Forse dovrebbe togliersi la cravatta e poi la giacca e provare a diventare mister Hyde. Una trasformazione temo impensabile per Luigi Brioschi: ossessivo e perfezionista, editor di Guanda, un marchio importante (del gruppo editoriale Gems), fatto di intuizioni raffinate ed egregi colpi libreschi. Ha fiuto il mancato mister Hyde. Se lo interroghi, potrebbe stare ore a raccontarti con estrema cautela un mondo che conosce perfettamente. Non è un uomo, è una camicia stirata impeccabilmente.
È sempre così formale?
"Diciamo che la forma è una grande invenzione della nostra civiltà. Ma non vorrei deluderla".
Perché mai?
"Magari pensando che le forme nascondano il vuoto. Come dire? Dentro il vestito niente".
Al contrario, penso che la forma sia frutto di un duro apprendimento e forse di altrettanta perseverante ambizione.
"Non ricordo quando per la prima volta ho avuto l'esatta sensazione che un contenuto andasse disciplinato da una forma. Ma dovevo essere abbastanza bambino".
Da quale famiglia proviene?
"Le mie origini sono milanesi, papà bocconiano e dirigente di azienda. Fu piuttosto severo con i propri figli. Ci spedì al Leone XIII dai gesuiti. Ottimo liceo con un corpo insegnante colto e niente affatto oscurantista in materia religiosa".
Cosa le ha trasmesso quel mondo?
"Probabilmente l'autodisciplina. Ma non ho mai fatto parte di quella comunità né ho mai partecipato a nessuna delle associazioni allora esistenti. Nel 1960 presi la maturità e poi mi iscrissi a legge. Seguivo le lezioni di diritto romano con Gaetano Scherillo e quelle di filosofia del diritto con Renato Treves. Ascoltavo a volte le lezioni di fenomenologia di Enzo Paci. Poi cominciai a frequentare Elio Vittorini. Trovai ammirevole il suo lavoro di editore. Era la cosa che più apprezzavo di lui".
Intende dire che la sua produzione letteraria non aveva la stessa attrazione?
"Mi asterrei da un giudizio definitivo sulla sua opera letteraria. I suoi romanzi, come quelli di Pavese, oggi mi appaiono datati".
Com'era in privato?
"Aveva una cordialità silenziosa. Era un uomo predestinato dal carattere e dalla natura della sua intelligenza a fare scelte impervie e non facili. Penso al distacco dal partito comunista e alla sofferenza che gli procurò un certo dileggio".
Si riferisce al rifiuto di pubblicare "Il Gattopardo"?
"La sua fu una scelta chiara e coerente, ma totalmente fraintesa. Non osai mai chiedergli perché avesse rifiutato la pubblicazione nella collana I gettoni che aveva creato per Einaudi. Penso tuttavia che quella storia gli bruciasse".
Perché dice una scelta chiara e coerente?
"La collana I gettoni doveva ospitare una narrativa sperimentale, quindi molto diversa dallo stile adottato da Tomasi di Lampedusa. Attraverso Vittorini conobbi Giansiro Ferrata, Ottiero Ottieri e Oreste Del Buono. Fu grazie a Del Buono che entrai alla Rizzoli".
Che cosa vide in lei per raccomandarla?
"Sicuramente il giudizio favorevole di Vittorini e poi una certa tenacia nel volermi occupare solo di libri".
Questo rapporto con i libri quando lo scoprì?
"Avevo quattordici anni, per il mio compleanno mi fu regalato Lord Jim. Tutto quello che in precedenza avevo letto, da Verne a Salgari, sparì davanti all'immensità di Conrad. Fu un salto enorme che tra l'altro mi invogliò a leggerlo in originale. Devo a Conrad se a un certo punto intrapresi il mestiere di traduttore. Non a caso alla Rizzoli la prima cosa di cui mi occupai fu controllare la traduzione di un romanzo di John Barth, Il coltivatore del Maryland, uno dei primi testi geniali del postmoderno americano".
