentamente che cosa ci faceva ridere, o raddirzzare la schiena o anche, a volte, sbadigliare.

Ci sentivamo sempre al sicuro dalle Streghe che odiavano i bambini. Per tenere lontano le paure, papà aveva appeso al soffitto della nostra stanza una ventina di "palle stregate", sfere di vetro soffiato del Settecento di vari colori e diverse misure, che servivano da specchi convessi per terrorizzare qualsiasi strega fosse arrivata alla nostra finestra. Papà diceva: "Non appena vedrà il suo riflesso si spaventerà a morte e volerà via in un batter d'occhio".

La parte molto meno divertente, ma inevitabile, della nostra vita era la scuola. Papà ci incoraggiava sempre a "ravvivarla un po'". Ci raccontava gli scherzi che faceva ai suoi tempi: "Ma ricordate, il trucco è non farsi mai beccare. Chi si fa beccare è un idiota". Imparammo dal suo esempio, dalle storie che poi avrebbe raccontato in Boy, e se ci beccavano lui non si arrabbiava mai, era solo un po' deluso e questo per noi era sempre peggio di qualunque punizione ci avessero affibbiato gli insegnanti. Comunque, se qualche insegnante era sgarbato o irragionevole, riceveva sempre una lettera scritta a mano da mio padre.

Papà sapeva che la scuola era terribilmente noiosa, proprio come in tutte le sue storie, e che non c'era modo di evitare, per esempio, di imparare le tabelline, ma invece di ripeterle allo sfinimento per inculcarle nelle nostre menti già annichilite (dalla scuola), papà le trasformava in meravigliose canzoncine con diversi ritmi, che noi cantavamo in macchina, o nel percorso verso la fermata dello scuolabus, preparando la colazione o andando a caccia di funghi e fate nei boschi. La nostra insegnante di matematica si stupì molto che io, che ero un'alunna ribelle, avessi imparato così in fretta le moltiplicazioni.

Il lato negativo di avere un padre in qualche modo famoso (ma quando io ero bambina non era ancora molto conosciuto) era che ci obbligava sempre a portare un libro autografato in regalo a ogni festa di compleanno a cui andavamo. Mi ricordo che borbottavo perché i nostri amici non volevano un libro, volevano un gioco o un Action Man, ma la risposta era sempre la stessa: "Sciocchezze, questo è un regalo meraviglioso, gli/le piacerà moltissimo." Che cosa potevo rispondere? Non è vero? Lo dicevamo, e la risposta era sempre la stessa: "I bambini devono leggere e i miei libri sono bellissimi". Sapevamo che lo erano, ma andiamo, un libro?

Ecco perché, quando mi chiedono da quale parte dell'Inghilterra provengo, è molto più semplice dire dal Buckinghamshire, da un paesino chiamato Great Missenden, perché chi mai potrebbe capire da dove vengo davvero? Dal mondo di Dahl, un luogo dove le magie accadono veramente e, come papà ci diceva sempre, "Se non credi nella magia, non la troverai mai". Proprio come nessuno troverà mai la canzone che nel mio cuore rappresenta la mia infanzia e il luogo dove i sogni del GGG si realizzavano davvero.

© Lucy Dahl 2016
Traduzione di Isabella Polli