'The Walking Dead', dodici anni disegnati da Charlie Adlard
Mentre in tv è arrivata la settima edizione di 'The Walking Dead' (dal 24 ottobre su Fox, canale 112 di Sky), a Lucca Comics & Games c'è Charlie Adlard, il disegnatore che mette su carta le visioni da fine mondo, tra guerre per la sopravvivenza e zombie pronti a sterminare gli ultimi umani, di Robert Kirkman. Inglese, 50 anni, è rilassato e sorridente: i suoi morti viventi li realizza guardando il giardino di casa, dopo aver accompagnato a scuola i figli: "Fare il mio lavoro è bellissimo, sei da solo e puoi decidere in tutta tranquillità cosa fare della pagina che hai davanti. Davvero, niente più dei fumetti può farmi felice", dice
“Davvero non lo so! Vengono fuori così. Ma anche Robert Kirkman, il creatore e sceneggiatore, non c’entra niente con gli zombi. È grande, alto, biondo e non abita in una casa gotica: viene dal Kentucky! Io mi limito a mettere sulla tavola quello che lui scrive nelle sue sceneggiatore e davvero non abbiamo nulla a che fare con gli esseri che popolano le nostre storie. Guardami: sono un tipo felice, no?”.
Mi verrebbe da dire che è troppa, che è orribile la sua felicità.
“Sì, capisco. È spaventosa!”.
Infatti. Ed è spaventosa anche la facilità con cui lei sa cambiare stili e atmosfere. Dai fumetti di X-Files a Morte bianca (un fumetto ambientato nel Trentino della prima guerra mondiale), storie e mondi completamente differenti, tra realtà e il suo contrario.
“Ma io in effetti ho un solo stile. Quello che faccio è usare strumenti diversi. Sono loro a cambiare il mio modo di lavorare. Per esempio in Morte bianca ho usato il carboncino e carta grezza grigia. Per The Walking Dead invece gli strumenti sono quelli tradizionali. Per un’alltra serie, Rock Bottom, ho usato una sorta di linea chiara senza neri. Per Vampire State Building, che sto realizzando per la Soleil, in Francia, uso gli strumenti digitali, per cui il mio stile risulterà ancora differente. Ma è solo il modo con cui mi accosto al lavoro che mi permette di cambiare”.
Mi permetta però di capire se il suo approccio è davvero del tutto razionale.
“Direi proprio di sì. Anche quando disegno le scene più terrificanti per me sono solo segni sulla carta. Non mi fa paura quello che disegno. Posso avere qualche reazione mentre leggo le storie, ma neanche in quel caso sono particolarmente forti. Più che altro mi pongo il problema tecnico di rendere la scena. Questo non lo dico per diminuire il senso di quello che faccio. Credo che i fumetti siano arte e quello che provo non è una mancanza di interesse per quello che faccio, casomai il suo contrario”.
La sua emozione allora è la soddisfazione di aver fatto un buon lavoro.
“Certo. Oppure il suo contrario. Posso essere frustrato o arrabbiato per come (non) mi sta venendo una pagina o una vignetta. Questo penso sia un problema comune di noi artisti del fumetto, che da una parte vorremmo sempre disegnare la pagina più bella che sia mai stata fatta ma dobbiamo anche pensare al senso commerciale del nostro lavoro. Siamo costretti a realizzare un certo numero di pagine per rispettare le scadenze e non si può passare troppo tempo su una sola pagina”.
Ovviamente. E quanto tempo ci mette per completare una tavola di The Walking Dead?
“Posso realizzare due pagine al giorno, a matita e poi inchiostrate. Per The Walking Dead ora realizzo solo le matite, proprio per lasciare il tempo anche a Vampire State Building, e quindi ora realizzo anche tre pagine al giorno solo a matita. Insomma, posso realizzare un albo in due settimane”.
Accidenti. È velocissimo!
“Mi piace così. Puoi dare maggior senso alla storia. E poi a volte il disegno veloce, quello che nasce dall’immediatezza, da un intuito fortunato, riesce meglio di quello troppo ragionato. Viene meglio proprio perché non ci pensi troppo. È liberatorio. Ripeto: mai pensare di voler fare la pagina più bella del mondo. Non ce la farai mai. Siediti e fai scorrere la matita sul foglio: quello darà il risultato migliore. Anche per questo le pagine a matita sono migliori di quelle definitive, troppo pulite. E poi c’è un’altra regola da tenere in mente”.
Quale?
“Quando disegniamo non dobbiamo pensare agli esperti e ai critici, ma ai nostri lettori. Sono loro che ci devono giudicare. Io voglio che il mio lavoro piaccia alla gente, non mi interessano i premi, quelli dati da una giuria di esperti”.
Qual è la situazione perfetta per il suo lavoro? Per esempio: sente musica mentre disegna?
“Mi piace lavorare di giorno. Comincio quando i figli vanno a scuola. Sono piuttosto regolare: interrompo all’ora di pranzo e a quella di cena smetto. Devo stare attento con la musica perché sono un appassionato e se mi prende troppo non riesco a lavorare bene. Così metto la radio, la BBC Radio 6 Music, una stazione digitale con musica varia, da Iggy Pop a Jarvis Cocker. Se non la conoscete in Italia ve la consiglio!”.
Con Robert Kirkman ci sono discussioni su scene, personaggi o inquadrature?
“Lui sa bene come fare il suo lavoro e sa di potersi fidare di me. Qualche volta parliamo di quello che facciamo, anche se è difficile perché soprattutto lui è pieno di cose da fare, ma sempre fidandoci l’uno dell’altro”.
Continuerà con il fumetto? O, come molti suoi colleghi, vorrà lavorare per il cinema?
“Il mio desiderio per il futuro è di continuare la vita che sto facendo adesso. Quando finirà The Walking Dead? Certo non andrò a cercare un’altra serie così lunga. Cercherò di concentrarmi su qualcosa di più corto di cui potrò gustare più serenamente ogni pagina, per realizzarle in maniera più rilassata. Ma non sono interessato a lavorare nel cinema, o fare storyboard. Fare il mio lavoro è bellissimo, sei da solo e puoi decidere in tutta tranquillità cosa fare della pagina che hai davanti. Davvero, niente più dei fumetti può farmi felice”.