Paolo Rossi: "Dario Fo, il mio primo maestro"
Rodolfo di Giammarco, di RODOLFO DI GIAMMARCOIl ricordo dell'attore: "Sembrava dipingesse il muro che per lui non esisteva tra lui e il pubblico"
Paolo Rossi ha vissuto con Dario Fo una parabola artistica e umana che va dagli esordi a questi ultimi anni, dall'Histoire du soldat del 1978 (quando Paolo aveva 25 anni) a Mistero buffo, versione pop 2.0 del 2010-2011, consapevole, entusiasta e libero omaggio all'autore-attore-regista-mentore. "Dico la verità, l'ho saputo da poco, di Dario, e io sono uno che in una giornata come questa, in un lasso di tempo emotivo così breve, i ricordi riesco a viverli solo in maniera intima, personale. Certo, sono ben consapevole, e non lo nascondo, che ho avuto la fortuna di avere dei grandi maestri e lui è stato proprio il primo, quello che mi ha fatto capire che potevo fare questo mestiere e che m'ha insegnato delle cose importanti. Gli devo tantissimo, ma oggi come oggi il mio pensiero va a Jacopo e alle persone che gli stanno vicino, perché in circostanze come queste si ha molto bisogno di sentire gli amici e di non cadere in un vortice. Poi...&…
Paolo Rossi ha vissuto con Dario Fo una parabola artistica e umana che va dagli esordi a questi ultimi anni, dall'Histoire du soldat del 1978 (quando Paolo aveva 25 anni) a Mistero buffo, versione pop 2.0 del 2010-2011, consapevole, entusiasta e libero omaggio all'autore-attore-regista-mentore. "Dico la verità, l'ho saputo da poco, di Dario, e io sono uno che in una giornata come questa, in un lasso di tempo emotivo così breve, i ricordi riesco a viverli solo in maniera intima, personale. Certo, sono ben consapevole, e non lo nascondo, che ho avuto la fortuna di avere dei grandi maestri e lui è stato proprio il primo, quello che mi ha fatto capire che potevo fare questo mestiere e che m'ha insegnato delle cose importanti. Gli devo tantissimo, ma oggi come oggi il mio pensiero va a Jacopo e alle persone che gli stanno vicino, perché in circostanze come queste si ha molto bisogno di sentire gli amici e di non cadere in un vortice. Poi..."
Poi?
"Poi devo dire che ad esempio quando è morto Enzo Jannacci io nella camera ardente non sono riuscito a dire nulla, neanche una parola, ma ciò non ha escluso che passato un certo tempo mi siano venute alla mente tantissime cose, e non dico che con gli infiniti aneddoti in comune io ci abbia fatto uno spettacolo, ma ne ho infilati molti di riferimenti in più di un lavoro. Perché il tempo aiuta a riattraversare meglio la memoria".
Qualche cosa che della tua arte la devi a lui? Vivacità tramandate, curiosità stimolate...
"Ci rifletto ora. Eravamo molto diversi nell'approccio alla cultura e alla realizzazione degli spettacoli, anche fisicamente, per cui per fortuna non potevo imitarlo, la mie gambe erano la metà delle sue, e così il resto del corpo, tant'è che dovevo in qualche maniera ritradurre quella gestualità, quei movimenti che lui aveva. Paradossalmente, se lo vedevi dalla quinta, e io lo vedevo spesso dalla quinta, sembrava che dipingesse il muro che per lui non esisteva (e che però di solito esiste) tra il pubblico e l'attore, oltre al fatto che lui lavorava con una forza impetuosa e instancabile, dedicava molto tempo al teatro, io ne dedico più alla "strada". In questo eravamo diversi, posso dirlo".
Però nella tecnica di dare, di usare le parole, di prendere di petto un argomento e di stravolgerlo, è parso più volte che ci potesse essere stata una staffetta, un passaggio di qualche testimone..
