Nel 2012, a 27 anni, il ginevrino Joël Dicker mise a rumore il mondo letterario (e scalò classifiche), con "La verità sul caso Harry Quebert", un corposo romanzo, fra giallo letterario e memoir, incentrato su due figure di autori letterari, il celebrato scrittore Harry Quebert, coinvolto nell'omicidio di una giovane amante, e il suo allievo Marcus Goldman, impegnato a scagionarlo dalla grave accusa. Una storia che conquistò i lettori di molti paesi, trasformando Dicker in una star (nonché nel testimonial di una campagna pubblicitaria di un grande marchio automobilistico).
E a quattro anni dal grande successo, Marcus Goldman rivive come protagonista del nuovo romanzo di Dicker, Il libro dei Baltimore (La nave di Teseo).
Marcus ha fatto carriera, se così si può dire, diventando uno dei più famosi, se non il più famoso, scrittore americano. Ma un'oscura vicenda, che affonda radici nel passato, continua a tormentarlo: la Tragedia. Così la chiama Marcus, che si è ritirato nell'ameno paradiso di Boca Raton, Florida, per lavorare al suo prossimo romanzo, quando un dolcissimo e ribaldo quattro zampe lo riporterà faccia a faccia con Alexandra, il suo grande amore perduto, e, appunto, con i fantasmi del passato. Che cercherà di esorcizzare, o con i quali, forse, deciderà finalmente di scendere a patti con l'unico strumento di cui dispone uno come lui: la scrittura.
E così, fra slittamenti temporali e tuffi nella memoria, rivivremo, grazie a Marcus, la storia dei Goldman: quelli di Montclair - la sua famiglia, i poveri - e quelli di Baltimore (da cui il titolo del libro), i ricchi. Ripercorreremo le tappe di un avvicinamento inesorabile alla Tragedia, quasi mèta obbligata di un perverso gioco del caso che sembra governare i destini dei protagonisti, e faremo, soprattutto, la conoscenza con un formidabile trio di ragazzacci: Marcus, che detesta la povertà dei suoi e venera la composta agiatezza wasp dei Goldman di Baltimore, Hillel, piccolo genio ora tenero ora odioso, perennemente fuori posto nel mondo e disperatamente in cerca di amore, e Woody, il ragazzo selvaggio che farà detonare, nel modo più inatteso, gli eventi. E tutti, alla fine, proveremo qualcosa per l'irraggiungibile, bizzarra Alexandra, un carattere al quale non si può restare insensibili. Abbiamo conversato con Joël Dicker sul suo nuovo romanzo, e, più in generale, sulla sua attività di scrittore ormai consacrato.
"Io sono lo scrittore" esordisce Marcus Goldman, nel presentarsi ai lettori. Scrittori protagonisti in "Harry Quebert" e anche in questo "Libro dei Baltimore". Perché la figura dello scrittore è così centrale nei suoi lavori?
"Credo perché attraverso una fase della mia vita nella quale sono molto attratto dalla questione dello scrivere e della scrittura. Però, vede, è molto difficile definire esattamente come scelgo il soggetto dei miei libri. Potrei dire, piuttosto, che è il soggetto a scegliere me. Voglio dire: è probabile che l'impulso venga dal subconscio, che sia la manifestazione del desiderio di esplorare zone che ancora non mi sono chiare".
C'è un altro elemento che ritorna: l'America.
"Ma è facile: questo romanzo è collegato a "Harry Quebert" grazie al personaggio di Marcus, perciò dovevo mantenere la stessa ambientazione americana ".
Certo. Ma perché uno svizzero francofono sceglie l'America come terreno delle sue storie?
"In linea generale, perché mi piace mettere una distanza fra me e la mia storia. Perciò l'ambientazione americana, che è molto lontano da dove vivo".
Un altro punto di contatto con "Harry Quebert", quasi una cifra stilistica, è la memoria...
"I ricordi aiutano a costruire la personalità di un essere umano, e quindi a costruire i personaggi. In tutti e due i miei ultimi romanzi i ricordi sono i mattoni di un passato sul quale si è edificato il presente".
I passati, piuttosto, visto che lei si muove costantemente su più piani narrativi temporalmente intrecciati.