Chi lo aveva tradotto?
"Luciano Bianciardi, ed era una traduzione eccellente. Purtroppo incontrai Bianciardi negli anni dell'etilismo. Mi dava angoscia vedere i segni di un'autodistruzione in un uomo che conservava perfettamente il valore della scrittura. Ma non quello della vita".
Accennava anche al suo lavoro di traduzione.
"Bianciardi pretendeva da un testo tradotto una sorta di trasparenza assoluta. Naturalmente era più una idea regolativa perché si sa che tradurre è un'arte imperfetta. Feci le mie esperienze con autori come Dos Passos, Updike, Vonnegut, Fiedler. Mi hanno aiutato a formare l'orecchio letterario".
Ossia?
"Capire se uno scrittore ha una voce, uno stile, qualcosa che nella scrittura lo renda diverso da tutti gli altri. Calvino diceva che nessuno conosce a fondo un testo come il suo traduttore. Tutto questo mi aiutò a intercettare uno scrittore sconosciuto da noi: J. M. Coetzee. Il suo Waiting for the Barbarians fu una lettura folgorante".
Si incaricò di tradurlo?
"No, affidai la traduzione ad Attilio Veraldi. Il libro uscì agli inizi degli anni Ottanta. Avevo fatto una discreta carriera in casa editrice. Che coincise con il periodo più turbolento per la Rizzoli. Nel 1983 Angelo Rizzoli era finito in carcere, la casa editrice, gestita con estrema disinvoltura, fu messa in amministrazione controllata".
Come viveste dall'interno quei momenti drammatici?
"Non si capiva niente. Ci chiedevamo come era stato possibile che un gruppo editoriale florido finisse a gambe all'aria. C'era dunque molta incredulità e angoscia. Cercavo di fare il mio lavoro. Ricordo che in quel periodo lavorai all'ultimo libro di Georges Perec: La vita, istruzioni per l'uso. Era un romanzo sorprendente. Perec aveva fatto parte del gruppo OuLiPo e non a caso lo aveva dedicato a Raymond Queneau. Calvino che fu amico di entrambi mi telefonava spesso perché mi affrettassi a pubblicarlo. Era un libro enorme per mole. Perec non riuscì a vedere la traduzione, morì nel 1982 e il libro uscì un paio d'anni dopo".
Fu in quel periodo che lasciò la Rizzoli?
"Il clima in casa editrice si era fatto pesante, perciò accettai un'offerta di Mario Spagnol che era a capo della Longanesi".
Si dice che Spagnol avesse un fiuto nel trovare libri di successo.
"C'eravamo frequentati per un po' alla Rizzoli. Fu lui a credere nel successo di Radici e a vincere il sospetto che Il Gabbiano Jonathan Livingston fosse solo un insieme di facili frasette. In realtà furono due successi mondiali che rimpinguarono le casse della Rizzoli. Mario non fu solo l'uomo dei bestseller, ma anche quello che volle fortemente rinnovare la Bur. A lui massimamente si deve l'arrivo in casa editrice di autori come Tommaso Landolfi, Giorgio Manganelli, Ennio Flaiano, Giovanni Testori, Carlo Cassola, Fulvio Tomizza".
Una certa classicità italiana con una punta di anticonformismo letterario.
"Sapeva fiutare il valore dei singoli. Non l'ho quasi mai sentito parlare di linee editoriali, ma sempre del valore dei singoli libri o dei singoli autori. Una lezione che mi è servita".
Di cosa si occupava in Longanesi?
"Affiancavo Spagnol fino a quando nel 1987 Rizzoli, ormai fuori dai problemi finanziari, mi offrì di dirigere la narrativa. In quel periodo Luciano Mauri, insieme a Spagnol, rilevò il marchio Guanda, e anche in quel caso mi fu offerta la direzione. Scelsi Guanda perché davvero si poteva impostare un discorso del tutto nuovo. La casa editrice aveva un passato glorioso, ma un presente incerto. La mia idea era farne uno strumento che facesse soprattutto leva sulla narrativa internazionale".
