Dalla globalizzazione a Trump, Rampini racconta il tradimento dei leader dell'Occidente
di ALBERTO FLORES D'ARCAIS
Nel suo ultimo lavoro, il corrispondente di Repubblica da New York analizza le cause della rabbia delle classi medie e della crescita dei populismi: "Il mondo sembra impazzito"
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Da Brexit a Donald Trump, dal terrorismo all'immigrazione, dal razzismo alle guerre di Putin, dall'economia globalizzata alle classi medie impoverite e arrabbiate. Il mondo del 2016 è diventato il terminale dei grandi problemi che ci portiamo appresso da anni (in qualche caso da decenni) e che nel suo ultimo lavoro (Il Tradimento, Mondadori) Federico Rampini - corrispondente di Repubblica da New York, saggista e autore teatrale - sintetizza nella parola che dà il titolo al libro. È il tradimento dei leader dell'Occidente, è il tradimento delle élites (politiche, culturali, religiose), è il tradimento dei genitori verso i figli cui non sono in grado di consegnare un futuro migliore.
Globalizzazione, immigrazione, democrazia a rischio: Rampini racconta il tradimento delle élite
Una storia di oggi, ma che ha radici più lontane e che Rampini analizza con una leggerezza profonda, con il ritmo del reportage, il taglio del divulgatore e una scrittura piacevole. Una storia ricca di aneddoti e ricordi personali di un uomo-giornalista che per decenni ha girato il mondo, con lunghe tappe che lo hanno portato dalle capitali d’Europa all’Estremo Oriente per trovare negli Stati Uniti di Barack Obama (che ora diventano gli Stati Uniti di Donald Trump) l’ultimo approdo.
Una storia fatta anche di piccoli dettagli, che per parlare dei conflitti razziali negli Usa può prendere spunto da Gwen, ballerina afro-americana (e fidanzata del figlio Jacopo) perché "ci sono voluti più di sedici anni, da quando ci siamo trasferiti negli Stati Uniti, perché una persona di colore entrasse nella mia cerchia familiare allargata". O che per spiegare come l'America super-tecnologica di oggi conviva con infrastrutture 'da Terzo Mondo' - tematica che ha fatto parte di uno degli slogan ossessivi di Trump - racconta la quotidiana scena di un viaggio in treno tra New York e Philadelphia.
Ecco il capitolo su 'Immigrazione e jihad', con il 'tradimento' di Bruxelles, città che Rampini conosce bene per averci vissuto gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza dove chi racconta il terrorismo di oggi si limita alla facile 'versione di comodo' (la più usata da inviati e opinionisti) secondo cui i giovani di origine araba sono prigionieri di ghetti marginalizzati. Ecco quella 'fabbrica delle salsicce' che è la democrazia, "la politica vista da vicino, brutta, sporca e cattiva", ma sempre meno peggio di ogni altro regime al mondo. Fabbrica di salsicce che come ricorda una vecchia battuta "è meglio non visitare se non vuoi diventare vegetariano per sempre" e in cui ogni quattro anni Rampini - come tutti i corrispondenti dagli Stati Uniti - è costretto ad immergersi per via delle elezioni che porteranno alla Casa Bianca l'uomo più potente del mondo. E che in questo 2016 ci hanno regalato il fenomeno The Donald.
Può la democrazia sopravvivere all'impoverimento della classe media? Per Rampini non dobbiamo aspettare che sia la storia a rispondere, meglio intervenire subito sul 'male oscuro dell'economia globale'. Lui tenta di indicarci le possibili vie d'uscita: quelle di una democrazia che provi a tornare a vivere della 'partecipazione e del controllo quotidiano dei cittadini'; quelle di un fisco ('la madre di tutte le distorsioni, la macchina che fabbrica diseguaglianze') che punisce chi lavora; quelle di un'immigrazione che venga governata dalla legalità e nella piena osservanza dei nostri princìpi; quelle di un'economia che si liberi (e ci liberi) dai ricatti delle multinazionali e dei top manager strapagati.
"Il mondo sembra impazzito", scrive nella prima riga della sua introduzione. Questo libro ci aiuta a capire meglio il perché.