"Sì, non c'è presente senza passato. È l'unico modo che conosca per lavorare. Credo che in un romanzo non solo i personaggi, ma anche le radici delle loro azioni derivino dalle azioni passate. Non ci possono essere le une senza le altre ".
In un'intervista lei ricorda di aver fondato, a 10 anni, un giornale scolastico. Mi ha fatto venire in mente Hillel, il talento precoce che mette e ferro fuoco l'istituzione scolastica. Quanto c'è di lei in Hillel?
"La stessa parte di me che c'è in Marcus, Anita, Harry Quebert e in tutti gli altri. Né più né meno. Io non rivivo la mia vita attraverso i miei personaggi, non m'interessa, preferisco creare personaggi originali".
Eppure, quando lei scrisse "Harry Quebert", fece del protagonista un famoso scrittore, cosa che lei, in quel momento, non era. Ora Marcus è un famoso scrittore, cosa che lei è. C'è un sottile messaggio in questa scelta? Un messaggio al lettore? O una piccola rivincita?
"Né gioco né rivincita. Molti vedono un legame fra me e Marcus, e posso capirli, perché dei tratti comuni ci sono, ma non è questo il punto. Ho sognato un primo personaggio di scrittore famoso, ed è vero che in quegli anni i miei primi cinque libri erano stati rifiutati. Perciò era più semplice per me immaginare uno scrittore di successo. Ma il resto del libro non ha niente a che vedere col successo".
Fra i suoi modelli letterari lei cita Romain Gary e la Yourcenar...
"Gary è lo scrittore che mi ha fatto diventare un autore, è come un mentore per me, i suoi romanzi occupano gran parte della mia libreria. La Yourcenar è stato il primo amore di un quindicenne che poi ha scoperto la letteratura russa, così vibrante, piena di vita e di colori ".
E l'Italia? Che cos'è l'Italia per Joël Dicker?
"Un luogo che mi è molto caro, e al quale sono vicino. Non a caso mia nonna era di Trieste. Provo emozioni calde per l'Italia, perché in Italia sono le mie radici, e quando ci ritorno, spesso, mi sento molto felice. Per dirla tutta, il successo di "Harry Quebert" da voi è stato un dono del cielo. E spero, naturalmente, che anche "Il libro dei Baltimore" abbia la stessa accoglienza".
Battuta finale: che cosa significa scrivere per Joël Dicker?
"Staccarsi dalla propria esistenza e varcare i limiti del corpo fisico. Scrivere rafforza la routine quotidiana".
E a quattro anni dal grande successo, Marcus Goldman rivive come protagonista del nuovo romanzo di Dicker, Il libro dei Baltimore (La nave di Teseo).
Marcus ha fatto carriera, se così si può dire, diventando uno dei più famosi, se non il più famoso, scrittore americano. Ma un'oscura vicenda, che affonda radici nel passato, continua a tormentarlo: la Tragedia. Così la chiama Marcus, che si è ritirato nell'ameno paradiso di Boca Raton, Florida, per lavorare al suo prossimo romanzo, quando un dolcissimo e ribaldo quattro zampe lo riporterà faccia a faccia con Alexandra, il suo grande amore perduto, e, appunto, con i fantasmi del passato. Che cercherà di esorcizzare, o con i quali, forse, deciderà finalmente di scendere a patti con l'unico strumento di cui dispone uno come lui: la scrittura.
E così, fra slittamenti temporali e tuffi nella memoria, rivivremo, grazie a Marcus, la storia dei Goldman: quelli di Montclair - la sua famiglia, i poveri - e quelli di Baltimore (da cui il titolo del libro), i ricchi. Ripercorreremo le tappe di un avvicinamento inesorabile alla Tragedia, quasi mèta obbligata di un perverso gioco del caso che sembra governare i destini dei protagonisti, e faremo, soprattutto, la conoscenza con un formidabile trio di ragazzacci: Marcus, che detesta la povertà dei suoi e venera la composta agiatezza wasp dei Goldman di Baltimore, Hillel, piccolo genio ora tenero ora odioso, perennemente fuori posto nel mondo e disperatamente in cerca di amore, e Woody, il ragazzo selvaggio che farà detonare, nel modo più inatteso, gli eventi. E tutti, alla fine, proveremo qualcosa per l'irraggiungibile, bizzarra Alexandra, un carattere al quale non si può restare insensibili. Abbiamo conversato con Joël Dicker sul suo nuovo romanzo, e, più in generale, sulla sua attività di scrittore ormai consacrato.
