ROMA - Divertente, curioso e perfino commovente il racconto dei primi undici anni di Repubblica, dalla nascita al sorpasso sul Corriere. Per un giornalista, il passaggio dal periodo sei-pazzo-ad-andare-a-Repubblica a quello sei-pazzo-a-lasciare-Repubblica. Per il lettore di oggi, una fedele ricostruzione di quello che questo giornale è poi diventato. Per quelli che ancora ci scrivono in redazione dicendo "la compro dal primo numero" un modo per ritrovare lo spirito di quei tempi. (la prima copia di Rep è in vendita su eBay a partire da 32 euro).
Il racconto è firmato da Franco Recanatesi, che quegli anni ha vissuto da culo di pietra del giornale e da grande inviato. Un racconto che (finalmente) tira fuori le storie degli altri giganti, dei fuoriclasse che intorno a Scalfari hanno lavorato nella costruzione di un successo. Nella copertina del libro ne vedete tre: intorno al Fondatore, in piedi il segretario di redazione Rolando Montesperelli. All'estrema destra il condirettore Gianni Rocca, al centro Mauro Bene, caporedattore e poi vicedirettore. Uno che, almeno a mia memoria, non ha mai pranzato a più di duecento metri dal giornale.
Nel frattempo il mondo è cambiato, è cambiata perfino la sede: ma nel racconto di Recanatesi ("La mattina andavamo in piazza Indipendenza", Cairo editore) si ritrovano pagina dopo pagina l'idea e il nucleo fondativo, con la sua applicazione, la sua supponenza (in questo aspetto, ormai superati). E ci sono le piccole storie che si tramandano, con il finale qualche volta cambiato.
Si ride di gusto al racconto degli scherzi di Paolo Guzzanti all'intero governo dc, affiora una certa nostalgia per personaggi come il caporedattore centrale Franco Magagnini (e io non sapevo che Daniele Mastrogiacomo tornò in redazione il pomeriggio del suo matrimonio per chiudere uno speciale. Era per Repubblica in Afghanistan quando fu rapito dai talebani. Ora vive e scrive dal Brasile).
Come e perché Repubblica nacque è noto, basta Wikipedia. Il web conserva le sue campagne, le sue più belle prime pagine. Repubblica.it, che compie fra poco vent'anni, ne è l'erede digitale. Ma i retroscena, gli aneddoti, gli scatti e perfino i colori stanno in questo libro. Può essere un modo per ristudiare la storia del paese: per capire per esempio come il '77 ci trasformò: dal tempo delle feste e degli amori a Villa Pamphili a quello delle porte blindate, del vigilante allo spioncino che faceva entrare tutti da una porta laterale, quando i terroristi sparavano ai giornalisti.
E che battaglie fece Scalfari per portare le grandi firme in un giornale sbarazzino e controcorrente. Recanatesi è uomo di campo e quindi può spiegare anche come un quotidiano senza pagine sportive abbia costruito in sei anni la migliore delle redazioni. Con Brera, Clerici, Fossati, Audisio, Gianni Mura. Con un capo come Mario Sconcerti, la cui firma sul Corriere mi tocca ancora un po' il cuore. E poi tutti gli altri che sono arrivati. I migliori di oggi in quegli anni non erano nati oppure facevano le notizie brevi. La grandezza di un direttore come Scalfari si vede anche dall'aver saputo cambiare idea sullo sport, per merito di Gianni Rocca.
Un giornale è la più grande squadra che c'è, è una maglia. Una maglia come Repubblica fai fatica a cambiarla. Recanatesi lo racconta bene. Chi se ne è andato - ne sono sicuro - la rimpiange ancora.
Il racconto è firmato da Franco Recanatesi, che quegli anni ha vissuto da culo di pietra del giornale e da grande inviato. Un racconto che (finalmente) tira fuori le storie degli altri giganti, dei fuoriclasse che intorno a Scalfari hanno lavorato nella costruzione di un successo. Nella copertina del libro ne vedete tre: intorno al Fondatore, in piedi il segretario di redazione Rolando Montesperelli. All'estrema destra il condirettore Gianni Rocca, al centro Mauro Bene, caporedattore e poi vicedirettore. Uno che, almeno a mia memoria, non ha mai pranzato a più di duecento metri dal giornale.
Nel frattempo il mondo è cambiato, è cambiata perfino la sede: ma nel racconto di Recanatesi ("La mattina andavamo in piazza Indipendenza", Cairo editore) si ritrovano pagina dopo pagina l'idea e il nucleo fondativo, con la sua applicazione, la sua supponenza (in questo aspetto, ormai superati). E ci sono le piccole storie che si tramandano, con il finale qualche volta cambiato.
Si ride di gusto al racconto degli scherzi di Paolo Guzzanti all'intero governo dc, affiora una certa nostalgia per personaggi come il caporedattore centrale Franco Magagnini (e io non sapevo che Daniele Mastrogiacomo tornò in redazione il pomeriggio del suo matrimonio per chiudere uno speciale. Era per Repubblica in Afghanistan quando fu rapito dai talebani. Ora vive e scrive dal Brasile).
Come e perché Repubblica nacque è noto, basta Wikipedia. Il web conserva le sue campagne, le sue più belle prime pagine. Repubblica.it, che compie fra poco vent'anni, ne è l'erede digitale. Ma i retroscena, gli aneddoti, gli scatti e perfino i colori stanno in questo libro. Può essere un modo per ristudiare la storia del paese: per capire per esempio come il '77 ci trasformò: dal tempo delle feste e degli amori a Villa Pamphili a quello delle porte blindate, del vigilante allo spioncino che faceva entrare tutti da una porta laterale, quando i terroristi sparavano ai giornalisti.
E che battaglie fece Scalfari per portare le grandi firme in un giornale sbarazzino e controcorrente. Recanatesi è uomo di campo e quindi può spiegare anche come un quotidiano senza pagine sportive abbia costruito in sei anni la migliore delle redazioni. Con Brera, Clerici, Fossati, Audisio, Gianni Mura. Con un capo come Mario Sconcerti, la cui firma sul Corriere mi tocca ancora un po' il cuore. E poi tutti gli altri che sono arrivati. I migliori di oggi in quegli anni non erano nati oppure facevano le notizie brevi. La grandezza di un direttore come Scalfari si vede anche dall'aver saputo cambiare idea sullo sport, per merito di Gianni Rocca.
Un giornale è la più grande squadra che c'è, è una maglia. Una maglia come Repubblica fai fatica a cambiarla. Recanatesi lo racconta bene. Chi se ne è andato - ne sono sicuro - la rimpiange ancora.