È impressionante gli autori che avete imbarcato.
"L'idea era semplice ma niente affatto scontata: come riuscire a tirare fuori un successo da un romanzo che non rinunci alla qualità. Oltretutto il catalogo Guanda in larga parte era finito altrove. Quindi bisognava darsi da fare e scoprire letterature nuove e autori colti al debutto. Un caso letterario fu Il Dio delle piccole cose dell'indiana Arundhati Roy, un bestseller da quattrocentomila copie".
Un altro debutto di successo fu Almudena Grandes.
"Fu sorprendente il successo che arrise a Le età di Lulù. Quell'esordio avvenne in modo strano. Grandes partecipò a un premio letterario con quel romanzo e vinse. Las edades de Lulù fu pubblicato in Spagna in una collana erotica e questo indubbiamente ne favorì il successo di vendite. Un'amica me lo segnalò e ne acquisii i diritti".
Fu anche in Italia un successo clamoroso probabilmente per lo stesso motivo, cioè il contenuto erotico.
"Il romanzo uscì nel 1989 e divenne il libro simbolo di una Spagna che, essendo venuta fuori da una lunghissima dittatura, cercava anche nell'eros qualcosa di liberatorio. Da noi il libro apparve nel 1990. Vendemmo intorno alle cinquecentomila copie".
Altri successi arrivarono in quegli anni da Irvine Welsh e Nick Hornby.
"Onestamente non mi aspettavo quelle clamorose affermazioni. Welsh aveva pubblicato dei racconti senza che ci fossero state delle reazioni. Poi mi accorsi di questo romanzo stranissimo Trainspotting".
Se ne accorse in che modo?
"Ero alla Book Fair di Londra e si parlava molto di questo romanzo da cui tra l'altro era stata ricavata una pièce. Incuriosito, quella sera andai a teatro per vederla. Era tutto esaurito. Mi colpì la folla, come impazzita, che da fuori tentava di entrare. Passai l'intera notte a leggere il romanzo".
Con che impressione?
"Mi resi conto che alla virulenza dei contenuti corrispondeva il terremoto linguistico, la messa a soqquadro degli schemi espressivi e narrativi. Insomma, una novità su tutta la linea, un romanzo davvero originale. Lo acquistammo facilmente. Non ci fu concorrenza, probabilmente perché lo si riteneva un libro intraducibile".
Con Hornby come andò?
"Il libro che da noi l'ha rivelato fu Alta fedeltà (che pur ovviamente resta il maggior successo: in Italia vendemmo mezzo milione di copie), mentre invece per il pubblico anglosassone è stato Fever Pitch. Ma Fever Pitch da noi era stato preso per un libro sul calcio inglese, e dunque accantonato. Acquisii High Fidelity senza neppur pensare a quell'altro, incantevole libro. Febbre a 90° - che scoprii essere un romanzo di formazione, più che un libro sul calcio inglese - arrivò solo in un secondo momento".
Come si sviluppano di solito i rapporti con gli autori?
"Ovviamente non c'è una regola. La prima volta che incontrai Welsh fu in un ristorante marocchino di Londra. Lui aveva con sé Robin Robertson, tutt'ora suo editor alla Cape. Capii pochissimo, parlava uno stretto slang scozzese. Ricordo una figura introversa, non facile da toccare in profondità. Fu un pranzo faticosissimo. Col tempo i nostri rapporti migliorarono, se non altro sul piano della comunicazione. Il suo inglese divenne meno criptico! Un caso diverso fu quello di Safran Foer".
Diverso perché?
"Aveva un carattere differente da Welsh e da Hornby. Aveva ventiquattro anni quando l'ho conosciuto. Mi colpì la sua grande capacità di tenere assieme vita e letteratura. Quando lessi il suo manoscritto restai completamente affascinato".
