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Festival del giornalismo: l'orrore nei volti di Aleppo e la dolce vita di "Donald Putin"

Firas Fayyad 
Alla manifestazione di Perugia emoziona il lavoro del regista siriano Firas Fayyad. Inquieta la narrazione dei presidenti russo e americano, da parte rispettivamente di Andrei Soldatov, direttore di Agentura.ru, e John Sweeney, giornalista e scrittore in forza alla Bbc
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PERUGIA - "Si, questo è un uomo". Per noi italiani, memori del travaglio di Primo Levi, potrebbe essere questo il sottotitolo del film The last men in Aleppo, vincitore del Gran Premio della Giuria al Sundance 2017. Qui al Festival di Giornalismo di Perugia (lfino al 9 aprile) il film è arrivato in forma di clip, insieme al suo autore e regista, Firas Fayyad, siriano anche lui, che un premio lo meriterebbe solo per gli undici mesi di prigionia, per le sue unghie strappate, per le giornate appeso a testa in giù e per l'ostinazione di voler raccontare come neanche una guerra così orribile, che ha colpito più bambini che adulti, che ha visto neonati venuti al mondo due volte, prima dalle viscere materne poi dai calcinacci di una casa abbattuta, e che adesso li soffoca direttamente, che neanche tutto questo immondo schifo ha cancellato l'umanità della gente.

"Questo film l'ho fatto per la gente e pure voi giornalisti do…
PERUGIA - "Si, questo è un uomo". Per noi italiani, memori del travaglio di Primo Levi, potrebbe essere questo il sottotitolo del film The last men in Aleppo, vincitore del Gran Premio della Giuria al Sundance 2017. Qui al Festival di Giornalismo di Perugia (lfino al 9 aprile) il film è arrivato in forma di clip, insieme al suo autore e regista, Firas Fayyad, siriano anche lui, che un premio lo meriterebbe solo per gli undici mesi di prigionia, per le sue unghie strappate, per le giornate appeso a testa in giù e per l'ostinazione di voler raccontare come neanche una guerra così orribile, che ha colpito più bambini che adulti, che ha visto neonati venuti al mondo due volte, prima dalle viscere materne poi dai calcinacci di una casa abbattuta, e che adesso li soffoca direttamente, che neanche tutto questo immondo schifo ha cancellato l'umanità della gente.

"Questo film l'ho fatto per la gente e pure voi giornalisti dovreste raccontare semplicemente della gente anziché infilarvi nelle strategie politiche o nel gioco delle tre carte tanto caro alle diplomazie, dove ogni verità ha il suo esatto contrario. Invece la verità è semplice - afferma Fayyad -, se seguite la vita delle persone in strada capite subito chi sono i buoni e i cattivi", sottinteso Assad. I suoi frammenti di film raccontano la storia di Kaled e dei caschi bianchi, così chiamati dagli occidentali perché in Siria si chiamano "difensori civici", gente che soccorre i civili quando piovono bombe da milioni di dollari, sparate da aerei da miliardi di dollari su gente che vive con un dollaro appena. Storie di ordinaria tragedia, con Kaled che porta il figlioletto a comprare un pesce rosso, perché la vita deve continuare lo stesso, o che con le mani ancora sporche di un piccolo cadavere corre a giocare con la sua piccolina, lanciandola su in cielo per poi riacciuffarla felice. Perché in fondo questo dovrebbe essere l'unico modo per far saltare in aria un bambino.
Andrei Soldatov e John Sweeney 
 
"Donald Putin" e gli scandali sessuali. Sarà la geometria a tradire Putin. E' la segreta speranza di Andrei Soldatov, direttore di Agentura.ru, una delle voci più lucide ascoltate a Perugia. Lui e John Sweeney, giornalista e scrittore attualmente in forza a Bbc Newsnight (noto al mondo intero come il giornalista più odiato da Trump), hanno parlato dei tanti interessi comuni che hanno queste due figure così vicine e così distanti nel planisferio della politica internazionale. L'auspicio di Soldatov è raccattato alla fine dell'incontro, in risposta a una domanda del pubblico, e riguarda le geometria orizzontale dei social e del web. Forme e linguaggi che Putin fatica a comprendere, abituato com'è a controllare verticisticamente i gangli dello Stato. E' un quadro da brividi, quello di Soldatov, ancora oggi il governo sovietico si regge su informazioni e delazioni usate come armi di ricatto. E qui Sweeney inzuppa il panel cominciando a vagheggiare ipotetici scandali sessuali a carico di Trump, il che per il candidato sostenuto dalla chiesa evangelica non sarebbe il massimo.