"Con lui mi comportavo come a scuola coi temi in classe. Non è che conoscessi la frase "per un artista rubare è da geni, copiare è da coglioni", però già in seconda elementare io l'applicavo. Ho rubato un'infinità di cose del mestiere, a Dario".
E che cosa umanamente s'è trasmesso, tra voi, da uomo a uomo?
"E' esistita una dimensione di apprendimento inconscio, non ne dubito affatto, fra lui e me. Anzi, questa forza ereditata m'aiuta ad affrontare meglio la sua scomparsa. Anche se ora mi si crea un vuoto, ben diverso dal nulla. Penso alle tante altre persone che non sono più qui, a cose mie che non riesco a comunicare. E allora cerco solo di respirare bene".
Una frase di Dario Fo non facilmente dimenticabile, dentro o fuori il teatro?
Ma lui era uno... non era un pedagogo, non ti spiegava le cose, se le faceva portar via, insegnava così. Non faceva quelli che si definiscono complimenti. Fuori di ogni ipocrisia, oltre ad essere un grande scrittore, attore, pittore e Premio Nobel, Dario era un capocomico, e i capocomici sono gente molto dura". Anche tu sei un capocomico... "E' vero. Ma io e lui eravamo capocomici str..., diciamo insopportabili, in modo diverso".
Poi?
"Poi devo dire che ad esempio quando è morto Enzo Jannacci io nella camera ardente non sono riuscito a dire nulla, neanche una parola, ma ciò non ha escluso che passato un certo tempo mi siano venute alla mente tantissime cose, e non dico che con gli infiniti aneddoti in comune io ci abbia fatto uno spettacolo, ma ne ho infilati molti di riferimenti in più di un lavoro. Perché il tempo aiuta a riattraversare meglio la memoria".
Qualche cosa che della tua arte la devi a lui? Vivacità tramandate, curiosità stimolate...
"Ci rifletto ora. Eravamo molto diversi nell'approccio alla cultura e alla realizzazione degli spettacoli, anche fisicamente, per cui per fortuna non potevo imitarlo, la mie gambe erano la metà delle sue, e così il resto del corpo, tant'è che dovevo in qualche maniera ritradurre quella gestualità, quei movimenti che lui aveva. Paradossalmente, se lo vedevi dalla quinta, e io lo vedevo spesso dalla quinta, sembrava che dipingesse il muro che per lui non esisteva (e che però di solito esiste) tra il pubblico e l'attore, oltre al fatto che lui lavorava con una forza impetuosa e instancabile, dedicava molto tempo al teatro, io ne dedico più alla "strada". In questo eravamo diversi, posso dirlo".
Però nella tecnica di dare, di usare le parole, di prendere di petto un argomento e di stravolgerlo, è parso più volte che ci potesse essere stata una staffetta, un passaggio di qualche testimone..
"Con lui mi comportavo come a scuola coi temi in classe. Non è che conoscessi la frase "per un artista rubare è da geni, copiare è da coglioni", però già in seconda elementare io l'applicavo. Ho rubato un'infinità di cose del mestiere, a Dario".
E che cosa umanamente s'è trasmesso, tra voi, da uomo a uomo?
"E' esistita una dimensione di apprendimento inconscio, non ne dubito affatto, fra lui e me. Anzi, questa forza ereditata m'aiuta ad affrontare meglio la sua scomparsa. Anche se ora mi si crea un vuoto, ben diverso dal nulla. Penso alle tante altre persone che non sono più qui, a cose mie che non riesco a comunicare. E allora cerco solo di respirare bene".
Una frase di Dario Fo non facilmente dimenticabile, dentro o fuori il teatro?
Ma lui era uno... non era un pedagogo, non ti spiegava le cose, se le faceva portar via, insegnava così. Non faceva quelli che si definiscono complimenti. Fuori di ogni ipocrisia, oltre ad essere un grande scrittore, attore, pittore e Premio Nobel, Dario era un capocomico, e i capocomici sono gente molto dura". Anche tu sei un capocomico... "E' vero. Ma io e lui eravamo capocomici str..., diciamo insopportabili, in modo diverso".