Cultura

Se questo è un bambino, il nuovo romanzo di Roberto Saviano

Roberto Saviano (ansa)
L'autore di "Gomorra" racconta le "paranze" e il loro apprendistato omicida. L'educazione alla morte dei baby criminali a metà strada fra l'innocenza e la colpa
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Anche recentemente Roberto Saviano ha lanciato di nuovo la sua sfida ai padroni del sistema che lo circonda e lo minaccia: "Dopo dieci anni sotto scorta grido ai boss: sono ancora vivo". Pochi però hanno notato che queste sono le medesime parole con cui si concludeva Gomorra, il romanzo-saggio, da cui tutto ha preso le mosse: "Maledetti bastardi, sono ancora vivo!". Un filo rosso lega dunque il presente al passato: ed è sempre della stessa natura. Non arretrare: resistere.

Sono passati esattamente dieci anni, o poco più. Gomorra apparve infatti nell'aprile 2006. I dieci anni, però, come dicevo, non sono passati invano e non solo - oggi posso dirlo - per l'ininterrotta campagna di lotte civili ed etico-politiche, di cui Saviano è stato protagonista. Esce infatti in questi giorni il suo secondo vero romanzo: La paranza dei bambini (Feltrinelli), più romanzo del primo, se non erro, perché se nel primo la base documentaria era talvolta prevalente, in questo secondo, pur non mancandone affatto, l'impianto immaginativo è decisamente prevalente. Saviano, cioè, fortemente inventa, anche se ognuno dei caratteri e delle situazioni che elabora sarebbe riscontrabile nella realtà.

Trova così conferma una persuasione che anche qualche tempo fa avevo cercato di esprimere: e cioè che in Saviano, ad onta della sua fama di polemista e di "denunciatore" (che naturalmente questo rilievo non mette affatto in discussione), la natura prevalente è quella del narratore. Qualunque cosa Saviano dica o denunzi, lui innanzi tutto la racconta. Il suo genio naturale è questo. La paranza dei bambini lo ri-dimostra eloquentemente.

Vorrei aggiungere che Saviano, quando pubblicò Gomorra aveva ventisette anni, oggi, ovviamente ne ha trentasette. Anche questo dato anagrafico spesso ce lo si dimentica, proiettando anche senza volerlo l'intera sua personalità sulla sua complessa e stratificata presenza pubblica e civile. Si tratta invece, originariamente, di un assai giovane uomo, che ha riversato nella sua scrittura gli istinti, le facoltà di osservazione e di rivolta, di cui, soprattutto di questi tempi, solo (o soprattutto) i giovani dimostrano di essere ancora capaci.

Cerchiamo di mettere ordine nella complessa materia. Non dirò una parola sull'intreccio: non voglio togliere ai lettori il piacere di seguire l'avvincente e spesso trascinante declinazione dei fatti. Mi concentrerò sulla "materia" (quello che gli esperti chiamano "fabula"); e poi dirò qualcosa sulla lingua e sullo stile, che costituiscono, più di quanto ai nostri giorni non accada, una parte essenziale del ragionamento.

La "paranza" è una barca da pesca. Nella Napoli dei nostri giorni diventa sinonimo di gruppo camorristico. I "bambini" del titolo sono piuttosto degli adolescenti (il loro capo ha sedici anni; ma il più piccolo ne ha dieci, e a lui, proprio per la sua apparente innocuità, viene affidato il compito dell'assassinio, che farà schizzare in alto la loro "paranza"), impegnati nel difficile e sanguinoso gioco della loro affermazione all'interno di un ambiente terribilmente ostile e pericoloso.

L'affermazione della "paranza dei bambini" è seguita da Saviano passo dopo passo, con un'evidenza realistica (e al tempo stesso immaginaria) solare. Insomma, siamo di fronte ad un vero "romanzo di formazione": "formazione", ed "educazione alla morte". Al centro del "romanzo di formazione" collettiva, c'è la "formazione" e l'"educazione alla morte" del loro capo, il (come abbiamo detto) sedicenne Nicolas, detto significativamente "ò Maraja", dal cui destino dipende quello di tutti gli altri.