Allusioni che tuttavia non infiammano particolarmente Soldatov. Lui ha lavorato per anni alla Novaya Gazeta, ha visto morire più di un collega, ha portato fiori dove hanno ucciso l'amica Anna Politkovskaya e quel che è peggio ha visto quel luogo popolato di appena un centinaio di persone, quando nel resto del mondo c'erano ben altre mobilitazioni. E' lui stesso ad ammettere di essere molto più popolare in giro per il mondo che nel suo Paese e a non entusiasmarsi facilmente per qualche segnale di risveglio, con una popolazione ancora schiacciata dal regime esistente. "Certo - afferma - Trump può far parte dello sterminato stuolo di miliardari stranieri che col nuovo millennio hanno trattato ingenti fortune in Russia e c'è da giurare che i servizi segreti avranno lavorato alacremente per acquisire il massimo delle informazioni negli hotel, nelle saune e in tutti i luoghi dove questi personaggi trascorrevano il loro soggiorno, spesso in dolce compagnia". D'altra parte Putin negli anni 80 era a capo di quei servizi informativi di base disseminati su tutto il territorio, incaricati di redigere pagine e pagine di rapporti, conosce benissimo quella macchina di intelligence. Inoltre Putin, che è solito non lesinare giudizi trancianti, non ha mai parlato male di Trump. Il dubbio di Soldatov è che a Trump, oggi come oggi, importi poco di Putin e dunque questo matrimonio potrebbe essere solo ipotetico.

Per Sweeney, in realtà, questo poco conta. L'importante è che da qualche parte del mondo esistano le prove di uno scandalo che inchioderebbe Trump al suo destino. Quel Trump che lui ripropone nelle sue interviste presenti su You Tube, quando i suoi capelli erano un sobrio sale e pepe e non la senape dei giorni nostri e quando, lui e il suo consigliere Alexander Lugin, si alzavano e se ne andavano a metà di ogni intervista.
Maryam Al-Khawaja 
 
L'attivismo è donna, storia di Maryam Al-Khawaja. Di sicuro c'è di mezzo lo zampino della Ciccone, che più del Festival questo avrebbe voluto fare nella vita, sta di fatto che la stragrande parte degli attivisti passati per Perugia sono donne. Quando chiediamo il perché a Maryam Al-Khawaja, voce libera del Bahrein, di stanza a Copenhagen, la risposta è illuminante: "Quando si azzerano i diritti civili si ottiene una vera parità di genere". Maryam, 29 anni, attivista figlia di attivisti e sorella di attivisti (il padre formatosi a Londra, la madre segretaria, la sorella appena uscita da due mesi di galera insieme alla figlioletta, tanto che l'intera famiglia ha ottenuto la candidatura al Premio Nobel per la Pace), ha avuto pure lei i suoi anni di detenzione, il suo processo farsa, le valanghe di fango, battaglie che le sono valse un posto tra i membri dei Board di Urgent Action Fund e No Hiding Place. Dopo gli incidenti del 2011 a Pearl Roundabout, che lasciarono alcuni morti sul selciato e almeno seicento feriti, si è scoperto che i petroldollari non portano la felicità ma nemmeno i diritti umani. In questo minuscolo affaccio sul Golfo Persico c'è la più alta densità di prigionieri politici del Medio Oriente e Nord Africa e la cosa fastidiosa è che Usa e Gran Bretagna fanno ancora finta di niente, continuando a sostenere in modo silenzioso le sei caste monarchiche che detengono il potere e i rubinetti dei pozzi. Quando le chiediamo quali grossi risultati sono stati ottenuti in questi sei anni di battaglie lei sospira quasi a voler dire "se mi vedi ancora viva cos'altro vuoi?", poi però alimenta anche lei un senso di fiducia grazie ai benedetti social.

La guerra di casa nostra: alle donne. Si è riparlato di femminicidio e lo si è fatto a cominciare dalla terminologia: "Non chiamatelo crimine di passione", recitava il titolo dell'incontro. Un errore che non riguarda solo l'Italia ma anche la civilissima Gran Bretagna. A sentire Cristiana Bedei, giornalista freelance, la donna è rappresentata sempre in posizione subordinata all'uomo. Gli episodi di femminicidio sono descritti come incidenti isolati non considerando che, secondo un vecchio rapporto dell'Onu del 2003, le donne sono i due terzi delle vittime di crimini. Curiosa l'analisi di Stefania Prandi che ha fatto uno screening delle foto utilizzate per commentare queste notizie. Le vittime di violenza sono fotografate sempre come deboli, in atti di difesa, come "se la vergogna fosse loro non degli uomini che le hanno uccise. Le foto confermano una visione sessualizzata della donna e lo stereotipo di quella che se l'è cercata".

La risposta Del Bò. Corrado Del Bò, docente di filosofia del diritto all'Università di Milano, ha ripreso il dibattito sulla satira dopo l'emblematica vicenda di Charlie Hebdo, prima difeso a spada tratta contro l'Islam fondamentalista poi insultato quando l'irriverenza ha lambito la tragedia dell'hotel Rigopiano. Del Bo' ha interpellato i presenti ponendo loro numerose domande, lasciandole volutamente senza una risposta precisa. Il tema centrale è la verità: "La verità nella satira subisce una deformazione ed esasperazione. La satira è paradossale, è leale inverosimiglianza. Giuridicamente parlando non è vero che alla satira tutto è permesso, ci sono anche esercizi giuridicamente permessi ma moralmente discutibili". Insomma, è complicato definire dei limiti quando si parla di satira e umorismo in generale. Non esiste una risposta al problema e di conseguenza non esiste una soluzione da applicare. Una classica risposta. Del Boh.