Quale manoscritto?
"Si trattava di Ogni cosa è illuminata. Credo di essere stato tra i primi al mondo a leggerlo. Un romanzo travolgente. Feci un'offerta per il libro e gli scrissi una lettera che motivava il mio entusiasmo. Lui ne fu contentissimo. Ancora adesso che sono passati molti anni, quando ci vediamo a New York o a Milano, mi ricorda quel giudizio che fece leggere ai suoi genitori, riempiendoli di orgoglio".
Un altro legame forte è con Sepúlveda.
"Il rapporto umano, l'amicizia, lo stare insieme hanno evidentemente una centralità nella vita di Sepúlveda, forse proprio per ragioni caratteriali ma anche di storia personale: la sua è stata una vita segnata dalla lotta contro la dittatura, dal carcere, dall'esilio, dal ricordo dei molti amici perduti".
È il vostro maggior successo editoriale?
"È incredibile la sintonia che riesce a creare con il lettore. A oggi i suoi libri hanno venduto in Italia quasi sette milioni di copie!".
Avendo frequentato, letto e a volte imposto parecchi scrittori, qual è il suo rapporto con la scrittura?
"Non esiste, c'è solo il piccolo cabotaggio fatto dall'editing e dalle correzioni".
Non ha mai avuto la tentazione?
"Mi è piaciuto tradurre, ma scrivere è un compito troppo arduo per me che ho letto tanto. Sono stato più volte sollecitato a scrivere le mie memorie. Ho detto no anche a questa offerta. Per me la sola forma letteraria che conta è la casa editrice".
A distanza di anni è la seconda volta che metto piede in questa stanza.
"Cosa ne ha concluso?".
È impressionante. Non è cambiato nulla. Ogni cosa ha il suo posto. Come se tutto sia stato congelato.
"Sono abitudinario e ossessionato dall'ordine. Ma non lo sono nelle scelte editoriali. Del resto, l'abitudine nell'editoria sarebbe un impedimento".
Normativo e trasgressivo?
"Un'oscillazione che può generare sorpresa. Non ho mai smesso di portare la cravatta. Ma al tempo stesso non è dalla cravatta che si giudica un editore".
È sempre così formale?
"Diciamo che la forma è una grande invenzione della nostra civiltà. Ma non vorrei deluderla".
Perché mai?
"Magari pensando che le forme nascondano il vuoto. Come dire? Dentro il vestito niente".
Al contrario, penso che la forma sia frutto di un duro apprendimento e forse di altrettanta perseverante ambizione.
"Non ricordo quando per la prima volta ho avuto l'esatta sensazione che un contenuto andasse disciplinato da una forma. Ma dovevo essere abbastanza bambino".
Da quale famiglia proviene?
"Le mie origini sono milanesi, papà bocconiano e dirigente di azienda. Fu piuttosto severo con i propri figli. Ci spedì al Leone XIII dai gesuiti. Ottimo liceo con un corpo insegnante colto e niente affatto oscurantista in materia religiosa".
Cosa le ha trasmesso quel mondo?
"Probabilmente l'autodisciplina. Ma non ho mai fatto parte di quella comunità né ho mai partecipato a nessuna delle associazioni allora esistenti. Nel 1960 presi la maturità e poi mi iscrissi a legge. Seguivo le lezioni di diritto romano con Gaetano Scherillo e quelle di filosofia del diritto con Renato Treves. Ascoltavo a volte le lezioni di fenomenologia di Enzo Paci. Poi cominciai a frequentare Elio Vittorini. Trovai ammirevole il suo lavoro di editore. Era la cosa che più apprezzavo di lui".
Intende dire che la sua produzione letteraria non aveva la stessa attrazione?
"Mi asterrei da un giudizio definitivo sulla sua opera letteraria. I suoi romanzi, come quelli di Pavese, oggi mi appaiono datati".