I "piscitielli", o "muccusielle", o "muschilli", come li chiamano, talvolta con disprezzo, talvolta con ammirazione, i loro interlocutori, hanno un nome e un cognome, anagraficamente intesi, ma al tempo stesso ognuno è contraddistinto anche da un soprannome, nel quale la loro identità, prima caratteriale e poi camorristica, si dispiega a pieno. Sono undici, più o meno come gli "apostoli" di Cristo, ma, come avviene per i veri "apostoli", uno ne viene subito espulso, non per una colpa commessa, ma per non essersi abbastanza rapidamente sottomesso alla volontà del capo. Inizialmente partono da pulsioni elementari: per esempio, dal disprezzo per le condizioni di vita e di lavoro in particolare dei loro genitori maschi: "Pensavano ai portafogli smunti dei genitori che faticavano tutto il giorno... si sentivano più uomini dei loro padri". Però, subito dopo, e soprattutto per le capacità inventive e il carattere eccezionale di "ò Maraja", il quadro si allarga e si complica. Non solo i soldi, ma il potere. Non solo il potere, ma il rispetto. Non solo il rispetto, ma l'illimitata devozione e prostrazione degli altri, di tutti gli altri.

Si potrebbe ricavare un pluridecalogo della formazione camorristica dei "bambini" dal racconto di Saviano: "Forti e deboli. Ecco la vera distinzione"; "Ogni morte ha due volti. L'uccisione e la lezione"; "Amico, nemico, vita, morte: e la stessa cosa"; "La paranza non sta mai sotto a nisciuno"; "I soldi significano protezione, e la protezione significa rispetto". Ma è in Nicolas-Maraja che il processo raggiunge il culmine: perché per lui valore preminente è quello del "comando". Non ci può essere paranza senza il "comando di qualcuno": e il "comando di qualcuno" è illimitato, assoluto, garanzia di vita e di morte per tutti, ma anche, o forse soprattutto, per ognuno degli affiliati. Il vecchio camorrista a Nicolas: "Tu vuò cumannà...". E "per comandare un capo deve avere paura"; e, un altro vecchio camorrista, "meritava di morire perché non sapeva comandà".

E qui arriviamo, come si dice, al dunque. Le pagine più direttamente narrative del romanzo son dominate dall'uso pressoché assoluto del dialetto (lingua?) napoletano, prevalente nei dialoghi, che del resto occupano a loro volta uno spazio dominante nel racconto. Saviano dichiara onestamente in nota di aver goduto della consulenza dei professori Nicola De Blasi, di Napoli, e Giovanni Turchetta, di Milano, nell'allestimento di questa complessa e smisurata officina dialettale. Mi permetto di ipotizzare (e qui entriamo nel merito dei risultati "letterari" del libro) che, se questa collaborazione scientifica è stata, come lui stesso dice, preziosa, la carica reinventiva originalissima di questo dialetto in pieno XXI secolo, quando sembra che ogni tipo di linguaggio sia stato assorbito e omologato alla media tecnologica, sia da attribuire sostanzialmente alla spinta fortemente emotiva ed immaginativa di Saviano (senza trascurare il contributo rilevante che il linguaggio televisivo e telematico apporta ai modi di pensare e di dire dei "paranzini").

Veniamo all'ultimo ordine di considerazioni. Mi è già capitato di segnalare, a proposito di Gomorra, la presenza nell'immaginario di Saviano di una "carica visionaria" fortissima, una sorta di follia inventiva deregolatrice, che sta dietro le sue denunce civili ma anche dietro il suo modo d'intendere e rappresentare la realtà. In questo romanzo tale carica accentua la sua forza creativa: forse perché, come scrive, "a Napoli non esistono percorsi di crescita: si nasce già nella realtà, dentro, non la scopri piano piano" (definizione fulminante), e però per dire Napoli e i suoi protagonisti estremi, bisogna andare al di là delle regole comuni di una normale rappresentazione realistica o pararealistica.

Per dire questa realtà bisogna entrarci dentro, essere in grado di condividerla. Non accettarla, certo. Ma avere la capacità di capire fino in fondo quelli di cui si parla. Del resto, non è ciò che capita a ogni buon narratore? L'adesione di Saviano ai suoi giovani personaggi va al di là del mero intento rappresentativo. Non a caso l'unico personaggio letterario del passato, richiamato in Gomorra era stato Pier Paolo Pasolini. Forse è per questo che la dedica del romanzo viene espressa in questo registro singolare, altrimenti enigmatico, se la mia osservazione fosse totalmente infondata: "Ai morti colpevoli. Alla loro innocenza". Vuol dire, evidentemente, che in quelle condizioni la colpa non annulla il germe attivo, positivo, che c'era, o poteva esserci all'origine ma anche viceversa. Quale colpa, quale innocenza? Non si sa, ma si potrebbe ipotizzare: i colpevoli non possono essere assolti, ma non possono neanche essere banalmente e ovviamente condannati. Una irriducibile ossessione li ha resi, e ha reso noi lettori di fronte a questa materia, bifronti.