"Io sono lo scrittore" esordisce Marcus Goldman, nel presentarsi ai lettori. Scrittori protagonisti in "Harry Quebert" e anche in questo "Libro dei Baltimore". Perché la figura dello scrittore è così centrale nei suoi lavori?
"Credo perché attraverso una fase della mia vita nella quale sono molto attratto dalla questione dello scrivere e della scrittura. Però, vede, è molto difficile definire esattamente come scelgo il soggetto dei miei libri. Potrei dire, piuttosto, che è il soggetto a scegliere me. Voglio dire: è probabile che l'impulso venga dal subconscio, che sia la manifestazione del desiderio di esplorare zone che ancora non mi sono chiare".
C'è un altro elemento che ritorna: l'America.
"Ma è facile: questo romanzo è collegato a "Harry Quebert" grazie al personaggio di Marcus, perciò dovevo mantenere la stessa ambientazione americana ".
Certo. Ma perché uno svizzero francofono sceglie l'America come terreno delle sue storie?
"In linea generale, perché mi piace mettere una distanza fra me e la mia storia. Perciò l'ambientazione americana, che è molto lontano da dove vivo".
Un altro punto di contatto con "Harry Quebert", quasi una cifra stilistica, è la memoria...
"I ricordi aiutano a costruire la personalità di un essere umano, e quindi a costruire i personaggi. In tutti e due i miei ultimi romanzi i ricordi sono i mattoni di un passato sul quale si è edificato il presente".
I passati, piuttosto, visto che lei si muove costantemente su più piani narrativi temporalmente intrecciati.
"Sì, non c'è presente senza passato. È l'unico modo che conosca per lavorare. Credo che in un romanzo non solo i personaggi, ma anche le radici delle loro azioni derivino dalle azioni passate. Non ci possono essere le une senza le altre ".
In un'intervista lei ricorda di aver fondato, a 10 anni, un giornale scolastico. Mi ha fatto venire in mente Hillel, il talento precoce che mette e ferro fuoco l'istituzione scolastica. Quanto c'è di lei in Hillel?
"La stessa parte di me che c'è in Marcus, Anita, Harry Quebert e in tutti gli altri. Né più né meno. Io non rivivo la mia vita attraverso i miei personaggi, non m'interessa, preferisco creare personaggi originali".
Eppure, quando lei scrisse "Harry Quebert", fece del protagonista un famoso scrittore, cosa che lei, in quel momento, non era. Ora Marcus è un famoso scrittore, cosa che lei è. C'è un sottile messaggio in questa scelta? Un messaggio al lettore? O una piccola rivincita?
"Né gioco né rivincita. Molti vedono un legame fra me e Marcus, e posso capirli, perché dei tratti comuni ci sono, ma non è questo il punto. Ho sognato un primo personaggio di scrittore famoso, ed è vero che in quegli anni i miei primi cinque libri erano stati rifiutati. Perciò era più semplice per me immaginare uno scrittore di successo. Ma il resto del libro non ha niente a che vedere col successo".
Fra i suoi modelli letterari lei cita Romain Gary e la Yourcenar...
"Gary è lo scrittore che mi ha fatto diventare un autore, è come un mentore per me, i suoi romanzi occupano gran parte della mia libreria. La Yourcenar è stato il primo amore di un quindicenne che poi ha scoperto la letteratura russa, così vibrante, piena di vita e di colori ".
E l'Italia? Che cos'è l'Italia per Joël Dicker?
"Un luogo che mi è molto caro, e al quale sono vicino. Non a caso mia nonna era di Trieste. Provo emozioni calde per l'Italia, perché in Italia sono le mie radici, e quando ci ritorno, spesso, mi sento molto felice. Per dirla tutta, il successo di "Harry Quebert" da voi è stato un dono del cielo. E spero, naturalmente, che anche "Il libro dei Baltimore" abbia la stessa accoglienza".
Battuta finale: che cosa significa scrivere per Joël Dicker?
"Staccarsi dalla propria esistenza e varcare i limiti del corpo fisico. Scrivere rafforza la routine quotidiana".