Com'era in privato?
"Aveva una cordialità silenziosa. Era un uomo predestinato dal carattere e dalla natura della sua intelligenza a fare scelte impervie e non facili. Penso al distacco dal partito comunista e alla sofferenza che gli procurò un certo dileggio".
Si riferisce al rifiuto di pubblicare "Il Gattopardo"?
"La sua fu una scelta chiara e coerente, ma totalmente fraintesa. Non osai mai chiedergli perché avesse rifiutato la pubblicazione nella collana I gettoni che aveva creato per Einaudi. Penso tuttavia che quella storia gli bruciasse".
Perché dice una scelta chiara e coerente?
"La collana I gettoni doveva ospitare una narrativa sperimentale, quindi molto diversa dallo stile adottato da Tomasi di Lampedusa. Attraverso Vittorini conobbi Giansiro Ferrata, Ottiero Ottieri e Oreste Del Buono. Fu grazie a Del Buono che entrai alla Rizzoli".
Che cosa vide in lei per raccomandarla?
"Sicuramente il giudizio favorevole di Vittorini e poi una certa tenacia nel volermi occupare solo di libri".
Questo rapporto con i libri quando lo scoprì?
"Avevo quattordici anni, per il mio compleanno mi fu regalato Lord Jim. Tutto quello che in precedenza avevo letto, da Verne a Salgari, sparì davanti all'immensità di Conrad. Fu un salto enorme che tra l'altro mi invogliò a leggerlo in originale. Devo a Conrad se a un certo punto intrapresi il mestiere di traduttore. Non a caso alla Rizzoli la prima cosa di cui mi occupai fu controllare la traduzione di un romanzo di John Barth, Il coltivatore del Maryland, uno dei primi testi geniali del postmoderno americano".
Chi lo aveva tradotto?
"Luciano Bianciardi, ed era una traduzione eccellente. Purtroppo incontrai Bianciardi negli anni dell'etilismo. Mi dava angoscia vedere i segni di un'autodistruzione in un uomo che conservava perfettamente il valore della scrittura. Ma non quello della vita".
Accennava anche al suo lavoro di traduzione.
"Bianciardi pretendeva da un testo tradotto una sorta di trasparenza assoluta. Naturalmente era più una idea regolativa perché si sa che tradurre è un'arte imperfetta. Feci le mie esperienze con autori come Dos Passos, Updike, Vonnegut, Fiedler. Mi hanno aiutato a formare l'orecchio letterario".
Ossia?
"Capire se uno scrittore ha una voce, uno stile, qualcosa che nella scrittura lo renda diverso da tutti gli altri. Calvino diceva che nessuno conosce a fondo un testo come il suo traduttore. Tutto questo mi aiutò a intercettare uno scrittore sconosciuto da noi: J. M. Coetzee. Il suo Waiting for the Barbarians fu una lettura folgorante".
Si incaricò di tradurlo?
"No, affidai la traduzione ad Attilio Veraldi. Il libro uscì agli inizi degli anni Ottanta. Avevo fatto una discreta carriera in casa editrice. Che coincise con il periodo più turbolento per la Rizzoli. Nel 1983 Angelo Rizzoli era finito in carcere, la casa editrice, gestita con estrema disinvoltura, fu messa in amministrazione controllata".
Come viveste dall'interno quei momenti drammatici?
"Non si capiva niente. Ci chiedevamo come era stato possibile che un gruppo editoriale florido finisse a gambe all'aria. C'era dunque molta incredulità e angoscia. Cercavo di fare il mio lavoro. Ricordo che in quel periodo lavorai all'ultimo libro di Georges Perec: La vita, istruzioni per l'uso. Era un romanzo sorprendente. Perec aveva fatto parte del gruppo OuLiPo e non a caso lo aveva dedicato a Raymond Queneau. Calvino che fu amico di entrambi mi telefonava spesso perché mi affrettassi a pubblicarlo. Era un libro enorme per mole. Perec non riuscì a vedere la traduzione, morì nel 1982 e il libro uscì un paio d'anni dopo".
Fu in quel periodo che lasciò la Rizzoli?
"Il clima in casa editrice si era fatto pesante, perciò accettai un'offerta di Mario Spagnol che era a capo della Longanesi".
Si dice che Spagnol avesse un fiuto nel trovare libri di successo.
"C'eravamo frequentati per un po' alla Rizzoli. Fu lui a credere nel successo di Radici e a vincere il sospetto che Il Gabbiano Jonathan Livingston fosse solo un insieme di facili frasette. In realtà furono due successi mondiali che rimpinguarono le casse della Rizzoli. Mario non fu solo l'uomo dei bestseller, ma anche quello che volle fortemente rinnovare la Bur. A lui massimamente si deve l'arrivo in casa editrice di autori come Tommaso Landolfi, Giorgio Manganelli, Ennio Flaiano, Giovanni Testori, Carlo Cassola, Fulvio Tomizza".
Una certa classicità italiana con una punta di anticonformismo letterario.
"Sapeva fiutare il valore dei singoli. Non l'ho quasi mai sentito parlare di linee editoriali, ma sempre del valore dei singoli libri o dei singoli autori. Una lezione che mi è servita".
Di cosa si occupava in Longanesi?
"Affiancavo Spagnol fino a quando nel 1987 Rizzoli, ormai fuori dai problemi finanziari, mi offrì di dirigere la narrativa. In quel periodo Luciano Mauri, insieme a Spagnol, rilevò il marchio Guanda, e anche in quel caso mi fu offerta la direzione. Scelsi Guanda perché davvero si poteva impostare un discorso del tutto nuovo. La casa editrice aveva un passato glorioso, ma un presente incerto. La mia idea era farne uno strumento che facesse soprattutto leva sulla narrativa internazionale".
È impressionante gli autori che avete imbarcato.
"L'idea era semplice ma niente affatto scontata: come riuscire a tirare fuori un successo da un romanzo che non rinunci alla qualità. Oltretutto il catalogo Guanda in larga parte era finito altrove. Quindi bisognava darsi da fare e scoprire letterature nuove e autori colti al debutto. Un caso letterario fu Il Dio delle piccole cose dell'indiana Arundhati Roy, un bestseller da quattrocentomila copie".
Un altro debutto di successo fu Almudena Grandes.
"Fu sorprendente il successo che arrise a Le età di Lulù. Quell'esordio avvenne in modo strano. Grandes partecipò a un premio letterario con quel romanzo e vinse. Las edades de Lulù fu pubblicato in Spagna in una collana erotica e questo indubbiamente ne favorì il successo di vendite. Un'amica me lo segnalò e ne acquisii i diritti".
Fu anche in Italia un successo clamoroso probabilmente per lo stesso motivo, cioè il contenuto erotico.
"Il romanzo uscì nel 1989 e divenne il libro simbolo di una Spagna che, essendo venuta fuori da una lunghissima dittatura, cercava anche nell'eros qualcosa di liberatorio. Da noi il libro apparve nel 1990. Vendemmo intorno alle cinquecentomila copie".
Altri successi arrivarono in quegli anni da Irvine Welsh e Nick Hornby.
"Onestamente non mi aspettavo quelle clamorose affermazioni. Welsh aveva pubblicato dei racconti senza che ci fossero state delle reazioni. Poi mi accorsi di questo romanzo stranissimo Trainspotting".
Se ne accorse in che modo?
"Ero alla Book Fair di Londra e si parlava molto di questo romanzo da cui tra l'altro era stata ricavata una pièce. Incuriosito, quella sera andai a teatro per vederla. Era tutto esaurito. Mi colpì la folla, come impazzita, che da fuori tentava di entrare. Passai l'intera notte a leggere il romanzo".
Con che impressione?
"Mi resi conto che alla virulenza dei contenuti corrispondeva il terremoto linguistico, la messa a soqquadro degli schemi espressivi e narrativi. Insomma, una novità su tutta la linea, un romanzo davvero originale. Lo acquistammo facilmente. Non ci fu concorrenza, probabilmente perché lo si riteneva un libro intraducibile".
Con Hornby come andò?
"Il libro che da noi l'ha rivelato fu Alta fedeltà (che pur ovviamente resta il maggior successo: in Italia vendemmo mezzo milione di copie), mentre invece per il pubblico anglosassone è stato Fever Pitch. Ma Fever Pitch da noi era stato preso per un libro sul calcio inglese, e dunque accantonato. Acquisii High Fidelity senza neppur pensare a quell'altro, incantevole libro. Febbre a 90° - che scoprii essere un romanzo di formazione, più che un libro sul calcio inglese - arrivò solo in un secondo momento".
Come si sviluppano di solito i rapporti con gli autori?
"Ovviamente non c'è una regola. La prima volta che incontrai Welsh fu in un ristorante marocchino di Londra. Lui aveva con sé Robin Robertson, tutt'ora suo editor alla Cape. Capii pochissimo, parlava uno stretto slang scozzese. Ricordo una figura introversa, non facile da toccare in profondità. Fu un pranzo faticosissimo. Col tempo i nostri rapporti migliorarono, se non altro sul piano della comunicazione. Il suo inglese divenne meno criptico! Un caso diverso fu quello di Safran Foer".
Diverso perché?
"Aveva un carattere differente da Welsh e da Hornby. Aveva ventiquattro anni quando l'ho conosciuto. Mi colpì la sua grande capacità di tenere assieme vita e letteratura. Quando lessi il suo manoscritto restai completamente affascinato".
Quale manoscritto?
"Si trattava di Ogni cosa è illuminata. Credo di essere stato tra i primi al mondo a leggerlo. Un romanzo travolgente. Feci un'offerta per il libro e gli scrissi una lettera che motivava il mio entusiasmo. Lui ne fu contentissimo. Ancora adesso che sono passati molti anni, quando ci vediamo a New York o a Milano, mi ricorda quel giudizio che fece leggere ai suoi genitori, riempiendoli di orgoglio".
Un altro legame forte è con Sepúlveda.
"Il rapporto umano, l'amicizia, lo stare insieme hanno evidentemente una centralità nella vita di Sepúlveda, forse proprio per ragioni caratteriali ma anche di storia personale: la sua è stata una vita segnata dalla lotta contro la dittatura, dal carcere, dall'esilio, dal ricordo dei molti amici perduti".
È il vostro maggior successo editoriale?
"È incredibile la sintonia che riesce a creare con il lettore. A oggi i suoi libri hanno venduto in Italia quasi sette milioni di copie!".
Avendo frequentato, letto e a volte imposto parecchi scrittori, qual è il suo rapporto con la scrittura?
"Non esiste, c'è solo il piccolo cabotaggio fatto dall'editing e dalle correzioni".
Non ha mai avuto la tentazione?
"Mi è piaciuto tradurre, ma scrivere è un compito troppo arduo per me che ho letto tanto. Sono stato più volte sollecitato a scrivere le mie memorie. Ho detto no anche a questa offerta. Per me la sola forma letteraria che conta è la casa editrice".
A distanza di anni è la seconda volta che metto piede in questa stanza.
"Cosa ne ha concluso?".
È impressionante. Non è cambiato nulla. Ogni cosa ha il suo posto. Come se tutto sia stato congelato.
"Sono abitudinario e ossessionato dall'ordine. Ma non lo sono nelle scelte editoriali. Del resto, l'abitudine nell'editoria sarebbe un impedimento".
Normativo e trasgressivo?
"Un'oscillazione che può generare sorpresa. Non ho mai smesso di portare la cravatta. Ma al tempo stesso non è dalla cravatta che si giudica un editore".